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L'African National Congress e i nuovi movimenti sociali in Sudafrica. Il caso di Durban

Autore
Joana Fresu De Azevedo - Università degli Studi di Bologna - [2005-06]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 60 pagine
  • Abstract
    La transizione democratica del Sud Africa è stata percepita come uno dei «miracoli del XX secolo». La transizione politico-democratica, guidata dall’African National Congress (ANC), eletto al potere nel 1994, sembrava incitare a un nuovo senso di unità, di conciliazione e di propositi comuni in una società che era diventata sinonimo di discordia e di divisione. Il movimento democratico chiede cambiamenti come la ridistribuzione del potere, delle risorse e delle opportunità in favore della maggioranza oppressa. I capitalisti sudafricani sperano che la democratizzazione politica sia funzionale all’inaugurazione di un nuovo ciclo di accumulazione sostenuta, che dovrà includere gli sforzi per sviluppare e incorporare l’élite economica nera, vista come giovane partner dell’economia bianca. L’eredità sociale ed economica dell’apartheid viene riproposta dai leaders dell’ANC in versione ‘inclusiva’ e accompagnata dalla prospettiva di un percorso di promozione sociale attraverso il mercato e opportunità che venivano offerte alla maggioranza nera precedentemente oppressa.L’impostazione liberista delle politiche di aggiustamento, che avevano rimpiazzato il precedente discorso ‘sviluppista’ dell’ANC, approfondiva storiche disuguaglianze sociali attraverso una politica di mercificazione e di privatizzazione dei servizi di base, acqua, elettricità, abitazioni, sanità, trasporti. Questo nuovo percorso politico andava ad aggravare le giù precarie condizioni di vita delle popolazioni delle ‘townships’ del paese. La ‘scommessa’ dell’ANC di costruire un discorso del consenso e della cittadinanza in un quadro di profonda disuguaglianza e liberalizzazione economica, viene facilitata dall’erosione delle soggettività sviluppatesi a partire dai movimenti del lavoro salariato quale attore principale della modernità del post-apartheid. La tradizione delle lotte operaie, che avevano fatto del Sud Africa un caso eccezionale nel continente africano, viene sostituita dall’istituzionalizzazione dei principali sindacati filo-ANC e da processi di ristrutturazione che andavano a intaccare la stabilità e la consistenza del lavoro salariato quale figura di integrazione e solidarietà sociale.L’eredità delle forme politiche della resistenza all’apartheid si è rivelata inadeguata a far fronte al nuovo panorama politico-istituzionale del nuovo Sud Africa.Il nuovo processo neoliberale, voluto dall’ANC, rappresenta ingenti costi per le classi sociali povere, disagiate e lasciate ai margini della comunità sudafricana fin da tempi del regime dell’apartheid. Iniziano le prime espressione di una innovativa mobilitazione di massa, che, tuttavia, ha un inizio esitante. I leader delle comunità venivano etichettati come ‘agitatori’, ‘radicali’ o ‘controrivoluzionari’ dalle èlites al potere.I problemi nelle townships si facevano sempre più pressanti. Bisognava impedire gli sfratti e le interruzioni dell’erogazione dei servizi di base, imposti dal governo. Gli abitanti delle periferie povere di quelle città che stavano crescendo grazie alle risorse risucchiate proprio dalle townships, hanno iniziato a capire che l’ANC non era sufficientemente in grado di rispondere alle loro esigenze e che era necessario trovare nuove forme di solidarietà.Il modo di far e di concepire la politica l’attivismo sociale militante viene radicalmente modificato, grazie anche al contributo di organizzazioni innovative, quali l’Ethekwini Social Forum (in un primo momento, noto come Concerned Citizens Group e, poi, Concerned Citizens Forum) e il Durban Social Forum.Diritto alla fruizione gratuita dei servizi di base (acqua, elettricità, sanità, trasporti); diritto alla casa; difesa dell’ambiente; lotta contro la povertà e le disuguaglianze (economiche, politiche, sociali, culturali, etniche); lotta contro il razzismo: sono questi i temi fondamentali che costituiscono non solo le basi delle proteste e delle rivolte attuate dai nuovi movimenti sociali in Sud Africa, ma soprattutto le esigenze primarie di quelle fasce povere della popolazione che ne sono l’anima, i testimoni, i protagonisti e i militanti.Il movimento di Durban assume, in questo contesto, un significato particolare, in quanto è servito da esempio per i movimenti che si sono formati successivamente, dando una linea guida ai ‘disperati’ delle townships e proponendo loro un modello che ha contribuito a far arrivare la voce dei “poveri” del Sud Africa a livello internazionale, incorporandola con le voci degli altri popoli oppressi.
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