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La comunicazione in rete: relazioni e sesso virtuali

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Alessandra Squillace - Università degli Studi di Napoli - Federico II - [2002-03]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 265 pagine
  • Abstract
    La ricerca ha avuto risultati di merito e risultati di ordine metodologico.
    I primi sono stati comparati con l’unica indagine analoga, condotta nel 1998 ad opera di Al Cooper, mostrando un’imponente evoluzione del fenomeno. Cooper, infatti, stimava gli utenti del sesso virtuale come il 15% dell’utenza di Internet, mentre nel 2003 è risultato che essi ammontino al 56,2% dei soli chatter italiani.
    La ricerca americana rilevava, inoltre, un’utenza maschile pari a cinque volte quella femminile, mentre la nostra indagine individua la Rete come causa di un’eclissi dei tradizionali ruoli sociali basati sul genere sessuale: quest’ultimo non sarebbe più una variabile discriminante per l’utenza del sesso virtuale.
    Il cybersex sarebbe praticato indistintamente da uomini e donne, tuttavia affrancherebbe la donna nel comportamento, non nell’atteggiamento. Infatti le convenzioni sociali si scorgerebbero persino in Rete, dove le donne risultano tenere in maniera più consistente, rispetto agli uomini, ad avere un nickname per la chat e uno diverso per praticare sesso virtuale. Ovvero ritengono pregiudizievole assumere determinati comportamenti, persino per la reputazione di un personaggio virtuale femminile.
    La ricerca empirica svolta, piuttosto complessa, si è articolata in tre momenti: in assenza di lavori empirici precedenti, si sono rese necessarie interviste a testimoni privilegiati (figure chiave nella gerarchia organizzativa di alcune comunità virtuali), l’Analisi del Contenuto condotta su 500 messaggi di un forum di discussione a tema sessuale e un questionario on line.
    Quest’ultimo, sebbene non consenta un campionamento di validità scientifica, si rendeva indispensabile per poter indagare su tematiche di tale riservatezza come il sesso virtuale, non solo per eludere l’”effetto ricercatore”, ossia la non asetticità del rapporto tra intervistato e intervistatore, ma soprattutto per la mancanza di qualsiasi lista della popolazione, il che rendeva impossibile alcun tipo di campionamento o di rilevazione alternativi.
    Venendo ai risultati di ordine metodologico, molto interessanti risultano essere proprio quelli rilevati a carico del questionario on line: i controlli di coerenza, soliti in questionari face to face allo scopo di aggirare l’ “effetto ricercatore”, si sono resi ugualmente necessari, poiché a domande più dirette ed esplicite sulla pratica di sesso virtuale, gli intervistati negavano di praticarne, mentre a domande in cui l’attenzione veniva distolta su particolari meno personali, si è registrato fino al 56,2% di risposte affermative!
    Vale la pena ricordare che parliamo di uno degli strumenti di rilevazione che consente uno dei più alti livelli di anonimato, (oltre ad evidenti pregi di economicità e di codifica dei dati) pertanto è possibile ipotizzare che i risultati di merito prima enunciati non sarebbero mai stati rilevati con un altro strumento di rilevazione, sebbene consentisse un campionamento scientificamente valido.

    Possiamo concludere che il comune denominatore dell’utenza dei new media sia il soddisfacimento di esigenze per niente nuove: prime fra tutte le esigenze di comunicazione e socializzazione, finora soddisfatte attraverso il telefono o attraverso tecnologie antenate di Internet, oppure il voyeurismo, precedentemente soddisfatto da giornali e film porno, infine, il sesso virtuale già sperimentato con le hot line telefoniche.
    Non solo Internet soddisfa tutte queste esigenze attraverso un unico medium, ma apporta le cosiddette “3 A”, ovvero semplifica l’Accesso, garantisce l’Anonimato, ha un prezzo Abbordabile, arricchendo notevolmente la libertà di manifestazione di desideri che la realtà obbliga a reprimere o censurare in base a tabù o convinzioni morali che non si è contribuito a creare.
    In base a quest’ultima affermazione, si riscontra un accordo con Paccagnella, che afferma come in Rete non regni un anonimato propriamente detto, bensì uno pseudonimato, nel senso di manifestazione di un alter ego che non è manifestabile nella realtà.
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