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La modernità e la morte

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Andrea Napoli - Università degli Studi di Milano - Bicocca - [2004-05]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 74 pagine
  • Abstract
    Intenzione di questo lavoro è lo studio della morte presso la cultura occidentale e del suo significato sociale.
    Per fare questo utilizzeremo, come prima fonte, la tesi di Max Weber del disincanto del mondo, ovvero la ricostruzione di quel processo che, sviluppatosi lungo l’arco di millenni, ha permesso alla società occidentale di razionalizzarsi ed emanciparsi sempre più, allontanandosi progressivamente ed irreversibilmente da qualsiasi tipo di concezione magica, soprannaturale o religiosa della realtà.
    In seconda istanza, ricorreremo agli studi fatti dallo storico francese Philippe Ariès circa i costumi e gli atteggiamenti che ogni periodo storico della nostra cultura ha avuto verso il problema della morte.
    In seguito all’esposizione di questi due importanti studi, cercheremo di analizzare la ricostruzione storica effettuata da Ariès alla luce della teoria del disincanto di Weber, giungendo così a comprendere in che relazione stanno morte e (dis)incanto nelle varie epoche della nostra società. Si osserverà dunque che la rappresentazione della morte come fondamentalmente addomesticata e rituale come quella medievale sia possibile solo all’interno di un contesto profondamente permeato dal sacro; vedremo poi come il Rinascimento rivaluti la dimensione fisica, tanto mortificata dall’ascesi medievale, riportando l’individuo e la sua unicità al centro della sua speculazione. E come l’impatto dell’avvento della scienza sperimentale cambi il rapporto dell’uomo occidentale con la divinità, portandolo verso una concezione più razionale e meccanicistica; si noterà quindi come il progressivo allontanamento di Dio dalla vita degli uomini, promosso, anche se indirettamente, dall’etica calvinista e, soprattutto, puritana, acceleri notevolmente il processo di disincantamento, inducendo nella società un nuovo atteggiamento verso il morire. Vedremo come questo fenomeno di razionalizzazione ponga problemi di interpretazione e gestione della morte, fino a giungere alla sua totale estromissione dalla vita delle persone nel XVIII e XIX secolo.
    Poi come la modernità lasci terreno alla postmodernità, epoca caratterizzata da un individualismo massificato, dove la memoria storica e il culto del passato vengono azzerati e dove l’unica dimensione temporale degna di attenzione si rivela essere il presente di ciascuna singola persona. Rifletteremo quindi sulla fine dell’etica, ovvero il venir meno di un insieme di valori socialmente condivisi, a favore di una nuova cultura dell’immagine che promulga il culto sfrenato del proprio corpo; vedremo come anche il futuro venga lasciato a se stesso, dimenticato o volutamente ignorato da una società composta da individui sempre più frazionati e frammentati.
    Infine, studieremo come una società del genere (quella postmoderna) affronti il problema qui preso in esame. Si osserverà la nascita di una problematicità che si traduce nel bisogno di un occultamento della mortalità e della morte, e anche il ruolo che la cultura dell’immagine ha all’interno di questa nuova sensibilità. Vedremo come l’industria dell’immagine penetri perfino nell’universo della morte, imponendo i propri canoni di presentabilità e cura estetica; illustreremo dunque le soluzioni proposte dalla cultura postmoderna circa il suddetto problema.
    Termineremo il discorso ripercorrendo la tappe dell’iter logico seguito, cercando di trarre conclusioni e riflessioni di carattere generale circa il posto e il ruolo occupato dalla morte nella società occidentale contemporanea.





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