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Cinema e computer. Il rapporto uomo-macchina tra rappresentazione cinematografica e realtà scientifica

Autore
Stefano Grassano - Università degli Studi di Torino - [1999-00]
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  • Indice
  • Bibliografia
  • Tesi completa: 309 pagine
  • Abstract
    Lo scopo di questo scritto è cercare di evidenziare e analizzare il valore delle macchine e delle tecnologie nella nostra vita (attraverso uno studio scientifico sui progressi e sui limiti dell’intelligenza artificiale e della realtà virtuale) ed il conseguente aumento esponenziale della loro rappresentazione nei film (attraverso l’esame di alcuni testi filmici, ritenuti particolarmente significativi, che hanno influenzato le convinzioni, le paure e le aspettative di chiunque abbia guardato attentamente una “macchina”).
    Si tenderà volutamente ad estremizzare la questione tra due tendenze opposte nei confronti della tecnologia (Capitolo 1) e a presentare un fatto ipotetico, come lo sviluppo futuro dell’intelligenza artificiale verso macchine sempre più intelligenti, come qualcosa che dovrà quasi necessariamente compiersi, peccando probabilmente di parzialità e di ingenuità, ma credendo sia l’unico modo per capire perchè questi argomenti suscitino, dal semplice uomo della strada alle più alte sfere della “intellighenzia” mondiale, così tanto clamore (Capitolo 2).
    La prepotente rappresentazione della tecnologia sul grande schermo cambia anche i quesiti sulle vicende e sulle problematiche dell’uomo, perché, nell’epoca del dominio delle macchine, il soggetto pensante e agente non ha più davanti a sé un mondo manipolabile e semplice da gestire. Oltre ad un cinema che s’interroga sulla tecnica e su un futuro che è già un “adesso”, ce n’è anche uno che, parallelamente, continua ad interrogarsi su cosa siano gli uomini, su cosa siano diventati da quando le macchine hanno iniziato ad imitarli e a sfidarli.
    Si tende, proprio per questo, a riscoprire la figura del cyborg, dell’ibrido tra noi e la macchina, non come un’ipotesi terrificante e utopistica, ma come una possibile realtà. Forse, il vero problema è che non possediamo ancora una parola intermedia tra “meccanico” e “umano” che non abbia una connotazione fantascientifica (come “cyborg”, “umanoide” o “replicante”), spesso negativa o vista come minacciosa per la sopravvivenza dell’uomo (Capitolo 3). Probabilmente a causa delle questioni morali ed etiche legate al tentativo dell’uomo di coronare a tutti i costi il sogno dei padri del Golem, dell’homunculus, di Frankenstein e dell’intelligenza artificiale: creare, partendo dalla materia inanimata o da un chip elettronico, un “oggetto” senziente ed intelligente con funzioni e capacità simili a quelle dell’uomo.
    E’ cambiato solo il nome degli esseri mitologici inventati dal nulla. Oggi si chiamano organismi cibernetici, meglio noti con l’abbreviazione di “cyborg”, in pratica automi non fatti di materia “informe” come nelle leggende, ma con le più sofisticate tecnologie (Capitolo 4).
    Si cercherà di capire, inoltre, perchè così tanti registi abbiano cercato di rappresentare il rapporto tra l’uomo e le sue creature con connotazioni così differenti, spaziando da una visione “manichea”, in cui l’uomo ricopre il ruolo della vittima mentre la macchina si trasforma in antagonista, o peggio in carnefice (Capitolo 5), ad una visione più rassicurante, in cui l’uomo riesce più o meno facilmente a controllare le sue creature in quanto viene considerato, anche dalle macchine stesse (come il comandante Data in “Star Trek” o il robot Numero Cinque in “Corto circuito”), un meccanismo praticamente perfetto e quindi irraggiungibile.
    Nell’epoca del trionfo e dell’autonomia crescente dell’immaginario tecnologico, la distanza tra l’uomo e la macchina si avverte sempre di meno, dal punto di vista concettuale, fisico e, addirittura, mentale. Se, inizialmente, “Macchina” e “Uomo” erano due mondi totalmente distinti e la tecnologia era essenzialmente vista come minaccia o come sfida (ad esempio nel cinema degli Anni Cinquanta), ora la macchina, fattasi corpo, può addirittura arrivare a capirci (Capitolo 6).
    Oggi l’uomo, superato il confronto con la “macchina infernale”, inizia a sfidare se stesso, cercando un’estensione dei propri sensi attraverso varie protesi che lo stanno trasformando sempre più in un cyborg, ma soprattutto grazie alle suggestioni della realtà virtuale (Capitolo 7), che fa tramontare l’idea del “corpo tradizionale” e fa aumentare, al tempo stesso, una sorta di disappunto per il fatto di non essere cartoni animati o icone di un videogame. L’esperienza viene trasferita in un supporto magnetico e l’uomo si trasforma, in un “corpo virtuale”, un nuovo soggetto inglobato e fagocitato dal mondo digitale (Capitolo 8).
    Il confine tra il vivo e il metallico, tra l’organico e l’inorganico, tra l’elettronico e il mentale si fa sempre più incerto fino a combinarsi e a compenetrarsi in una dimensione inedita che mescola realtà e virtualità: la vita diventa, a poco a poco, indistinguibile dalla finzione, si dissolve in fantasmi e ombre, produce una serie di scenari autoreferenziali-
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