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Le attività di lobbying nel giornalismo politico-economico: Italia e Usa a confronto

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Federica Vagnozzi - Università degli Studi di Roma La Sapienza - [2008-09]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 204 pagine
  • Abstract
    Negli Stati Uniti, le attività di lobbying sono un diritto tutelato dalla Costituzione (1787). Il Primo Emendamento garantisce ai cittadini e ai gruppi organizzati (tra cui, appunto, i gruppi di interesse) la possibilità di far sentire la propria voce all’interno dei lavori del Congresso. La maggiore preoccupazione dei costituenti americani, al momento della stesura del testo fondamentale, è stata dunque quella di porre un freno al potere del Governo, che avrebbe potuto abusare della sua posizione a discapito dei cittadini. La concezione liberale che sottende a questo articolo della Costituzione ha fatto in modo che oltreoceano si sviluppasse un ampio spettro di attività lobbistiche, tutte regolamentate, dunque tutte realizzate alla luce del sole.
    Anche in Italia, i gruppi di pressione e di interesse svolgono un ruolo rilevante in politica. Tuttavia, l’assenza di una regolamentazione adeguata in grado di dettarne le norme di condotta ha, probabilmente, causato il dilagare di tali attività, che però vengono svolte per lo più in modo poco trasparente.
    L’ingerenza delle lobby si è fatta sentire soprattutto nel mondo giornalistico italiano. Un sistema in cui l’alto livello di parallelismo politico, la presenza del pluralismo esterno e una debole professionalizzazione degli operatori mediali ne hanno decretato la subalternità agli interessi politici, economici e finanziari.
    La natura del quotidiano e la logica che li guida ha quindi facilitato l’accrescere di tali torbidi rapporti. Il giornale è sempre stato concepito come strumento politico e culturale riferito agli “addetti ai lavori”, non come un servizio o un prodotto da vendere. Di conseguenza, questa concezione ha avuto delle ripercussioni negative sull’intera redazione: non essendo vista come una azienda, spesso è venuta meno l’ attenzione al personale e alla professionalità. Alimentando, in tal modo, autoreferenzialità, autosufficienza, dimenticando che il primo referente del lavoro giornalistico è il lettore.
    Alle riunioni del mattino delle più importanti redazioni siedono i giornalisti ma è una (o più?) mano invisibile a guidare la matita sul menabò. Chi c’è dietro questa mano invisibile?
    Una casta - la Casta – è stata già smascherata. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno dato alle stampe un documento esemplare sulla dubbia condotta dei partiti e dei politici italiani. Ma incidere sulle routine produttive del lavoro giornalistico è aspirazioni di molti: sindacati, grandi aziende, enti, associazioni, banche ecc. I poteri forti, insomma.
    Gli stessi poteri che ostacolano la messa a punto di una legislazione ad hoc che regoli le attività lobbistiche. L’ultimo disegno di legge, "Disciplina dell'attività di rappresentanza di interessi particolari", è stato presentato dal ministro Santagata nel governo Prodi. Nel citato disegno di legge, che quando è caduto il governo era ancora in discussione al Senato, era previsto: l’istituzione di un registro presso il Cnel , la stesura di un codice di deontologia professionale e la possibilità di mettere in atto delle sanzioni reputazionali o pecunarie. Insomma, l’intento è quello di dare un volto e un nome ai lobbisti anche per facilitarne il loro mestiere. Ma è dura opposizione alla realizzazione di tali progetti. Perché?
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