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La teoria critica della società in Horkheimer e Adorno: logica del dominio e vie della liberazione

Autore
Giuseppina Tomiri - Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara - [2005-06]
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  • Indice
  • Bibliografia
  • Tesi completa: 88 pagine
  • Abstract
    IL presente lavoro oggetto di tesi si propone di mettere in luce il filo conduttore sotteso alla genesi della teoria critica della società, oltre che ad essere un contributo per la ricostruzione del pensiero dei due maggiori esponenti della Scuola di Francoforte,Horkheimer e Adorno sui quali verte la suddetta argomentazione. Nel primo capitolo viene messa in luce quale sia il compito che i nostri si prefiggono. La teoria critica deve essere intesa come comprensione totalizzante e dialettica della società umana nel suo complesso, e, per essere più esatti, dei meccanismi della società industriale avanzata, al fine di promuovere una trasformazione razionale della società che tenga conto dell’uomo, della sua libertà, e del suo armonico sviluppo in una collaborazione aperta e feconda con gli altri, piuttosto che di un opprimente sistema e della sua perpetuazione. Per tali ragioni risulta indispensabile studiare la società come un tutto quindi il materialismo,come teoria della totalità sociale di cui tratta il primo capitolo,è legittimo come metodo di ricerca,come il punto di vista teoretico e pratico più adeguato per la comprensione della totalità ma non come metafisica con la pretesa di dire cosa sia la realtà in modo definitivo. Secondo i nostri, esso realizza nell’ambito delle scienze sociali un uso critico della totalità, perché interpreta i vari ambiti della società in correlazione fra loro, come strutture delle quali è possibile scoprire le leggi che le determinano.
    La forza del pensiero dialettico è proprio l'insistenza sulla totalità, la caparbietà nel cercare di tessere la trama dei particolari che l'esperienza scientifica rimanda mutili e frammentari al pensiero. Ma il concetto di totalità è critico e non positivo, perché esso rappresenta un'antinomia che il pensiero non riesce ancora a superare, costretto dallo stadio attuale della coscienza a imbattersi in una contraddizione lacerante che non gli è dato sciogliere senza intervenire attivamente sul processo reale che ingenera quell'aporia del pensiero. Concetti come quelli di sistema, di totalità o, più concretamente, di ragione, di società, di individuo rappresentano proprio antinomie di questo tipo. Il pensiero si trova di fronte parole che veicolano contraddizioni stridenti, contraddizioni che risiedono, secondo la teoria critica, nel modo stesso in cui è organizzata la società e, conseguentemente, nel modo in cui tale organizzazione si riflette nell'ordine del pensiero, nel modo in cui l'ordo rerum struttura l'ordo idearum. Se il sistema è modello della società è però anche vero che all'interno della relazione Universale e Particolare così come si impone al pensiero non è possibile pensare altrimenti la reciproca determinazione di individuo e società,essi rimangono due realtà irriducibili, in costante tensione reciproca. Rendere nullo l'altro è il desiderio del pensiero di trovarsi "a casa propria" in tutte le cose. Il sistema era la massima espressione di questa totalità conciliata in cui la differenza era esorcizzata. Questo annullamento, tuttavia, non riesce: la conciliazione fallisce e di fronte alla contraddizione che il pensiero sperimenta, la tesi dell’unità di razionale e reale cade in crisi.
    Nella Teoria Critica si assiste al passaggio dalla filosofia come ricostruzione del mondo, alla critica sociale come auto-riflessione radicale del pensiero su se stesso capace di comprendere quella discrepanza che sussiste tra la sua rappresentazione ideologica,che riveste sempre di eternità, "naturalità" determinati rapporti sociali, e la realtà.
    Centrale rimane, per Adorno e Horkheimer, la tesi che l'uomo, come individuo socializzato, come appendice di un apparato sociale che ne preforma i modi di agire e pensare, dettandogli costantemente l'orizzonte di possibilità di sviluppo, deve essere descritto come un “non ancora essente”. L'uomo è un risultato, non un éidos: “Non è possibile indicare cosa sia l'uomo. Quello odierno è finzione, non libero, regredito dietro tutto quel che gli viene messo in conto come invariante, [...] Ormai non basterebbe più una cosiddetta antropologia storica. È vero che essa comprenderebbe l'essere divenuto e l'essere condizionato, ma li attribuirebbe ai soggetti, prescindendo dalla disumanizzazione che ne ha fatto quel che sono [...].
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