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Dopo l'utopia: Judith N. Shklar e il liberalismo della paura

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Maura Gancitano - Libera Università Vita Salute San Raffaele di Milano - [2007-08]
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  • Indice
  • Bibliografia
  • Tesi completa: 67 pagine
  • Abstract
    Il lavoro di Judith N. Shklar, anti-teorica del pensiero liberale del Novecento, è sicuramente originale e finissimo, eppure è poco conosciuto al di fuori degli Stati Uniti. Ciò che lo caratterizza è un approccio negativo, anti-utopico, che porta a vedere la democrazia liberale come la migliore forma di governo della società occidentale, mettendone in luce, al contempo, tutte le contraddizioni e le difficoltà. Chiunque oggi decida di intraprendere uno studio sulla teoria liberale, infatti, finirà inevitabilmente col trovarsi di fronte a un termine di grande complessità, dal momento che la parola “liberalismo” può riferirsi pressoché a qualsiasi cosa, a una teoria fortemente lassista o di grande rigore morale, a una tradizione politica conservatrice o progressista. L’approccio di Shklar permette di abbandonare questa confusione e di ripartire da zero. La sua definizione minima di “liberalismo”, che lei stessa chiama “liberalismo della paura”, si identifica con lo scopo della democrazia liberale: permettere a tutti i cittadini di esercitare le proprie scelte liberamente e senza paura. Una teoria squisitamente politica, dunque, che non ha niente a che vedere con una filosofia della vita o una particolare prospettiva morale. Il fatto che tale teoria non si faccia portatrice di una morale comprensiva, ma scelga al contrario di dare dignità a ciascuna, di renderla possibile e praticabile all’interno della società, pone un problema di non facile soluzione: com’è possibile, cioè, risolvere il disaccordo morale? come possono coesistere all’interno di una stessa società orizzonti morali diversi e incommensurabili? quale dev’essere il confine tra scelta pubblica e scelta privata? qual è il limite oltre il quale lo Stato non può intervenire nella vita dei cittadini? Si tratta di domande a cui il liberalismo non riesce a rispondere in maniera soddisfacente, e che rischiano di minare le sue stesse fondamenta. L’originalità di Shklar sta nel tentativo di affrontare questi problemi adottando un approccio negativo, opposto a quello “normale” dei liberali: non cerca, infatti, di costruire una teoria, ma preferisce osservare i problemi che la vita associata comporta partendo da ciò che deve essere evitato anziché da ciò che bisogna realizzare, dall’ingiustizia anziché dalla giustizia, dal vizio anziché dalla virtù. Ciononostante, questa prospettiva si nota pienamente solo nei lavori più maturi di Shklar. Il suo primo libro, After Utopia: the decline of political faith, rappresenta un invito rivolto ai teorici del liberalismo affinché recuperino lo “spirito dell’ottimismo” tipico dell’Illuminismo, dal momento che, per Shklar, solo la riconquista di un minimum di fede utopica potrebbe permettere alla filosofia politica di riconquistare il vigore perduto dopo le guerre del Novecento. Diametralmente opposta è l’idea da cui nasce The Faces of Injustice, nel quale Shklar delinea la sua “non-teoria dell’ingiustizia”, ovvero il tentativo rovesciare la prospettiva tradizionalmente adottata nello studio dei problemi della giustizia. Piuttosto che occuparsi dei problemi della giustizia, Shklar preferisce infatti cercare di comprendere prima di tutto cosa sia l’ingiustizia, affermando la necessità di porre un limite che separi “sfortuna” e “ingiustizia”, ovvero ciò che dipende dalla sorte, ed è quindi incontrollabile, da ciò che è causato dall’indifferenza o dalla consapevole volontà di commettere ingiustizia da parte degli attori pubblici. Questo è per Shklar l’unico modo per avere una visione reale, concreta della società, e di abbandonare il classico pregiudizio dei liberali, ovvero proprio quella sorta di convinzione utopica che in After Utopia li invitava a recuperare, quella fiducia che li porta a credere che la società sia intrinsecamente buona, e che possa regnarvi la giustizia. Un secondo rovesciamento di prospettiva è riscontrabile in Ordinary Vices, in cui, anziché parlare delle virtù, Shklar preferisce partire dai vizi e farne una gerarchia che possa valere per tutti i membri della società, ovvero che sia condivisa e condivisibile qualunque sia il particolare orizzonte morale di ciascuno. Un ethos pubblico, dunque, non potrà essere che questo: una gerarchia dei vizi da evitare, di quei vizi che portano alla perpetuazione dell’ingiustizia pubblica. Al primo posto ci sarà la “crudeltà”. L’ipocrisia, tradizionalmente considerata il peggiore tra i vizi, sarà invece solo al secondo posto, dal momento che talvolta può essere utile a livello pubblico, mentre la crudeltà, sia fisica sia morale, non ha scusanti.
    Nonostante non costituisca una teoria propriamente detta, il lavoro di Judith N. Shklar è dunque molto importante, dal momento che dà la possibilità ai filosofi liberali di guardare con occhi nuovi le dinamiche delle società occidentali e le difficoltà che il liberalismo pone.
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