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Alle origini della sociologia italiana: Icilio Vanni

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Luca Turri - Università degli Studi di Torino - [1994-95]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 130 pagine
  • Abstract
    Grosso modo, l'opera di Vanni è divisibile in due parti: egli scrisse di sociologia e di filosofia del diritto. Ma non si trattò di due interessi, a nostro parere, ugualmente intensi. Si potrebbe dire, con una battuta che non va presa troppo sul serio, che se la sociologia rappresentò per lui il primo amore (che non si scorda mai), la filosofia del diritto fu un matrimonio di interesse, magari addolcito da qualche tenerezza, ma pronto ad essere tradito anche dopo molti anni alla prima occasione. Destino, questo di Vanni, che sarà comune a molti altri intellettuali italiani fino a dopo la seconda guerra mondiale.
    La vicenda si Vanni si colloca, in massima parte, negli ultimi venti anni dell'ottocento, in un'epoca che, per la sociologia italiana, si può definire della morte prematura; in questo scenario Vanni si proponeva di affermare in Italia la sociologia come scienza autonoma, schiettamente positiva, che avrebbe dovuto studiare le leggi che governano la vita della società. Compito assai arduo: in Italia, infatti, nella patria di Machiavelli, l'idea dell'autonoma esistenza di una società, per di più rappresentante un'entità specifica dotata di leggi proprie, non era ancora apparsa. Era invece ancora dominante l'idea tradizionale dell'essenza politica della società: l'ordine sociale derivava, necessariamente, da un certo volere politico; in questa visione nessun ordinamento era da ritenersi legittimo, ma qualunque ordine sociale derivava dal possesso della forza effettiva, e perciò da una manipolazione politica. Questa specificità italiana avrà poi la meglio: non a caso quelli che diverranno i più noti sociologi italiani dell'epoca, Mosca e Pareto, si concentreranno sullo studio delle élites, versione moderna del Principe.
    La ricezione in Italia della nuova scienza nata in Francia e Gran Bretagna sarà alquanto contrastata e, complice l'avvento del fascismo, di fatto avverrà solo dopo la seconda guerra mondiale. Nello scorcio di fine ottocento durante il quale Vanni si trova a scrivere, l'idea che la società venga prima dello Stato, che emerga spontaneamente obbedendo a leggi proprie, non era facile da professare in Italia, dove la società era essenzialmente diversa da quelle d'oltralpe e d'oltremanica.
    Più di una volta, negli scritti di Vanni, si osserveranno tentativi di coniugare le posizioni, tra loro antitetiche, di chi intendeva la società come prodotto di un certo potere contrapposta alla visione di chi riteneva la società civile come antecedente allo Stato : sintomi, questi, della difficile situazione in cui Vanni era costretto, e del suo procedere, cauto e periglioso, tipico di chi si trovi a camminare sul filo di una lama.
    La sociologia condivise, in quegli anni, le fortune (poche) e lo sfortune (molte) che toccarono al positivismo. In Italia la sociologia arrivò in maniera diffusiva, e la sua comparsa nel nostro paese avvenne in un contesto particolare: se infatti altrove la sociologia era apparsa dopo la trasformazione industriale della società, in quasi concomitanza con l'affiorare delle tensioni sociali indotte da tale rivoluzione economica, in Italia - al contrario - la sociologia apparve in un contesto che si potrebbe definire proto-industriale. Di più, come molti hanno osservato, la rivoluzione industriale era avvenuta, originariamente, in paesi che avevano sviluppato prima una cultura industriale, cosa che in Italia non avvenne.
    Dunque, il positivismo si diffonde in una situazione di non-industrializzazione, e ciò, evidentemente, ne condizionerà in senso negativo la vicenda; tanto che negli anni venti e trenta del secolo diciannovesimo, la «reazione idealistica» terrà fuori l'Italia dal dibattito sul metodo e quindi dal superamento, avvenuto negli altri paesi europei, del tardo-positivismo col neo-positivismo e con una sociologia che sviluppava relazioni con lo storicismo, il neo-kantismo, la fenomenologia.
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