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Veblen e la teoria della cllasse agiata: riflessioni su ricchezza e consumo
[28/07/2008]

Pochi anni dopo l’uscita de “La moda”, l’americano Thorstein Veblen, ne “La teoria della classe agiata” (1899), nell’osservare i cosiddetti nouveaux riches della borghesia americana, ha motivato il possesso, e successivamente l’acquisto e il consumo di beni, principalmente con l’emulazione, la distinzione antagonistica e una susseguente ostentazione di beni il cui valore sarebbe determinato in primo luogo dalla loro capacità di rendere visibile una data posizione sociale acquisita.

Facendo un excursus storico a partire dalle comunità arcaiche Veblen ha dedotto che il possesso di ricchezza conferisce onore, e le cose possedute verrebbero considerate non tanto come prova di razzia o conquista, ma di superiorità del detentore dei beni su altri individui all’interno della propria comunità. Dopo il coraggio e la gesta, il possesso della ricchezza sarebbe quindi diventato la base ordinaria dell’acquisto di rispettabilità e di una posizione sociale irreprensibile. Lo studioso ha motivato questa situazione psicologicamente, in quanto a suo avviso la base usuale del rispetto di sé consiste nel rispetto concesso dai propri vicini, quindi è necessario per la pace del suo spirito che un individuo possieda tanti beni quanti ne posseggono gli altri con i quali è solito classificare sé stesso e sarebbe cosa estremamente lusinghiera possedere qualcosa in più degli altri.
La conseguenza di questa gara porterà l’individuo a vivere in uno stato di cronica scontentezza fin quando il paragone non gli sarà chiaramente favorevole; ma una volta raggiunto il livello “normale” della sua classe di riferimento cercherà di stabilire un intervallo sempre più ampio finanziario fra sé stesso e quello che è da lui considerato il livello medio.

In questo meccanismo il confronto antagonistico non potrà mai essere così favorevole agli individui che ne fanno parte, tale che essi non desiderino classificarsi ancora più in alto rispetto ai concorrenti nella lotta per quella che Veblen chiama rispettabilità finanziaria. Come appena detto, il riflesso dell’agiatezza vistosa è un mezzo per accattivarsi il rispetto degli altri, anche come inverso della degradazione sottintesa al lavoro, considerato segno convenzionale di condizione inferiore.
A tal proposito C. Wright Mills ha criticato l’asserzione di questa presunta vergogna di lavorare, dato che entra evidentemente in conflitto con l’etica puritana del lavoro, tipica delle borghesie occidentali, compresa in particolar modo quella statunitense. Mills suppone che Veblen non parlasse dell’alta borghesia puritana e che senza dubbio non voleva chiamare lavoro (produttivo) quello che svolge l’uomo d’affari, dato che non gli interessava la funzione oggettiva dei fatti sociali ma l’effetto psicologico. Ad esempio non considerava lavoro le riunioni dei gruppi d’élites, attività proprie della condizione agiata, che sono uno dei modi con cui vengono coordinate le decisioni tra i diversi elementi e sezioni della classe superiore. Inoltre non mise in relazione il rapporto tra il potere e le lunghe occupazioni d’alto borgo, il cui prestigio aveva (e ha) funzione di rafforzamento del potere, trasformandolo in autorità e proteggendolo dalla sfida sociale, poiché riteneva che solo gli individui le cui funzioni sono indispensabili, come gli innovatori tecnologici e le forze industriali, erano veri lavoratori; mentre la classe agiata rappresenta un anacronismo parassitario. In conclusione Mills ha evidenziato il fatto che ciò che Veblen chiamava efficienza industriale non aumenta necessariamente la razionalità del giudizio indipendente e critico, anzi la laboriosità priva di ideali è più compatibile con una semplice società artigianale.

Nel motivare il consumo come ostentazione (o consumo vistoso) Veblen evidenzia i tratti principali dell’evoluzione di questo fenomeno. In un primo momento, nella cosiddetta civiltà di rapina, la classe dei guerrieri, ovvero gli uomini liberi, consumano quello che produce la classe operaia, rappresentata da donne, bambini e servi. Passando allo stadio quasi pacifico dell’industria la vile classe industriosa può consumare solo ciò che occorre al suo sostentamento, mentre è logico che generi di lusso e comodità di vita appartengano alla classe agiata.
Interessante è inoltre la spiegazione che lo studioso americano dà allo sviluppo dell’utilizzo di bevande inebrianti e narcotici, che in un primo momento venivano preparati dalle donne e consumati dagli uomini. Le conseguenze patologiche del libero uso di eccitanti tesero a diventare onorifiche, perché riconosciute come attributi virili, e manifestavano il segno della casta superiore di coloro che potevano permettersene l’abuso. La maggiore continenza delle donne borghesi in seguito sarebbe perciò in parte dovuta all’imperativo di un’etichetta imposta da una comunità influenzata dalla tradizione patriarcale e dalla deprecazione convenzionale di certe attività per certe classi sociali.

Nei primi stadi dello sviluppo economico abbiamo nella classe agiata i primi consumi squisiti, che eccedono il minimo necessario alla sussistenza. Quando le società vanno pacificandosi il “gentiluomo” agiato si specializza per ciò che riguarda la qualità dei beni consumati, e in questo processo di miglioramento dei generi di consumo si ricerca una maggiore efficienza ed elaborazione di questi per il conforto e benessere personali, oltre che per la già citata rispettabilità, dove l’incapacità di consumare nella dovuta quantità e qualità diviene segno di inferiorità e demerito. Lo sviluppo di questa discriminazione formalistica influisce anche sull’educazione e sull’attività intellettuale dell’uomo agiato, poiché egli non è più semplicemente l’uomo aggressivo e vittorioso, e per evitare di apparire ridicolo deve pure coltivare i suoi gusti, al fine di saper distinguere con un po’ di grazia il nobile e l’ignobile fra i beni di consumo. A sua volta la coltivazione della facoltà estetica richiede tempo, denaro e applicazione allo studio di come vivere in modo confacente alla vita di agiatezza. Oltre a ciò, maniere e modi di vivere e consumare gentili e convenienti sono punti di conformità alla regola dell’agiatezza e del consumo vistosi: cardini dell’ostentazione dell’opulenza sono l’offerta di regali di valore e di feste e intrattenimenti dispendiosi ai propri competitori, che in questo modo servono da strumento per il fine, dato che consumano per conto di colui che li ospita e nel frattempo sono testimoni del consumo di quella sovrabbondanza di beni che costui non potrebbe certo consumare da solo, infine della compitezza cerimoniale dell’anfitrione.

Il fenomeno del consumo vistoso, specie nelle metropoli industriali, finisce per coinvolgere l’intera popolazione, dove come per Simmel i gruppi inferiori non fanno che imitare quelli superiori, acquistando non appena possibile le stesse merci, che perdono così il loro potere distintivo e vengono abbandonate dai gruppi superiori che troveranno a loro volta nuovi oggetti capaci di testimoniare il loro primato sociale e culturale.
Mediante questo già osservato effetto di sgocciolamento il consumo volto alla dimostrazione di status sarebbe divenuto fondamentale in ogni strato sociale. Per mezzo di tale confronto invidioso, si assiste alla progressiva diffusione di nuovi beni, che fungono da segnaposti nel gioco della distinzione sociale e della riproduzione delle gerarchie sociali del gusto. In questa maniera i membri di ogni strato accettano come loro ideale di onorabilità lo schema di vita in auge nello strato immediatamente superiore e impiegano le loro energie nel vivere secondo quest’ideale, pena la perdita del rispetto di sé e degli altri.

Nell’analizzare alcuni atteggiamenti delle classi subalterne, Veblen parte dal concetto di agiatezza derivata, che nasce in uno schema graduato di agiatezze e di consumo presente nei ceti alti, il quale segnala un certo numero di “protetti” che costituiscono per il “protettore” un investimento da parte sua in vista di un aumento di reputazione. Quando questo gruppo diventa più numeroso per indicare l’attribuzione per l’agiatezza sfoggiata, si adotta la moda di divise o livree che lo divideranno in svariate categorie differenti per rango e mansioni, che potranno essere proprie della classe agiata (governo, guerra, caccia, ecc., ossia di rapina), oppure della classe lavoratrice. Storicamente la prima figura a sfoggiare l’agiatezza derivata fu la prima moglie (nelle comunità poligame), e quando la servitù tese a scomparire e il numero dei consumatori derivati complessivamente diminuì, essa restò per ultima ad assumere tale funzione.

Questa situazione si evidenzia maggiormente discendendo per la scala sociale delle comunità industriali dove il consumo vistoso del capofamiglia tende a scomparire a causa delle circostanze economiche, ma dove possono invece derivare comunque agio e consumo secondari nei confronti della moglie o di eventuali servi, per l’esigenza e la convenzione del buon nome e di rispettabilità della casa e del suo padrone, cercando di dimostrare che la moglie non ha bisogno di occuparsi in attività di reale utilità pratica.
In questa visione la moglie, che all’inizio era la serva e l’oggetto dell’uomo, la produttrice di beni che lui consumava, diventa ora la consumatrice cerimoniale dei beni che lui produce, rimanendo rappresentante di agiatezza e consumo derivati e quindi sempre di sua proprietà. In sostanza nemmeno la più miserabile classe sociale rinuncia alle forme tradizionali di consumo vistoso, se non sotto la stretta della più cruda necessità. L’utilità del consumo come mezzo di reputazione tocca l’apice in quelle parti della comunità in cui il contatto umano dell’individuo è più vasto. Ad esempio nella popolazione urbana più che nella rurale è usanza rispettabile, specie fra la bassa borghesia, il bere liquori, l’offrire e fumare in luoghi pubblici.

C’è da tenere sicuramente conto infine che nello sfruttamento del consumo vistoso entra in gioco anche l’istinto dell’efficienza, che induce gli individui a guardare favorevolmente a tutto ciò che è utile per essi stessi, e a deprecare ogni sciupio di sostanze ed energie. Ciò significa che per quanto prodiga possa essere una data spesa, essa deve almeno avere qualche plausibile scusa in vista di uno scopo apparente. Tale istinto trova espressione non tanto insistendo sull’utilità “oggettiva” quanto in un costante senso dell’odiosità e dell’impossibilità estetica di ciò che è chiaramente inutile.
La classe agiata per ovviare a questo problema ricorre alla finta di un impiego proficuo sviluppando norme di educazione di carattere spesso cerimoniale, con speciosi obiettivi di miglioramento incorporati nel loro titolo e stile ufficiale. Può accadere addirittura che un elemento del tenore di vita considerato in principio un vero sciupio finisca col diventare nel pensiero del consumatore una necessità imprescindibile nell’abitudine e nell’etichetta, e tale necessità conta poco nella classificazione delle spese come sciupio o meno, nel significato teorico della parola.
Il criterio a cui ogni spesa è sottoposta è se fa progredire o meno il genere umano, se favorisce quindi il processo vitale inteso impersonalmente: è un problema secondo il giudizio dato da uno spassionato senso comune. Perciò il problema non è se, nelle esistenti circostanze d’abitudine individuale e di costume sociale, una data spesa conduca al piacere o alla pace interiore del consumatore; ma se, tenendo conto di gusti acquisiti, ne risulti un netto aumento di benessere e di pienezza di vita. Il dato costume risalirà probabilmente all’istituzione di un confronto finanziario antagonistico, venendo in seguito concepito come abituale e prescrittivo, con l’appoggio del principio della rispettabilità finanziaria e del relativo successo economico. In sintesi un articolo può essere sia utile che dispendioso a prescindere della sua utilità produttiva, quindi non è necessario che sia uno spreco per rientrare nella categoria dello sciupio vistoso.

Articolo tratto dalla tesi di Marco Espertino, Comunicazioni simmetriche e asimmetriche nella società dei consumi, dove nel primo capitolo vengono ripercorsi i principali contributi di autori classici, quali Simmel, Veblen, Bourdieu e M. Douglas, sul fenomeno sociale del consumo e delle sue interazioni con il gusto.
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