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L'handicap tra sacralità e qualità della vita. Riflessioni di bioetica

Autore
Elisabetta Chessa - Università degli Studi di Sassari - [2007-08]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 69 pagine
  • Abstract
    Le prospettive e i problemi sollevati dal grande sviluppo delle scienze mediche e di quelle biologiche sono numerosi. I progressi tecnici stanno apportando all’uomo continui bisogni e incessanti necessità che occorre a forza di cose soddisfare: nuovi computer, nuove linee telefoniche per una migliore connessione in internet, nuove competenze da acquisire in ambito professionale, una formazione continua e mai finita, che diventa indispensabile per ogni professione.
    L’imperativo della modernità ci suggerisce che è meglio vivere in un mondo ricco sotto tutti i punti di vista: il benessere generalizzato offre all’esistenza umana nuovi traguardi, le conquiste medico-scientifiche migliorano la vita, rendendola più lunga e attiva.
    E’ questo il mondo in cui dobbiamo vivere, non abbiamo alternative, chiunque voglia adattarsi e raggiungere risultati significativi nella nostra società deve impostare la propria esistenza cercando di aggiornare periodicamente il proprio bagaglio culturale e scientifico.
    Tutti i progressi che ci vengono proposti interrogano, provocano l’uomo e la società, producendo nuove domande e nuove esigenze sociali e politiche; sorgono così nuove questioni etiche. Si tratta spesso di questioni delicate e complesse e di difficile soluzione.
    La riflessione, alla base del mio lavoro, nasce da un preciso fatto di cronaca (riportato di seguito), che mi ha portato a riflettere sul rapporto che intercorre tra l’handicap e la società nel suo complesso; in particolare la volontà è quella di vedere come l’handicap viene percepito e come ad esso gli uomini si rapportano.
    Un recente fatto di cronaca del nostro paese vede protagoniste due gemelline di Milano, una sana e l’altra affetta da sindrome down; i genitori e i medici hanno deciso di intervenire, provocando l’aborto della bimba down e progettando di continuare la gravidanza di quella “sana”. Invece, durante l’intervento, le gemelline si sono mosse e i medici sono intervenuti sulla bimba sana. Accortisi dell’errore, la madre ha abortito la gemella rimasta, quella down. Naturalmente è partita un’azione legale, ma molti medici, appellandosi alla possibilità di “errore umano” hanno rivelato che quella effettuata è un’operazione, se pure molto difficile, praticata con una certa frequenza.
    Naturalmente ciò che è avvenuto non è certo un fatto isolato, tutti possiamo renderci conto di ciò che si prospetta all’orizzonte, in particolare alcune idee circa le nuove ricerche sulla genetica: vengono richiesti molti fondi per la ricerca, con la prospettiva di scoprire preventivamente le anomalie del feto per poter così debellare le sindromi genetiche che possono essere manifestate; queste ricerche vengono legittimate ricorrendo all’immagine, del tutto negativa, che il disabile propone alla società dei cosiddetti “sani”, sottolineando quanto infelice potrebbe essere la vita di una persona che presenta anomalie genetiche; ciò equivale a sostenere che il disabile, mentale o fisico, non ha diritto alla vita, e la sua esistenza non merita di essere vissuta. La diretta conseguenza è che la vita diventa da subito un esame: test genetici, diagnosi pre-impianto, diagnosi pre-natali, e quanto altro si possa ritenere legittimo.
    Questo fatto di cronaca mi ha portato ad interrogarmi su ciò che spinge l’uomo ad intervenire sulla vita umana, in particolare su quella nascente.
    Mi colpiscono tanto da riproporle le parole di F. Agnoli che in un articolo, quando parla della “medicina dei desideri” scrive: “…ci promette la luna: la tecnica sarà in grado di produrre creature perfette, selezionate, filtrate, e ogni frutto ammaccato verrà gettato via, citando un famoso proverbio: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”…Divenire più che umani, trans-umani, è il sogno di molti, è il “superuomo” nella versione tecnologica. Questa è la medicina dei desideri: che non si prende più a carico l’uomo, con la sua malattia, la sua fragilità, i suoi limiti, ma che accantona i malati, li sopprime, li scarta, in nome di quello che vuole andare a creare, l’uomo nuovo, l’uomo che non patisce e non muore..”#.
    La lente attraverso la quale ho svolto la mia riflessione è la bioetica, quale nuova disciplina che si occupa del delicato rapporto tra l’uomo e la vita umana, in particolare essa riguarda quegli interventi dell’uomo sulla vita umana resi possibili dalle scoperte delle scienze mediche e biologiche.
    Attraverso la bioetica ho potuto verificare che alla base del modo di vedere l’handicap vi è innanzitutto un modo di vedere la vita, la vita come bene sacro da difendere ad ogni costo, la vita come bene che ha (e deve avere) una qualità, in base alla quale acquista importanza e rispetto.
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