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Individualità e agire collettivo. Il rischio e gli altri agenti che riconsegnano identità all’attore sociale

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Fabio Di Credico - Università degli Studi di Bari - [1999-00]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 144 pagine
  • Abstract
    All’interno del moderno assetto organizzativo, costruito e modellato intorno alle esigenze dei singoli attori sociali, l’attenzione della sociologia contemporanea non può prescindere dalla centralità del ruolo dei cosiddetti “agenti individualizzanti”, fattori esogeni all’ambiente lavorativo che presentano come matrice comune, come elemento caratterizzante la spiccata tendenza a far riaffiorare e rendere manifeste le nuove individualità altrimenti celate dall’agire collettivo.
    Fanno parte di questa categoria : la motivazione personale, l’esposizione alla fatica, la leadership e appunto la percezione del rischio.
    I primi studi che si prefiggono di indagare intorno a quest’ultima tematica sono portate avanti, dal 1986, dal sociologo Johnson coadiuvato da Tvesky.
    Questi sottolineano il carattere individuale del comportamento decisionale rischioso.
    Il loro punto di partenza concettuale verte sul significato e la derivazione etimologica del termine “rischio”, derivato dal latino “resecare” ovvero “tagliare”.
    Esso impone al senso comune una vicinanza concettuale, una sinonimia con il concetto di avventatezza e di pericolo.
    Conferendo all’idea di rischio individuale, in particolare in materia di lavoro, un senso di spiacevolezza e imprevedibilità restituendo all’attore sociale la sua dimensione imponderabile, emotiva, umana.
    Il grado con cui il lavoratore si identifica con l’organizzazione collettiva modella, di per sé, la sua percezione di rischio.
    Questo aspetto si evince dagli studi di Wiegman, Guttelin e Cadet del ’95 relative alle dinamiche organizzative interne alle industrie nucleari olandesi dal quale si evince che il rischio di eventuali pericoli nucleari è ritenuto meno probabile trai lavoratori del settore, anche non specializzati, che nella gente comune.
    La percezione del rischio lavorativo infatti parte dal presupposto teorico esposto da Chancey Starr nel 1969 col fine di indagare circa il rapporto che lega il rischio tecnologico e i suoi benefici.
    La domanda che introduce le teorie di Starr è “Qual è il livello di accettabilità di un eventuale azzardo?”
    Seguendo una indagine fatta iniziare nel 1969 il grado di accettabilità del rischio lavorativo in particolare risulta proporzionale alla terza potenza (al cubo) dei benefici procurati;
    a parità di benefici i rischi accettabili sono quelli volontari (errori umani) piuttosto che quelli involontari e imponderabili (esposizione a sostanze dannose);
    l’accettabilità, infine, risulta inversamente proporzionale al numero di persone esposte.
    A questo punto l’analisi di Paul Slovic si interseca con le conclusioni di Starr nella definizione dei fattori esogeni che danno impulso e influiscono sulle scelte individuali in materia di rischio lavorativo.
    Tra esse si possono il grado di familiarità e il controllo sull’eventuale pericolo tanto da entrare in un paradigma dove vengono fissate varie tipologie di rischio e classificate in base al loro riconoscibilità e accettabilità.
    Discorso specificano meritano, sempre seguendo il solco tracciato da Slovic, le professioni esposte al rischio, argomento che interesserà anche Savadori, Rumiati e Pietroni autori di una ricerca specifica sulla figura del Vigile del Fuoco.
    Slovic tratta in uno studio esposto nella rivista “risorsa uomo” del 1999 la percezione del rischio lavorativo negli astronauti della NASA alla luce della grossa incidenza di morte per cancro causata dall’esposizione a radiazioni nucleare.
    Queste sono un fenomeno naturale in un ambiente di lavoro estremo dove però i rischi sono imponderabili e non immediati invece che dalla conseguenze immediatamente osservabili (disastro a Cape kennedy, in Florida, del Challenger nel 1986).
    Secondo Slovic, la percezione del rischio inoltre, va oltre la percezione individuale poichè risente di una legittimazione sociale e di uno status tipico delle alte professionalità.
    Non a caso, Nelkin e Brown nel ’84 nell’opera “worker at risk” il riferimento alle professioni a rischio sono espresse nel capitolo chiamato “Vale la pena rischiare”.
    La gratificazione personale e la legittimazione individuale le ritroviamo a pieno nello studio sui Vigili del Fuoco, a cui avevano accennato anche Savadori, Rumiati e Pietroni nel volume primo della rivista “Risorsa uomo” del 1999, la cui esposizione a forme di soddisfazione personale è dovuta al controllo e la salvaguardia di vite umane che rendono insignificante l’incidenza di rischi professionali.
    Un’ennesima tipologia di rischio è rappresentata dalle professioni inerenti alla attività imprenditoriale, studiate da Pedrabissi e Santaniello.
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