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L'isola e il confine. I CPTA in Sicilia e il controllo dell'immigrazione.

Autore
Mariella Militello - Università degli Studi di Palermo - [2006-07]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 131 pagine
  • Abstract
    Il bacino del Mediterraneo rappresenta ormai la principale frontiera marittima nell’ambito delle politiche dell’Unione Europea e dell’Italia miranti a contrastare il fenomeno dell’immigrazione illegale. Al fine di intercettare le imbarcazioni utilizzate per il trasporto di migranti, le acque del Canale di Sicilia sono costantemente sottoposte a controlli da parte di mezzi navali e aerei non soltanto italiani, ma anche di altri Paesi europei e nordafricani.
    Lo spiegamento di forze in atto lascerebbe immaginare uno scenario apocalittico, caratterizzato da una invasione di massa di migranti, tanto più che, sia a livello politico ufficiale, sia a livello di opinione pubblica, così come anche a livello di informazioni veicolate dai mass media, la maggioranza delle persone tende a rappresentare i movimenti migratori che attraversano il Canale di Sicilia come un assalto alle nostre coste.
    In realtà, la retorica della sicurezza e del controllo, la paura dell’invasione di massa e la criminalizzazione dei migranti, non trovano riscontro nei dati.
    Dei circa 700.000 stranieri illegalmente residenti in Italia, che hanno fatto domanda di regolarizzazione sulla base della sanatoria del 2002, soltanto il 10% aveva fatto ingresso nel Paese illegalmente per via marittima; un altro 15% era entrato nel Paese illegalmente attraverso le frontiere terrestri, mentre la maggioranza (il rimanente 75%) era costituita da cosiddetti overstayers, cioè da persone entrate legalmente nel territorio italiano (di solito mediante un visto turistico o un permesso di lavoro temporaneo) e poi trattenutesi oltre la scadenza del titolo di soggiorno. Occorre aggiungere che la maggior parte di coloro che riescono a sbarcare sfuggendo ai controlli, non si trattiene in Italia, ma prosegue verso altri Paesi europei, cosicché l’incidenza degli arrivi in rapporto al territorio e alla popolazione già presente si riduce in modo significativo. Ciò nonostante, il controllo delle frontiere marittime non solo continua ad occupare un posto preminente nei discorsi pubblici sul contrasto all’immigrazione illegale, ma è anche una delle voci di spesa maggiori tra le risorse destinate all’immigrazione nel bilancio approvato a fine 2006 dal Parlamento Europeo.
    Se poi guardiamo alla zona di massima concentrazione degli sbarchi di migranti sulle coste siciliane, ossia la provincia di Agrigento, del cui territorio fa parte l’isola di Lampedusa, meta principale di approdo, anche qui i dati relativi non possono far pensare a quella “invasione” tanto paventata dai mezzi di informazione e dall’opinione pubblica.
    L’istituto simbolo di queste politiche, cioè il trattenimento degli stranieri nei CPTA, contribuisce a rafforzare le fondamenta di questa logica, poiché, definendo gli immigrati, agli occhi dell’opinione pubblica, come un pericolo reale e vicino, indipendentemente dai comportamenti concreti di ciascun soggetto, criminalizza e stigmatizza il fatto stesso di migrare. I CPTA rappresentano l’elemento più importante e decisivo tra gli istituti giuridici preposti alla produzione di “clandestini”, nonostante l’apparenza possa indurre a pensare il contrario. La detenzione amministrativa dei migranti, disposta indipendentemente dalla commissione di specifici reati, serve in realtà a razionalizzare e a normalizzare l’intero processo di clandestinizzazione della “manodopera internazionale di riserva”.
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