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Il comunicatore pubblico: formazione e competenze

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Marilù Campagnuolo - Università degli Studi di Roma La Sapienza - [2005-06]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 136 pagine
  • Abstract
    “E’ FATTO DIVIETO AGLI ESTRANEI DI SOSTARE IN QUESTA SALA SE NON PER IL TEMPO NECESSARIO PER EVENTUALI INFORMAZIONI”.

    Questo è un esempio di cattiva comunicazione che non vorremmo vedere più nei corridoi o nelle sale d’attesa di qualsiasi ente pubblico. Eppure, è ancora presente nell’atrio di un Comune di una grande città.
    Dall’inizio degli anni Novanta, con l’avvio della riforma della P.A., la comunicazione ha assunto un’importanza rilevante quale leva del cambiamento. Ora, per evitare di avere altri esempi di tale cartello, per evitare dilettantismi e improvvisazioni nella comunicazione, è fondamentale che tale funzione debba essere affidata a dei professionisti.
    Lo Stato, dopo un’acuta presa di coscienza, sembra essersi avveduto della complessità e della comunicazione a livello istituzionale, introducendo con la Legge 150, nuove figure professionali per questo settore. Tuttavia, come sempre accade nel passare dalla teoria alla pratica, le questioni aperte rimangono tante, a cominciare dalla scarsità di risorse, che limita, spesso, la stessa applicazione delle leggi.
    Partendo dalla descrizione dello scenario passato e di quello attuale della Pa, sottolineandone gli importanti cambiamenti, alcuni dei quali ancora in fieri, nonché le caratteristiche del nuovo auspicato rapporto tra amministrazione e cittadini, ho cercato di delineare il profilo e, dunque, l’importanza di questa nuova figura professionale.
    Il comunicatore pubblico, infatti, viene sempre più considerato come perno del cambiamento, come punto di riferimento per tutte le attività di comunicazione, intesa in senso lato con tutti i suoi significati, diretti o meno: significati che sembrano appoggiati e sollecitati dal percorso normativo che si apre con la legge 241/1990 e si chiude (almeno per il momento) con la 150/2000 e successiva direttiva di attuazione.
    E' stato necessario analizzare le principali leggi di che hanno caratterizzato la riforma degli anni Novanta. Ne è emerso un quadro abbastanza omogeneo, una sorta di puzzle, dove, a mio parere, tutti i pezzi combaciano tranne uno: l’art. 4 della Legge 150, quella che è stata definita “la legge quadro sulla comunicazione”. Secondo questo articolo, infatti, la P.A. deve, previo un corso di formazione, ricorrere a personale interno prima di assumerne altro tramite concorsi pubblici.
    Ed è a questo punto che la mia tesi ha, inevitabilmente, assunto una diversa prospettiva, non più solo descrittiva ma, problematica, critica. Per cui sostengo che, sempre secondo la mia modesta e molto probabilmente “faziosa” opinione, per svolgere le complesse attività di comunicazione, così come previsto dalle leggi, ma soprattutto come richiesto dai cittadini-utenti, siano alquanto esigui dei semplici corsi di formazione.
    Nel corso del mio lavoro ho cercato di sostenere la mia tesi descrivendo ogni argomento in modo da far capire quanto siano complesse e poliedriche sia la formazione, sia le competenze che si richiedono oggi a chi si occupa di comunicazione concludendo, quindi, che un tale ruolo non può essere ricoperto se non da un comunicatore di professione.
    Così, delineato il profilo di questa nuova figura professionale, ho voluto approfondire il tema delle competenze dei vari operatori della comunicazione, raccogliendole in una matrice in cui ad ogni figura non solo è associata una competenza, ma è indicato anche il peso che, credo, ognuna di queste assuma.
    La mia tesi sarà altresì supportata, nonché in alcune parti confermata, da un’interessante intervista che mi è stata gentilmente rilasciata dal professor Angelo Baiocchi, direttore dell’Ufficio Comunicazione del Comune di Roma e docente di Marketing della Pubblica amministrazione nella nostra Facoltà.
    Inoltre, descrivendo le funzioni e, dunque, l’importanza degli Urp quali luogo d’incontro tra Pa e cittadini mi è sembrato utile, forse uscendo un po’ fuori dall’ambito della tesi tradizionale, apportare un esempio pratico del cambiamento in atto negli enti pubblici: una sceneggiatura basata su un episodio di “ordinaria amministrazione” di cui, prima o poi, tutti siamo stati protagonisti.
    Infine, concludendo, la mia ultima riflessione è stata quella di prendere atto che, malgrado l’avversione di molti, probabilmente, l’unica strada per veder attestato ufficialmente il valore che questa professione si merita, consiste nell’istituire una certificazione professionale. Non per farne un’organizzazione corporativa ma per dare, finalmente, il giusto riconoscimento e le giuste garanzie ai cosiddetti “manager del cambiamento”.
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