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Flessibilità ed esclusione sociale

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Annalisa Romano - Istituto Universitario Navale di Napoli - [2009]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 34 pagine
  • Abstract
    Sempre più attenzione suscita nel dibattiti di politica economica il concetto di flessibilità. La ricetta della flessibilità non è, però, sufficiente per creare nuova occupazione. Da sola non serve se non si incrementa la produttività, ovvero se non si migliora la qualità del capitale umano, quindi della formazione, dei processi produttivi, delle capacità imprenditoriali di innovare la produzione. E neanche il welfare tradizionale che abbiamo fin qui conosciuto è sufficiente per contrastare le nuove e più immateriali forme di esclusione sociale, sostanzialmente basate sulle ineguaglianze di accesso ai saperi più evoluti. Riguardo al primo aspetto dell’occupazione i dati ci dicono che le probabilità di non trovare un lavoro sono fortemente correlate con il livello di formazione; ad esempio, una donna sotto i 24 anni con bassa scolarità ha 76 probabilità su 100 di non trovare un’occupazione. Per un uomo, nelle stesse condizioni, le probabilità di non trovare lavoro sono inferiori, ma non di molto, e rischia di restare senza lavoro in 67 casi su 100; se invece ha svolto corsi di formazione professionale allora le probabilità di non riuscire a trovare un’occupazione scendono a 39,7 su 100. I meccanismi che generano esclusione sociale si stanno dunque trasformando e un’area ad alto rischio è ormai costituita dall’avere una bassa dotazione formativa. Peggiora la criticità di quest’area il fatto che le spese per istruzione, formazione e cultura già costituiscano per il 23,2% delle famiglie italiane la voce più incisiva e, secondo il 32,5%, destinata a crescere ulteriormente. Inoltre, l’82,4% degli studenti italiani non riceve nessuna forma di aiuto.
    Sempre restando nell’ambito della competitività economica fondata sulla qualità delle risorse umane, l’Italia appare in netto ritardo: la spesa per l’istruzione sul Pil è passata dal 5,8% del 1990 al 4,5% del 1995; il contributo dello Stato per ogni laureato nel nostro paese è di 88 milioni contro i 114 della Francia e i 153 della Germania; la domanda di capitale umano è assolutamente insufficiente da parte delle aziende dato che nel biennio 1999-2000 solo il 6,2% delle assunzioni ha riguardato persone con un titolo universitario; la struttura retributiva italiana, infine, non valorizza adeguatamente il capitale umano qualificato, poiché fatta cento la retribuzione dei diplomati i laureati hanno un reddito medio annuo pari a 115, mentre negli Stati Uniti è pari a 158 e in Finlandia a 160.
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