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La decrescita. Laboratorio per un'alternativa sostenibile e felice (tanto per i Paesi ricchi quanto per quelli poveri)

Autore
Gaia Calligaris - Università degli Studi di Padova - [2007-08]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 107 pagine
  • Abstract
    Approfitto di questa occasione per ricordarmi di come mi sono avvicinata al tema della decrescita. Per quanto mi riguarda esso è stato fin dall’inizio legato a quello della cooperazione ‘allo sviluppo’, in quanto l’ho scoperto durante il corso di formazione alla cooperazione e al volontariato internazionale, organizzato da quattro ong friulane: il CEVI, l’ACCRI, il CVCS e Solidarmondo nel 2006-2007. E il relatore che in quell’occasione parlò per primo di decrescita è stato Edgar Serrano, della facoltà di Cooperazione allo Sviluppo di Padova.
    Allora neanche immaginavo che potesse esistere un simile progetto, ma subito mi accorsi che conteneva in sé delle idee che mi convincevano e mi erano chiare fin da subito. Così ho iniziato ad informarmi e a leggere ed è stato assolutamente spontaneo dedicarci la mia tesi, la cui parte specifica concerne, direi quasi altrettanto naturalmente, la cooperazione allo sviluppo, o meglio quello che dovrebbe essere uno sviluppo della cooperazione.
    Purtroppo in Italia concetti come questi sono ancora marginali, ma non bisogna scoraggiarsi: in alcuni Paesi esteri, (come il Belgio, dove sto studiando attualmente), può capitare di trovare nella bibliografia dei corsi universitari di cooperazione testi di Rist e Latouche.

    Fin dai tempi del liceo, se non da prima, ho sempre fatto in modo che una parte importante della mia vita fosse al servizio della collettività (a partire da quella che mi era più vicina, ovvero quella studentesca); per dirla con Sartre, ho sempre pensato che l’unico modo per dare un senso alla propria esistenza sia l’impegno verso la comunità di cui si fa parte. La spinta mi viene probabilmente da una tensione che sento dentro di me e che è dovuta al duplice rapporto che mi lega alla società contemporanea, che definisco come un rapporto madre-figlia, in cui la figlia è spesso in conflitto con la madre e critica verso di lei ma le è allo stesso tempo anche profondamente e intimamente legata ed è, in un certo senso, dipendente da lei.

    Come si vede fin dal titolo della tesi, LA DECRESCITA. LABORATORIO PER UN’ALTERNATIVA SOSTENIBILE E FELICE (TANTO PER I PAESI RICCHI QUANTO PER QUELLI POVERI), il tentativo è quello di presentare il progetto della decrescita come l’alternativa all’attuale modello che, certamente, è anche quello capitalista, ma non solo: più in generale è ogni sistema basato sulla crescita. Certo dare un volto all’avversario oggi risulta problematico, ma l’interesse nei confronti della decrescita sta aumentando, così come i gruppi e le esperienze che vi si richiamano, perché sostenibilità e felicità sono obiettivi che corrono paralleli.
    È anche vero che l’ormai necessario cambiamento nella direzione della sostenibilità può essere una scelta ex ante, dovuta alla presa di coscienza che si può costruire qualcosa di meglio, oppure, a lungo andare, un obbligo e un paracadute ex post. La seconda delle due prospettive è inquietante perché presenta il rischio che le élites che detengono il potere lo sfruttino per mantenersi in una condizione privilegiata, sopprimendo o restringendo i diritti del resto della popolazione e lo scenario più probabile è quello di un susseguirsi di guerre per accaparrarsi le ultime risorse. Mentre la decrescita propone esattamente il contrario e il suo scopo è una società finalizzata al conseguimento del benessere prima che alla ricchezza monetaria; un società più autonoma e conviviale. La decrescita può essere intesa come società della post-modernità, della post-abbondanza, della post-dismisura e del post-‘sogno americano’; società in cui si punterà a preservare le risorse (e a porre fine alle ingiustizie sociali).

    Scrivere questa tesi mi ha cambiata nel profondo, mi ha fatto riflettere sulle mie aspirazioni, sui miei desideri e sulle mie ambizioni, mi ha aiutata a guardarli dall’esterno e a capire in che quantità fossero davvero miei e in quale non fossero altro che il riflesso delle aspettative provenienti dalla società. Mi ha rimessa coi piedi per terra: io sono una persona che spesso tende a parlare dei massimi sistemi, ma adesso ho capito che non vanno sottovalutati quelli minimi: è solo partendo dal basso che si possono cambiare le cose, prima a livello individuale e locale e poi a livello politico, passando anche per la società civile.
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