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L'integrazione di Rom e Sinti. Politiche e interventi nelle Marche e in Andalusia.

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Gabriele Landi - Università degli Studi di Urbino - [2007-08]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 58 pagine
  • Abstract
    Negli ultimi 20-30 anni l’UE si è soffermata sui principi che devono guidare l’azione degli Stati membri nel risolvere la questione degli zingari. I continui richiami degli organi dell’UE auspicano un approccio globale al problema, cioè una molteplicità di interventi coordinati iscritti in un quadro di portata più generale che abbiano come fine ultimo l’integrazione rom e sinta. Al contrario nel tempo si è affermata la tendenza a realizzare interventi di tipo settoriale e assistenziale, il che ha comportato una sostanziale insufficienza delle politiche rivolte agli zingari.
    Il caso spagnolo e quello italiano presentano caratteristiche strutturali diverse, in primo luogo per quanto riguarda il numero degli zingari presenti nei due Paesi, contando la Spagna circa 700.000 gitani su 46.000.000 di abitanti ed essendo invece questa presenza molto più esigua in Italia (circa 170.000 presenze, cioè lo 0.4% della popolazione totale). Inoltre, la stragrande maggioranza dei gitani residenti in Spagna ha la cittadinanza spagnola da circa cinque secoli, mentre in Italia la provenienza è più eterogenea.
    Mentre in Spagna, a partire dagli anni ’60, si volle utilizzare lo strumento delle case popolari per procedere all’inclusione abitativa gitana, in Italia, più o meno nello stesso periodo, ebbe inizio la prassi dei “campi sosta”, pensati inizialmente come luoghi all’interno dei quali si sarebbero potute realizzare tutte quelle attività tendenti all’integrazione. In entrambe le situazioni si sottovalutarono le conseguenze fortemente negative che derivano dalla “ghettizzazione”, sia essa sotto forma di casa che di campo sosta.
    Tra le varie questioni che i Paesi devono fronteggiare ci sono quelle inerenti alla scolarizzazione dei bambini rom e alle politiche sanitarie. Tanto in Spagna come in Italia si può parlare di scolarizzazione avvenuta solo a livello di scuola elementare. Ciò nonostante, l’evasione scolastica continua ad essere vicina al 50% in Italia e presenta tassi molto alti anche in Spagna per i ragazzi tra gli 11 e i 15 anni. I moniti dell’UE hanno più volte sottolineato la necessità di inserire all’interno dei programmi scolastici elementi di storia, cultura e lingua dei popoli zingari, così come di introdurre nelle scuole la figura del mediatore rom. Anche in tema di educazione hanno una certa importanza le dinamiche di segregazione: le classi “ponte” per alunni zingari, diffuse tra gli anni ’70 e gli anni ’80 in Spagna e circa 10 anni prima in Italia, furono un mezzo che venne ben presto abbandonato proprio per la segregazione scolastica che favoriva. Le attuali direttive scolastiche spagnole intendono colmare le lacune degli alunni simultaneamente alla loro scolarizzazione nelle classi abituali. Al contrario in Italia si sta delineando un modello che prevede test di ammissione per gli studenti stranieri e l’istituzione di classi di inserimento alle classi ordinarie.
    Per quanto riguarda le campagne di vaccinazioni, le prassi seguite in Spagna ed Italia si differenziano in base alla situazione di partenza della comunità. Lo scopo è sempre quello di innalzare il più possibile il tasso di vaccinazione in una popolazione bersaglio. Nel caso andaluso la tendenza è quella di indirizzare i gitani verso i Centri di Salute dove poi verranno vaccinati. In Italia si è cercato, come nel caso di Roma, di condurre campagne di vaccinazione dei bambini spesso all’interno degli stessi insediamenti di appartenenza. Il che ha portato indubbiamente ad una riduzione notevole della scopertura vaccinale (dal 40% al 9%). Il problema principale quando si parla di tematiche sanitarie è quello della continuità: risultati conseguiti attraverso anni di campagne possono essere vanificati anche in tempi piuttosto brevi.
    Secondo una rilevazione del 2008 dell’eurobarometro, strumento di cui si è dotata la Commissione Europea per acquisire dati statistici sull’andamento complessivo dell’UE, in Italia la percentuale dei cittadini che si dice a disagio alla sola idea di avere un vicino di casa rom è del 47%. Interessante è il confronto non tanto con la media UE (24%), ma con quei Paesi come Romania, Francia e Spagna che, pur registrando una presenza di zingari maggiore, presentano un tasso di disagio più basso rispetto al nostro. Non è fuori luogo quindi considerare i diversi atteggiamenti tenuti nei confronti dei rom come determinati in buona parte dalle politiche che il singolo Stato persegue. Se si ricercano soluzioni temporanee di stampo assistenziale a scapito di progetti di inclusione a lungo termine, la qualità delle relazioni dei rom con il contesto sociale e viceversa degrada rapidamente, provocando un aumento del disagio e con esso l’ostilità di gran parte dell’opinione pubblica.
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