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Alina Marazzi: lo sguardo necessario

Autore
Morena Orsini - Università degli Studi di Ferrara - [2007-08]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 127 pagine
  • Abstract
    La particolare difficoltà conosciuta tradizionalmente dal genere documentario in Italia rispetto ad altri paesi, sia per l’aspetto produttivo che per quello distributivo, non ha impedito in tempi recenti la comparsa di nuove opere in grado di interessare un vasto pubblico.
    Attraverso un’analisi, seppur breve, del panorama teorico che si è occupato della non-fiction, viene alla luce quella che risulta una problematica non ancora risolta: la ricerca di una definizione di cinema documentario. Il cinema del digitale, la maggiore rivoluzione tecnologica-estetica dai tempi del sonoro, amplia la gamma delle lavorazioni possibili in post-produzione, al di là del tradizionale montaggio dell’immagine e del suono. La fiction utilizza elementi della non-fiction e viceversa: diventa difficile dire dove finisca la «verità» e dove cominci la «finzione», nel “cinema che documenta”.
    All’interno di questo panorama il caso di Alina Marazzi appare emblematico: l’indubbio riconoscimento da parte della critica e del pubblico costituisce una conquista non solo per il documentario, ma per il cinema italiano nel suo complesso.
    I suoi tre lungometraggi sono concepibili come una trilogia: tre tappe di un viaggio all’interno della soggettività femminile allo scopo di riflettere sulla condizione femminile a partire da sé: le protagoniste dei film di Alina Marazzi non sanno fare propri i ruoli che vengono loro imposti.
    La protagonista di "Un’ora sola ti vorrei" (2002) è la madre di Alina Marazzi, Liseli, che si è suicidata all’età di 33 anni e la sua storia viene ripercorsa attraverso stralci dei diari personali e filmati di famiglia.
    "Per sempre" (2005) costituisce una riflessione sulla scelta di vita che porta alla clausura nei monasteri, un film di passaggio tra il “personale” della prima opera e quello “collettivo” della terza: la novizia Valeria si trova nell’incapacità di compiere un percorso apparentemente già segnato e lascia la confraternita dove ha vissuto per due anni.
    "Vogliamo anche le rose" (2008) racconta il profondo cambiamento determinato dal movimento femminista e dalla liberazione sessuale in Italia. A scandire il film è la lettura di passi tratti dai diari di tre giovani donne: Anita nella Milano del ’67, Teresa nella Bari del ’75 e Valentina nella Roma del ’79. Sono affrontati i problemi condivisi con tante coetanee: l’impreparazione al sesso, l’esperienza dell’aborto clandestino, la difficoltà di accettarsi fino in fondo e di trasformare la militanza femminista in una identità forte e condivisa. Storia fatta di tanti frammenti, quali fotografie, fotoromanzi, filmini di famiglia, inchieste televisive, film indipendenti e sperimentali, pubblicità, musiche, animazioni d’epoca e originali. A dare continuità a queste figure femminili fuori dalle regole, è lo sguardo attento alle sfumature personali.
    Le caratteristiche dell’”idea documentaria” di Alina Marazzi sono: estetica in stile film di famiglia ed elaborazione creativa del materiale di repertorio; utilizzo della voce fuori campo, il potere della parola-testo di evocare, raccontare o sovrastare le immagini, di far vedere le cose, oppure di renderle enigmatiche; la forma “diario” come forma espressiva e intima, come luogo in cui si depositano idee e riflessioni: parlare di sé a partire da sé.
    Nelle sue opere, la regista è riuscita a trasformare ciò che c’è di più personale nel massimo dell’universale in cui ciascuno può identificarsi. All’oggettività del documentario subentra, nelle opere della Marazzi, la soggettività, il “punto di vista” personale: far sapere ad altri che ciò che ti tocca in prima persona può essere condiviso e che il personale può così trasformarsi in pubblico. Un cinema appassionato al di là delle logiche di mercato che nasce, come dice la stessa regista, da un “sentimento di necessità”.
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