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Il fenomeno dell'immigrazione in Italia. Tra realtà e immaginazione

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Roberta Gentile - Università degli Studi di Teramo - [2006-07]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 292 pagine
  • Abstract
    Nei primi anni ‘70 in Europa si conclude un ciclo economico definito “della ricostruzione post-bellica e dell’espansione strutturale” caratterizzato da una serie di dinamiche demografiche e del mercato del lavoro per cui si erano innescati dei massicci flussi migratori dall’Europa del sud, poco industrializzata, verso i Paesi del nord, dove la domanda di lavoro nel settore secondario non riusciva ad essere soddisfatta dall’offerta locale. L’Italia stessa aveva assistito all’espatrio della propria popolazione verso le grandi industrie Taylor-fordiste di Germania e Svizzera le quali, da sole, accolsero ben l’80% dell’emigrazione nostrana.Lo shock petrolifero del 1973 comportò un radicale cambiamento delle economie che avevano accolto gli immigrati nel periodo della ricostruzione. Lo sviluppo industriale – essenzialmente petrolcentrico – si arresta. La conseguenza immediata fu la drastica riduzione della domanda di lavoro nel settore industriale e la revisione delle politiche migratorie che mutarono in senso restrittivo.Si entrò così in una nuova fase denominata “della crisi strutturale e della nuova divisione del lavoro” in cui l’Italia, sebbene contando sulla speculazione edilizia e su un disordinato e precario processo di industrializzazione, iniziò ad offrire opportunità lavorative sia ai suoi emigranti che rientravano in patria sia ai nuovi immigrati provenienti dal Sud del mondo.L’Italia diviene dunque Paese di immigrazione, seppure di ripiego.Il passaggio di status - avvenuto peraltro in un momento in cui le migrazioni internazionali si moltiplicano e si diversificano - non è stato accompagnato da un’opportuna presa di coscienza del nuovo ruolo internazionale assunto dall’Italia né da un’adeguata politica migratoria che regolasse gli ingressi e la permanenza degli stranieri sul nostro territorio. L’impreparazione legislativa nel gestire il nuovo fenomeno, insieme ad altri fattori economici e sociali che si evidenziarono sul finire degli anni ’70, portarono alla definizione di un “Modello di immigrazione Mediterraneo” che tuttora accomuna i più recenti Paesi di immigrazione: Spagna, Portogallo, Grecia e Italia. L’originale assenza di una legislazione che gestisse i flussi, l’offerta interna di un “lavoro povero” che colloca la manodopera immigrata nei gradini più bassi del mercato del lavoro, la totale mancanza di un modello di integrazione delle comunità straniere, insieme alla significativa presenza di donne immigrate impiegate nel basso terziario a supplire a un sistema nazionale di welfare strutturalmente debole e carente, il ruolo complementare della manodopera immigrata in mercati del lavoro affetti da “disoccupazione volontaria”, furono tra i principali fattori distintivi delle migrazioni relative ai Paesi del Mediterraneo.Nella seconda metà degli anni ottanta il quadro delle migrazioni internazionali cambiò radicalmente: i Paesi del Terzo Mondo vennero investiti da una serie di crisi senza precedenti. Iniziò la fase internazionale detta “della crisi globale dei Paesi sottosviluppati e della ripresa delle economie capitalistiche” per la quale a fronte dell’aggravarsi delle forze espulsive dei Paesi d’esodo si ridusse notevolmente il numero delle aree geografiche di inserimento. Un ulteriore cambiamento si ebbe negli anni ’90 dopo l’implosione della Repubblica Socialista Federale Jugoslava - determinata da una serie di conflitti che dal 1991 al 1995 sconvolsero gli assetti sociali e geopolitici del Paese – insieme alla caduta del regime stalinista di Enver Hoxha in Albania e alla questione del Kosovo che inseguendo la sua indipendenza giunse al conflitto armato con la Serbia.. Da questo momento le migrazioni che riguardano l’Italia sono sempre più innescate da motivi che si possono definire “extraeconomici”, “umanitari”, e governate da una serie di leggi che,per le loro caratteristiche e scarsa efficacia,furono indicate con l’evocativa espressione di”politica d’emergenza”.In un siffatto panorama, a fronte di una presenza immigrata che stando ai dati Caritas/Migrantes ammonta a circa 650.000 presenze regolari nel 1991, prende avvio in Italia il“non governo”dell’immigrazione, fatto in gran parte di circolari e di decreti amministrativi,caratterizzato dal massiccio ricorso alle sanatorie e dal lento adeguamento alle direttive europee. Dalla Legge Foschi dell’86 al ddl Amato-Ferrero,attualmente in cantiere nel governo Prodi,la legislazione italiana sull’immigrazione ha accompagnato il consolidarsi di un fenomeno che in poco più di una generazione ha portato la nostra nazione al quarto posto tra i grandi Paesi di migrazione europei. Oggi vi sono circa 4 milioni di immigrati inseriti in modo specifico nel nostro mercato del lavoro, nei sistemi scolastico e sanitario,nella politica abitativa,nel rapporto con la criminalità e con l’informazione nazionale...in attesa di un modello di integrazione possibile che consenta loro di inserirsi adeguatamente nella nostra società.

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