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La distinzione di Pierre Bourdieu
[06/08/2008]

Nello studio su “La distinzione” (1979) del già citato sociologo francese Pierre Bourdieu, il consumatore opera in base a una logica distintiva ed ha incorporato tale logica nel proprio gusto. Pur riprendendo la prospettiva di Veblen sulla funzione di distinzione sociale dei gusti, per Bourdieu il consumatore non solo distingue per distinguersi, ma anche perché non può fare a meno di farlo: egli verrà perciò ad essere incluso o escluso (distinto) in base alle proprie distinzioni di gusto. In questa chiave l’autore crea la nozione di «habitus», definito come principio generatore e organizzatore «di pratiche e rappresentazioni che possono essere oggettivamente adattate al loro scopo senza supporre la visione cosciente dei fini e il dominio esplicito delle operazioni necessarie per ottenerli» (Bourdieu, Le sens pratique, 1980, p. 88).

In opposizione all’approccio di Baudrillard , secondo Bourdieu il nostro modo pratico di accostarci al mondo «non è uno stato dell’anima» per cui rappresentiamo o scambiamo segni e simboli, «o, meno ancora, una sorta di adesione decisionale a un insieme di dogmi e dottrine costituite», ma «uno stato del corpo» (ibidem, p. 115). L’habitus viene quindi inscritto nel corpo attraverso le esperienze passate, si standardizza nei primi anni di vita ed è un meccanismo inconscio ma estremamente adattabile, che determina l’atteggiamento degli attori nei confronti degli oggetti, di se stessi e degli altri. Secondo questo criterio i consumi e gli stili di vita vengono riportati al gusto, a sua volta concettualizzato come la realizzazione soggettiva del meccanismo dell’habitus. Inoltre sebbene venga espresso nel linguaggio apparentemente neutro e innocuo delle preferenze individuali, il gusto «accoppia e assortisce i colori ma anche le persone, […] innanzi tutto dal punto di vista dei gusti» (Bourdieu, La distinzione: critica sociale del gusto, 2000, p. 249).
In corrispondenza di questo costrutto Bourdieu pone una visione gerarchica e lineare della struttura sociale e del rapporto che intercorrerebbe tra essa e la strutturazione dei gusti, mettendo in relazione l’habitus individuale con un habitus di classe, definito da capitale economico e culturale, che esso stesso concorre a riprodurre. In particolare le pratiche di consumo riflettono la genesi culturale dei gusti dal punto specifico entro lo spazio sociale nel quale hanno origine. Bourdieu considera i gusti strumenti di potere più che strumenti di conoscenza, in quanto implicati in un insieme di «sistemi classificatori» che fissano «una situazione di lotte sociali», ovvero «uno stato della distribuzione dei vantaggi e degli obblighi». In questo modo il gusto si configura come un possibile luogo dell’operare di una forma di «potere simbolico» tramite cui le classificazioni oggettive vengono a coincidere con quelle soggettive, permettendo al sistema costituito di promuovere la «naturalizzazione» della propria arbitrarietà. Perciò i sistemi simbolici classificatori «apportano il proprio specifico contributo alla riproduzione delle relazioni di potere di cui essi stessi sono il prodotto» (Bourdieu, La distinzione: critica sociale del gusto. 2000, p. 480 ss.).

Sulla base di una vasta mole di dati empirici raccolti in Francia Bourdieu distingue nettamente due tipi di estetica: l’«estetica kantiana», caratterizzata da una contemplazione distanziata e formale, che privilegia la mente e trascende l’immediatezza dell’esperienza e del corpo, riportata all’habitus dei raggruppamenti sociali superiori; e l’«estetica della cultura popolare» che ha la preferenza per l’immediatezza, il piacere, la sensualità e il concreto, ed è tipica degli strati inferiori.
A questo punto elabora una cartografia dei gusti in fatto di arti, cultura e soprattutto di consumi di massa, in particolare il cibo e la cosmesi, e la sovrappone a una mappa delle posizioni sociali determinate in base alla combinazione di capitale economico e capitale culturale. Analizzando le corrispondenze tra le due mappe si riuscirà a individuare diversi stili di vita che caratterizzano diversi gruppi sociali. Alcuni esempi: esponenti degli strati superiori preferiranno “Le Monde” a un quotidiano popolare e la musica d’avanguardia rispetto alla musica leggera popolare. Bourdieu ne deduce che i beni hanno legami tra di loro e, pur essendo scelti uno per uno, si ricompongono in mondi coerenti nelle nostre vite.

Quest’opera, pur tentando di superare quelle dicotomie, come libertà/necessità e razionalità/irrazionalità, che si erano così segnatamente distinte nello studio dell’agire di consumo, tende a ricadere in un ragionamento dualistico che oppone la standardizzazione del gusto all’agire individuale. I beni sono senza dubbio indici e strumenti, in quanto promuovono autoriconoscimento e la creazione di legami con coloro che condividono il medesimo punto di vista sull’appropriata natura delle cose, ma la tesi che le differenze di stile siano sempre rappresentative di intime disposizioni di gusto maschera quelle circostanze in cui l’insieme delle rappresentazioni di un particolare gruppo nega a prospettive alternative accesso a un dato aspetto della cultura, e costruisce tali prospettive come essenzialmente proprie di coloro che sono stati esclusi. Come quando le classi dominanti attribuiscono ai gruppi subordinati preferenze degradanti in fatto di igiene, che invece sono il risultato mai pienamente accettato di uno stato di necessità.
In sostanza il consumo è ridotto a una logica distintiva di riproduzione della posizione sociale degli attori individuata mediante la generalizzazione e l’astrazione del modello delle differenze sociali in varie forme di capitale. I gusti sono strutturati sulla base della relativa posizione sociale, tanto che le scelte di consumo risultano espressive di una logica posizionale e gerarchica. Capitale economico e culturale hanno un ruolo fondamentale per la determinazione del «buon gusto» dominante. Dunque coloro che possiedono un grado elevato di risorse economiche e culturali saranno gli arbitri del gusto , in quanto riescono a promuovere il proprio habitus e a naturalizzarlo come fonte di orientamento.

Vista così sembrerebbe che la borghesia emergente, pur facendo funzione di nuovo intermediario culturale, sia capace solo di strategie imitative, mentre i raggruppamenti sociali inferiori sarebbero condannati a un ruolo marginale e residuale. L’insistenza sulla distinzione sociale e sulla sua riproduzione sembra così riproporre una versione dell’effetto di sgocciolamento già vista in Simmel, che finisce per negare alla sfera di consumo quella relativa autonomia che la rende un campo effettivamente generativo di classificazioni e stili. Insomma è riduttivo riportare tutti i consumi al capitale economico e socioculturale di chi li adotta, i quali, pur non essendo certo semplicemente espressione di una individualità psicologicamente determinata o di un calcolo autointeressato, come asserito dall’economia classica, almeno in alcuni casi e con una relativa autonomia forniscono una struttura per la standardizzazione del gusto. Ad esempio gli stili di consumo giovanili e sottoculturali si costituiscono a partire proprio dalle scelte di consumo, e non sempre riflettono le altre appartenenze sociali dell’individuo, la sua classe, genere o età.
E’ pertanto possibile concepire alcuni stili1 come una particolare dimensione dell’identità sociale che si stabilizza, anche con la mediazione di “esperti” che tentano di orientare le nostre scelte in direzioni socialmente riconoscibili e rilevanti, nelle interazioni e comunicazioni di consumo. Prendendo come caso il vegetarianesimo, i percorsi dei vegetariani risulteranno lunghi e articolati, e sostenuti non solo da retoriche animaliste o salutiste ma anche e soprattutto da abitudini, regole e opportunità radicate proprio nelle pratiche e nelle relazioni di consumo.

Michèle Lamont ha ridimensionato lo schema bourdieuiano comparando gli orientamenti nei confronti del consumo e del denaro della classe media americana con quella francese.
Secondo questo studioso Bourdieu ha dimenticato l’importanza delle diverse tradizioni nazionali nel fornire e organizzare un repertorio culturale. Per l’appunto negli Stati Uniti l’egualitarismo culturale ha rafforzato l’antintellettualismo, favorendo una cultura più aperta, mentre in Francia il basso livello di mobilità geografica acuisce i confini culturali tracciati sulla base dell’educazione, del cosmopolitismo e della raffinatezza. Insomma le società contemporanee sono dinamiche e i diversi campi di potere, a partire da quelli del gusto e delle preferenze di consumo, sono aperti e instabili, e si intersecano con altri campi, tra cui quello delle comunicazioni di massa, rendendo le distinzioni culturali più mobili, sfumate e sfaccettate. Ne deriva una difficoltà di stabilire definitivamente le connotazioni del buon gusto in quanto tale; notiamo invece che gli attori adottano strategie di consumo nella mescolanza di forme e prodotti diversi, oltre che nella varietà e nella diversità dei generi. A questo punto si potrebbe dire dunque che la raffinatezza e la sofisticazione culturale si riconducono principalmente all’esperienza della maggior varietà possibile di cose. Tale varietà consentirebbe di tenersi al passo con il numero più ampio possibile di gruppi sociali, accrescendo così le proprie chances di essere riconosciuti come persone esteticamente competenti e di buon gusto. Le classi lavorative risulteranno in questo modo svantaggiate culturalmente ma non perché escluse dalla cosiddetta cultura alta, ma per perché le loro pratiche di consumo culturale sono nel complesso più ristrette. Così ragionando il controllo della varietà funzionerebbe come una strategia di formazione del capitale simbolico che può riprodurre le differenze sociali.


Note:
1 Negli studi di consumo più recenti, come ad esempio in quello di Giddens (1990), il concetto di “stile di vita” indica spesso il fatto che nelle società occidentali contemporanee le scelte di consumo definiscono il nucleo centrale dell’identità personale. Essendo entrati ormai in una fase postfordista dell’economia in cui regnano declassificazione culturale e complessità sociale, in cui è difficile individuare confini tra i gruppi e dislivelli gerarchici tra gli stili, si pone l’accento più sulle caratteristiche estetiche degli oggetti che sui rapporti di potere tra i diversi gruppi che li utilizzano. In questa ottica si rischia di indicare lo stile di vita come un dato superficiale che può essere non solo liberamente scelto dagli individui ma anche abbandonato e scartato a piacere

Articolo tratto dalla tesi di Marco Espertino, Comunicazioni simmetriche e asimmetriche nella società dei consumi, dove nel primo capitolo vengono ripercorsi i principali contributi di autori classici, quali Simmel, Veblen, Bourdieu e M. Douglas, sul fenomeno sociale del consumo e delle sue interazioni con il gusto.
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