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Donne e rappresentanza politica

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Romina Gallo - Università degli Studi Roma Tre - [2005-06]
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  • Tesi completa: 143 pagine
  • Abstract
    La rappresentanza oggi, non più del tutto capace di esprimere una sintesi di tutti gli interessi e di promuovere un’azione collettiva, sembra assumere i caratteri della rappresentanza di interessi. I membri del Parlamento dovrebbero individuare, e rielaborare in vista di una sintesi generale, gli orientamenti del popolo. Per questo è importante che i rappresentati abbiano i requisiti della responsabilità e rappresentatività-responsività, cioè siano in grado di rispondere al maggior numero di domande possibili derivanti dall’intera società. Tra queste, anche quelle delle donne, le quali, nei luoghi decisionali, sono in netta minoranza.
    Nell’ambito della rappresentanza politica l’applicazione di azioni positive trova difficoltà soprattutto quando si vuole utilizzare la versione “forte” delle quote. Tra il 1993 e il 1995, una serie di riforme elettorali, volte a favorire una maggior presenza di donne nelle Assemblee elettive, è stata censurata da una sentenza della Corte costituzionale. Oggetto dell’impugnazione era la legge n. 81/93 che, per le elezioni regionali e comunali prescriveva che «nelle liste di candidati nessuno dei due sessi [poteva] essere di norma rappresentato in misura superiore ai 2/3». Questa disposizione, così come tutte le altre colpite da illegittimità consequenziale, erano, secondo la Corte in contrasto con: l’art. 3, co. 1, Cost.; l’art. 51, co. 1, Cost.; l’art. 49 Cost. Tuttavia la Corte lascia uno spiraglio: si dichiara a favore di misure a sostegno del sesso sottorappresentato, ma solo «ove liberamente adottate dai partiti politici», avviando quell’intensa azione di crescita culturale di cui si avrebbe bisogno. Diversi sono stati i rilievi mossi dalla dottrina a tale pronuncia: la sua applicazione anche a norme non analoghe; le mancate distinzioni tra candidabilità ed eleggibilità e tra una legislazione capace di determinare i risultati elettorali e una che si limita a rimuovere gli ostacoli alla possibilità di essere eletti. La Corte avrebbe adottato un’interpretazione troppo restrittiva dell’art. 51 Cost., dimenticandosi del concetto di eguaglianza sostanziale (art 3, co. 2). Il Giudice delle leggi, insomma, avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione al necessario bilanciamento tra i diritti costituzionali.
    Per superare l’ostacolo posto dalla Corte all’utilizzo di quote di riserva nelle liste elettorali, sono stati necessari degli interventi legislativi. Nel 2001, le leggi costituzionali nn. 2 e 3 hanno interessato, nella promozione delle pari opportunità, le Regioni a Statuto speciale e di diritto comune.
    In questo contesto si inserisce la sent. 49/03, in occasione dell’impugnazione, da parte del Governo, di una legge della Regione Valle d’Aosta secondo la quale, a pena di invalidità, le liste devono essere formate da rappresentanti di entrambi i sessi. L’avvocatura dello Stato ritiene le norme in contrasto con gli artt. 3, co. 1, e 51, co. 1, Cost. perché limitano il diritto di elettorato passivo. La Corte, però, dichiara la questione infondata, modificando così la propria giurisprudenza. Quelle disposizioni non pongono l’appartenenza ad uno dei sessi come requisito di eleggibilità, né di candidabilità, incidendo solo sull’accesso alla competizione elettorale e non sulla parità di chances dei partecipanti; non sarebbero qualificabili neppure come vere azioni positive, perché non prevedono misure di diritto diseguale. Si tratterebbe solo di un vincolo limitato al momento della formazione delle liste spettante ai partiti politici che non inciderebbe neppure sul carattere unitario della rappresentanza elettiva.
    La sentenza si inserisce in un contesto diverso da quello del 1995, anche dal più ampio piano europeo (risoluzione del Parlamento europeo del 2000; art. 23 della Carta di Nizza).
    Ulteriore passo avanti è stato fatto dalla riforma dell’art. 51 Cost., aggiungendo al comma 1, il periodo: «A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra uomini e donne» (Legge cost. n. 1/2003). La riforma si pone come una specificazione del principio di eguaglianza sostanziale e rappresenta una copertura costituzionale per le azioni positive, anche se parla solo di “appositi provvedimenti” e non di leggi, di “promozione” e non di diritto, lasciando dei dubbi in relazione alle misure che troverebbero riparo sotto il nuovo “ombrello costituzionale”, da qualcuno ritenuto inutile e pericoloso.
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