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Flexicurity in Danimarca. Un modello esportabile? Come Flessibilità e sicurezza possono convivere.

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Luigi Trotta - Università degli Studi di Firenze - [2009-10]
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  • Indice
  • Bibliografia
  • Tesi completa: 116 pagine
  • Abstract
    Perché é interessante questa tesi?
    Roma, 6 dic 2011 - La riforma del mercato del lavoro a
    cui il governo Monti si mettera' al lavoro tra pochi giorni
    andra' nella direzione della 'flexicurity'. E' quanto ha
    assicurato il ministro del Lavoro e del Welfare, Elsa Fornero
    illustrando le linee programmatiche del suo dicastero in
    commissione Lavoro del Senato.
    ''Fino ad oggi sono stata completamente assorbita dalla
    riforma delle pensioni. Il mio impegno da domani o da
    dopodomani sara' dedicato alla riforma del mercato del lavoro
    - - ha sottolineato Fornero -. Non sono in grado di fare
    anticipazioni, ma la direzione sara' quella della
    flexicurity, ovvero la flessibilita' che si accompagna a
    garanzie ai lavoratori di un trattamento adeguato''.

    Temi affrontati dalla Tesi
    La Danimarca è stata indicata dalla letteratura, dalla Commissione Europea e dall’OECD come una nazione che ha saputo trovare buone risposte alle sfide odierne ed è stata presentata come una ‘buona pratica’ da imitare. Il regno di Danimarca, dalla metà degli anni Novanta, ha visto migliorare la sua situazione occupazionale; dal 1993 al 2007 la disoccupazione è passata dal 12,4% al 3,8%, l’inflazione è rimasta molto bassa e oggi si registra il più alto tasso d’attività europeo senza forti differenze di genere. Il mondo accademico danese ed internazionale ha cercato di spiegare e svelare il mistero di questo ‘miracolo’ e verso la fine degli anni Novanta ha sviluppato lo schema interpretativo del golden triangle in cui l’alta mobilità del mercato del lavoro è bilanciata da un sistema di welfare generoso e da politiche attive del lavoro. La Commissione Europea ha fatto riferimento più volte al golden triangle e ha sviluppato un concetto di flexicurity che richiama questo schema nell’ambito dell’European Employment Strategy.
    Il mio lavoro ha criticato e messo in discussione i due assiomi del dibattito europeo sulla flexicurity: il modello danese è un paradiso privo di problemi; tutti gli stati possono importare questo modello. La visione proposta dalla Commissione Europea sulla flexicurity, secondo la quale tutte le parti sociali guadagnano da una strategia di flexicurity, non è supportata dai dati empirici danesi: in Danimarca immigrati e lavoratori anziani sono esclusi dal mercato del lavoro. A livello europeo, quando si guarda al modello ibrido danese, ci si lascia attrarre solo dalla sua parte liberale e si tralasciano gli aspetti social democratici; le profonde radici storiche e i costi sono spesso dimenticati. Il modello di flexicurity europeo, seppur presentato come de-politicizzato, in realtà cela una versione d’ispirazione liberista della flexicurity.
    Gli attori e il contesto sono due variabili determinanti per l’esportazione del modello danese che richiede la presenza di attori con lealtà di comportamento, pragmatismo e fiducia reciproca. In assenza di queste caratteristiche, l’aspetto più critico dell’esportazione è determinato dalla frequente mancanza di risorse, necessarie per costituire un sistema fiscale ed una pubblica amministrazione efficienti. Se ci fossero le risorse economiche per riformare l’apparato statale, mancherebbero comunque due elementi indispensabili al sistema di flexicurity: l’individualismo e una cultura del bene comune. Ultimo aspetto da considerare è il seguente: gli studi sulla flexicurity si sono sviluppati considerando l’ipotesi di un contesto economico difficile; una forte crisi internazionale non è mai stata considerata. L’esportazione di questo modello diviene quasi impossibile in condizioni di paura e percezione negativa del futuro.
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