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Società multietnica e dinamiche interculturali. Dai modelli teorici alla ricerca visuale.

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Francesca Fermani - Università degli Studi di Bologna - [1999-00]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 166 pagine
  • Abstract
    Affrontare una tematica come quella delle dinamiche interculturali innescate dai fenomeni migratori all’interno delle società d’approdo, in un momento in cui i dibattiti e le opinioni si moltiplicano e si sovrappongono in modo spesso confuso e disomogeneo, non è stata cosa facile. Meglio, non è stato facile orientarsi e discernere, nel mare dei paradigmi e delle teorizzazioni, i modelli capaci di delineare in modo soddisfacente la situazione attuale, fatta di parallelismi e similitudini rispetto a precedenti esperienze, ma anche di peculiarità di cui occorre tener conto.
    Si è perciò reso necessario, nella prima parte dell’elaborato, tracciare gli scenari più vasti all’interno dei quali collocare le situazioni contingenti, dotandosi degli strumenti teorici in grado di fungere da schemi di riferimento generale.
    Un primo passo in questa direzione viene dalla constatazione della “ciclicità” dei flussi migratori, i quali vedono le proprie componenti interne variare in modo significativo e determinante per le dinamiche innescate nelle società di approdo: nuove fasce di popolazione sono protagoniste dell’attuale fase, caratterizzata dal fenomeno dei ricongiungimenti familiari, attraverso cui fanno il proprio ingresso nel nostro paese mogli e figli dei primi migranti. Soggetti nuovi, coinvolti in processi ed ambiti istituzionali per lo più extra-economici, che mettono in crisi il binomio “classico” immigrato/forza-lavoro.
    Abbandonando l’ambito puramente economico-funzionale, l’immigrazione inizia finalmente ad essere percepita come una questione riguardante a pieno titolo la sfera socio-culturale: ci siamo chiesti allora quale convivenza, quale condivisione, quali tipi di relazione siano ipotizzabili tra autoctoni e popolazione immigrata, calando l’interrogativo nell’articolato contesto nazionale.
    Parlare di dinamiche interculturali significa infatti parlare di relazioni e interazioni tra soggetti e gruppi portatori di culture che si definiscono e si autorappresentano come differenti. Un’analisi di taglio antropologico non può prescindere dalla constatazione che tale interazione si costruisce attorno ad aspettative reciproche che tengono conto in modo preponderante della variabile etnico-culturale.
    L’evolversi di tali dinamiche verso modelli di interazione improntati all’apertura ovvero alla chiusura comunicativa, alla molteplicità ovvero all’omogeneità etnico-culturale, dipenderà dalla capacità delle varie componenti di negoziare strategicamente le proprie identificazioni. Su questa importante capacità, connessa alla natura intrinsecamente plastica e dialogica di ogni identità, si gioca il futuro delle società multietniche. Senza negoziazioni strategiche e bilaterali l’identità etnica corre il rischio di essere assolutizzata (etnicizzazione dei rapporti sociali) o, all’opposto, messa al bando (assimilazione-mimetizzazione), decretando l’incapacità di costruire l’interazione su confini deboli e permeabili.
    La nostra attenzione si è quindi soffermata su una fascia di popolazione che rappresenta a nostro avviso una sorta di “catalizzatore” delle problematiche interculturali: gli immigrati di seconda generazione, chiamati a costruire la propria identità muovendosi tra spazi e tempi del quotidiano comuni ai propri coetanei (servizi educativi, tempo libero…) e spazi e tempi caratterizzati invece da forti discontinuità (legami familiari, riti e cerimonialità legate alla cultura d’origine, vita vissuta in patria…).
    Sulla base di queste riflessioni teoriche è stata elaborata una ricerca empirica, che costituisce la seconda parte del presente elaborato.
    Accettando i principi basilari della metodologia qualitativa e combinandoli con un approccio basato sulle immagini, si è strutturata una ricerca visuale, finalizzata a comprendere vissuti soggettivi e riferimenti culturali di giovani stranieri di seconda generazione. In tal modo si è fatta propria l’ipotesi secondo cui la comunicazione iconica può essere considerata “linguaggio del vissuto soggettivo”.
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