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Matrimoni comunitari nel sud dell'India

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Francesco Candelari - Università degli Studi di Torino - [2006-07]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 273 pagine
  • Abstract
    “Sono un dalit. Non possiedo terreni, né denaro: ho solo un paio di braccia e quattro figlie. Ma nessuno le vuole.” Kumar vive a Kodiyanur, villaggio sperduto nelle campagne dell’India meridionale. Si alza tutte le mattine all’alba per andare a lavorare nei campi e torna a casa la sera con poco più di un euro in tasca: il suo salario giornaliero. Da quando Ponnmala, la prima delle sue figlie, ha raggiunto la pubertà, lui ha un pensiero fisso: farla sposare. Fino a pochi mesi fa gli sembrava impossibile. “Un marito vuole la dote. E delle nozze come si deve costano fino a sei volte il mio stipendio annuo.”
    La situazione di Kumar è comune a diversi milioni d’indiani. Pur di far sposare le proprie figlie, i genitori sono disposti a indebitarsi pesantemente. Ipotecano tutto quello che hanno presso l’usuraio del villaggio e poi sperano in una serie di buoni raccolti per potersi riscattare.
    Ma Kumar ha trovato la soluzione: i matrimoni comunitari. L’Assefa, un’organizzazione non governativa del luogo, ha promosso una celebrazione aperta a diverse decine di coppie. Un sacerdote indù, un prete cristiano, un mullah musulmano e alcune migliaia di parenti e amici. Le spese sono coperte dai membri dell’associazione. Così, anche Ponnmala si è potuta sposare.
    I matrimoni comunitari hanno avuto uno sviluppo tanto recente, quanto straordinario. Le radici di questa pratica affondano nelle culture e nelle tradizioni indiane, ma, negli ultimi anni, associazioni, partiti politici e singoli benefattori hanno promosso nozze di gruppo per i meno abbienti. In Occidente il fenomeno è praticamente sconosciuto. La letteratura sul tema è quasi inesistente. Ma oggi, ogni anno, in tutta l’India, circa 50 mila coppie si sposano all’interno di un matrimonio comunitario.
    L’autore è partito per l’India nel dicembre del 2005, per collaborare con un’ONG del luogo, l’Assefa. Il suo obiettivo principale era andare alle radici del pensiero gandhiano. Infatti, l’Assefa si ispira proprio al Mahatma per promuovere lo sviluppo economico e sociale dei contadini. Ma nel vivere a stretto contatto con le famiglie dei villaggi e nell’ascoltare i loro racconti, l’autore è rimasto incuriosito dal nascente fenomeno dei matrimoni comunitari. Sostenuto anche dal direttore dell’associazione indiana, ha svolto un’ampia ricerca e ne ha fatto la sua tesi di laurea.
    Tuttavia, l’opera non si limita a descrivere il fenomeno dei matrimoni comunitari in sé, ma prova a tracciare un percorso di esplorazione etnografica e sociale.
    L’India è il paese delle contraddizioni. I camion che attraversano le campagne e la diffusione di mezzi di comunicazione all’avanguardia sono le testimonianze visibili di una vertiginosa crescita economica. Le famiglie contadine sfiorano i prodigi del benessere, ma per ora continuano a vivere nella miseria. Il pensiero e la pratica nonviolenta si sono realizzati proprio in questa penisola, ma la violenza del regime castale, pur modificandosi, è sempre molto attuale. L’Induismo è il credo principale, ma altre sei religioni contano almeno un milione di fedeli: il vero melting pot è qui. Eppure la convivenza è difficile: attentati, ghetti e pogrom si ripetono con cadenza preoccupante.
    Tutte le contraddizioni si riversano anche nella vita sociale delle campagne. L’Assefa opera in questo contesto da trentasette anni. Gandhi resta sullo sfondo e l’aiuto economico è sempre legato alle attività sociali. I matrimoni comunitari si inseriscono in un contesto eterogeneo.
    La base antropologica che guida la metodologia delle ricerche è un mezzo per viaggiare all’interno di una cultura in profonda evoluzione. I matrimoni comunitari sono il simbolo del cambiamento sociale e, allo stesso tempo, il pretesto per dar voce a persone che normalmente non hanno voce. Le loro storie, mescolate alla storia personale dell’autore, costituiscono il nucleo dell’opera. I numerosi incontri nei villaggi, le parole, i pianti e i sorrisi delle coppie sposate fanno parte del racconto.
    Il lato umano della ricerca emerge a più riprese: per l’autore, l’esperienza indiana è anche l’occasione per riflettere sul senso del “viaggio” per sé e per le persone che lo circondano.
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