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Immigrazione e criminalità in Italia: quale relazione?

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Alberto Sirigu - Università degli Studi di Cagliari - [2008]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 36 pagine
  • Abstract
    Il tema della relazione tra immigrazione e la criminalità rappresenta un argomento, per così dire, classico della criminologia; i primi studi sulla materia sono stati condotti, nella prima parte del ‘900, soprattutto negli Stati Uniti d’America, Paese che ha fondato la sua esistenza proprio sul fenomeno della migrazione. Quello della devianza degli immigrati è un tema estremamente delicato, difficile e complesso; antica è la preoccupazione che gli immigrati commettano reati più spesso degli autoctoni e che generino un aumento di criminalità, alimentando parimenti un forte allarme sociale. Numerose ricerche, in ambito criminologico, hanno messo in evidenza come vi siano periodi storici e Paesi in cui gli immigrati rispettano maggiormente le leggi degli autoctoni, ed altri ancora in cui avviene esattamente l’opposto. Passando in rassegna le diverse ricerche condotte negli Stati Uniti, alcuni autori americani hanno sfatato il vecchio mito contro gli immigrati, mostrando come essi non commettessero più reati dei nativi; in Italia, Ferracuti, sintetizzando i risultati dei lavori scientifici pubblicati in Europa negli anni ’60, ha affermato che il tasso elevato di delinquenza, tra gli emigrati, è un mito dovuto alla xenofobia. Tuttavia, negli ultimi tempi, quasi tutti i ricercatori hanno mostrato che, dalla metà degli anni ’70, in molti Paesi Europei, vi è stato un continuo aumento della quota di reati commessi dagli stranieri. Questo aumento è dovuto a due distinti processi; in primo luogo, è cresciuto il numero degli stranieri senza permesso di soggiorno (irregolari, clandestini) che violano le norme penali; in secondo luogo, i regolari hanno iniziato a commettere reati più spesso degli autoctoni. Una seconda preoccupazione in quel periodo, strettamente connessa alla prima precedentemente menzionata, era quella della relazione tra gli immigrati di prima generazione e quella dei loro figli (la c.d. seconda generazione); in altre parole, ci si rese conto del fatto che non gli immigrati di prima generazione, ma quelli della seconda violavano più spesso il codice penale di quelli della prima; già negli anni ’70, in alcuni Paesi Europei, alcuni criminologi definivano gli immigrati della seconda generazione una bomba sociale a scoppio ritardato.
    Le teorie criminologiche, allora comunemente accettate per dare una spiegazione della delinquenza straniera, sono essenzialmente di carattere socio-psicologico. Il comportamento antisociale del migrante è letto per lo più come la risultante di un disadattamento sociale, di sentimenti di esclusione e di frustrazione. Diverse teorie possono essere ricordate per spiegare il fenomeno: la teoria del conflitto culturale (che spiega la criminalità sulla base dell’attrito che si svilupperebbe tra il sistema culturale di origine degli immigrati e quello del paese di destinazione), la teoria della mobilità (in base alla quale la mobilità indebolirebbe l’attaccamento alla comunità locale e rinforzerebbe i legami tra gruppi secondari)...
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