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Il sistema assistenziale del crimine campano. Analisi degli aspetti sociali che rendono le camorre dei fenomeni largamente tollerati

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Alessandro Colletti - Università degli Studi Roma Tre - [2007-08]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 150 pagine
  • Abstract
    Parlare di welfare criminale, un sistema assistenziale di protezione sociale profuso dalle organizzazioni criminali, appare chiaramente un ossimoro, una contraddizione. Infatti, per il solo fatto d’esistere, le organizzazioni criminali generano danni sociali maggiori delle esternalità che producono. Inoltre, queste ultime non sono comunque elargite secondo logiche del diritto soggettivo, ma divengono facilitazioni frutto dell’arbitrarietà dei vari gruppi che, come vedremo, operano in forme eterogenee e utilizzano strumenti diversificati. Inoltre, i clan di camorra non promuovono diritti erga omnes come l’istruzione, se non quei principi antisociali che li caratterizzano; non creano ospedali, ma tentano di controllarne le articolazioni operative; non tutelano il bene comune, se ne appropriano. Ciò che i dirigenti dei clan elargiscono alle centinaia di affiliati e alle migliaia di fiancheggiatori, sono stipendi poco sopra la media e un minimo di sicurezza per le famiglie in caso di arresto o morte dell’affiliato, attraverso una primordiale assistenza economica e legale. Questo è oggi il livello standard delle prestazioni assistenziali maturato dai clan nello scorso cinquantennio, che ha visto l’evolversi delle compagini criminali presenti in Campania e nel resto d’Italia. L’entità e l’estensione dei benefici non è comunque statica, ma sta sempre in stretto rapporto al successo economico e professionale del gruppo criminale e del livello “occupazionale” ricoperto al suo interno. Una delle caratteristiche attuali nello scenario criminale campano è la diversificazione organizzativa dei gruppi presenti: si va dalle piccole bande criminali metropolitane che esercitano violenza come principale strumento per accaparrare risorse, alle grandi organizzazioni che presidiano il territorio con centinaia di affiliati e fiancheggiatori, fino alla costituzione di vere e proprie adhocrazie che includono capi-clan di diversi gruppi, professionisti di ogni sorta, politici, imprenditori, pubblici funzionari, insieme per operare con successo nei mercati economici nazionali e internazionali con azioni para-lecite. È noto l’alto livello di penetrazione dei clan nella cosa pubblica e nei settori economici privati, attraverso l’utilizzo della corruzione e della violenza, minacciata o esercitata. In molti contesti territoriali e istituzionali oggi, in Campania, la logica basilare del diritto soggettivo appare irreparabilmente capovolta: ottenere appalti, lavoro, un esproprio, ma anche cure ospedaliere o interventi sociali, diventa un favore da chiedere alla persona che conta di più al momento. Con la certezza che quella persona verrà a chiedere il favore in cambio, prima o poi.
    Essere membro del clan può voler dire far nascere i propri figli nelle migliori strutture sanitarie pubbliche o private, festeggiare nei migliori ristoranti, godere di un buon reddito e vederlo tutelato in caso di arresto, fino ad arrivare alla facilità di trovare il miglior loculo nel cimitero del quartiere o nella città d’origine in caso di morte, naturale o violenta. Ovviamente non per tutti i fiancheggiatori la rete di assistenza è così estesa ed efficace: i piccoli clan, più simili a bande armate che a organizzazioni professionali, non offrono questo ventaglio di prestazioni, che in alcuni casi si limita a piccole cifre di denaro oppure alla spesa gratuita nel negozio taglieggiato, misure che devono essere necessariamente integrate.
    Possiamo affermare che dall’estensione della rete assistenziale dipende la sopravvivenza di un’organizzazione criminale.
    Quando infatti un clan riduce le risorse da destinare a scopi assistenziali, i suoi membri saranno spesso costretti a commettere atti predatori: scippi, rapine, furti, rapimenti; fatti che mettono a rischio l’incolumità degli affiliati e quindi la stessa sopravvivenza del gruppo.
    La forza coesiva e di sopravvivenza di un clan è quindi direttamente proporzionale alla rete di protezione che riesce a creare nei confronti dei propri fiancheggiatori.
    Meno estesa ed efficace è questa rete, più gli affiliati saranno spinti alla commissione di piccoli reati, provocando la reazione delle agenzie di controllo e lo sdegno dei comuni cittadini: aumenta così il rischio di dissoluzione del clan. Maggiore sarà la professionalizzazione del gruppo, maggiore la rete assistenziale, minore risulterà la commissione di piccoli reati, di azioni militari e minore sarà il rischio di incorrere nell’intervento delle agenzie di repressione o della mano militare di altri clan.
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