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La rilevanza del ruolo del mediatore per la risoluzione dei conflitti familiari

Autore
Angela Maria Grasso - Università degli Studi di Verona - [2006-07]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 76 pagine
  • Abstract
    La mediazione familiare si propone come un approccio alternativo alle procedure legali tradizionali per affrontare e gestire i conflitti coniugali, in caso di separazione o divorzio.
    È un processo nel quale un terzo, neutrale e qualificato, viene sollecitato dalle parti per fronteggiare la riorganizzazione resa necessaria dalla separazione, nel rispetto del quadro legale esistente.
    La famiglia, da sempre considerata cellula primaria di ogni società,è andata modificandosi nei vari periodi storici-culturali, determinando varie tipologie di situazioni familiari secondo i diversi modi di espressione dei ruoli e delle funzioni da parte dei membri presenti all’interno della famiglia.
    Dal punto di vista sociologico la famiglia si designa come un fenomeno che consiste di relazioni sociali. La famiglia può essere definita come luogo/spazio (casa), come la culla della società, come modello simbolico, come struttura, come funzione, come gruppo di mondo vitale o come istituzione, etc. La famiglia è essenzialmente relazione sociale, ovvero un network di relazioni.
    In realtà la famiglia è una relazione in perenne trasformazione: si allarga e si restringe, perde alcune funzioni e ne acquista altre a seconda della situazione socioculturale nella quale si trova.
    La stessa legislazione di fronte a tali cambiamenti appare antiquata e lontana. il modello di famiglia accolto dalla riforma del 1975 ha quindi sostituito i principi della gerarchia e della subordinazione con quelli della parità e dell’eguaglianza. La famiglia assume una concezione comunitaria dove trova ampio riconoscimento il valore dell’autonomia e della libertà dei coniugi nel “concordare l’indirizzo della vita familiare”. La stessa legge sul divorzio, approvata nel 1975, ha contribuito a modificare il concetto di separazione. Infatti nella disciplina vigente presupposto della separazione non è la colpa di uno dei coniugi, che non ha osservato uno o più doveri matrimoniali, ma è l’intollerabilità della convivenza.
    Sul piano culturale la separazione è stata vissuta per molto tempo come una sorta di “devianza”, o come colpa o punizione e affrontata con giudizi e moralismi con l’obiettivo di colpevolizzare coloro che la vivevano. è nel corso degli anni ’80 che avviene il passaggio da una considerazione della separazione come evento ad una concezione che studia la separazione come processo, con una durata e una sua evoluzione. «La separazione è un processo evolutivo, dinamico che cambia le forme delle interazioni familiari, senza dissolverle.
    La nostra legislazione individua in separazione e divorzio due tappe, due momenti di un’unica realtà costituita dallo scioglimento del matrimonio.
    E’ importante tenere in considerazione che ogni evento critico presenta due momenti: uno di crisi e l’altro di riorganizzazione. Il divorzio, pertanto, non è solo un fatto familiare ma soprattutto sociale e generazionale, che coinvolge sia la parentela sia le relazioni amicali; viene inteso come un «processo psicosociale multidimensionale» all’interno del contesto socioculturale.
    La relazione dopo il divorzio sarebbe pertanto quella improntata alla cogenitorialità. . L’obiettivo ideale è proprio quello di gestire insieme il conflitto ed insieme ridefinire i nuovi confini familiari.
    Il mediatore, quindi, è colui che si avvale di determinate attitudini, di conoscenze e di competenze. Pertanto, dal punto di vista delle attitudini, il mediatore ha la capacità di prendere le distanze dalle situazioni in cui interviene; non si lascia coinvolgere dalle difficoltà e dalle emozioni dei protagonisti; questo presuppone che il mediatore abbia fatto un lavoro personale, che comprenda la conoscenza di se stesso, nonché una conoscenza dei propri limiti.
    La neutralità del mediatore comporta, per dirla come Haynes, che egli mantenga integralmente il ruolo dell’assistenza e non si lasci coinvolgere e non prenda le parti dell’uno o dell’altra, mantenendosi in una “posizione centrale”.
    È rispetto al problema della neutralità che Rogers (1970) sottolinea l'importanza dell'empatia come agire imparziale in grado di mantenere l'equidistanza tra i partner. Scaparro parla di equivicinanza (Scaparro 2001), ovvero della posizione centrale del mediatore rispetto al conflitto. Haynes sottolinea che il mediatore “non valuta, non giudica, non saggia le competenze dei genitori come educatori, non decide qual è il genitore migliore” (1996); la sua neutralità viene garantita dalla supervisione frequentemente necessaria nello svolgimento di questa professione.
    La mediazione agisce per incoraggiare e per facilitare la risoluzione di una disputa fra due o più parti, assistendole, affinché queste raggiungano un accordo che risponda ai loro bisogni, e interessi, e a quelli di tutti i membri coinvolti; le parti, quindi, non sono più poste su un piano antagonista vincitore-perdente, ma su un piano di reciproco rispetto nei confronti propri e sopratutto nei confronti dei figli.
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