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Un'ipotesi di mutamento della meccanica del sistema partitico italiano. Genesi, ascesa e declino del compromesso storico

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Filippo Cairo - Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano - [1997-98]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 414 pagine
  • Abstract
    In una fase politica, quella odierna, segnata dal ritorno in auge di formule di ampio confronto politico suscettibili, secondo la speranza di alcuni dirigenti politici, di generare larghe maggioranze atte a determinare una profonda riscrittura delle regole, è frequente il richiamo a termini francamente denigratori e deteriori come "ammucchiata" o "inciucio", unitamente ad un processo di confutazione surrettizia e di revisione palese della proposta che è stata all' ordine del giorno lungo tutto il decennio degli anni Settanta.
    Si era in presenza di una crisi i cui sintomi consistevano nell'eccessivo sovraccarico di richieste indirizzate alle istituzioni. Le cause erano molteplici: la recessione economica, dovuta sia alla cronica debolezza delle strutture produttive che alla sopraggiunta crisi petrolifera, determinava la radicalizzazione delle istanze tanto dei lavoratori che di chi il lavoro non riusciva a reperirlo. In più si assisteva alla degenerazione dei movimenti e delle idee, uscite deluse dal calderone politico-ideologico del Sessantotto, decise a porsi in contrasto insanabile, non più con la sola classe dirigente, ma con l'intero sistema, dando vita inizialmente ad aggregazioni di stampo operaistico-anarchico, ma finendo col portare alle più estreme conseguenze il disegno di mutamento rivoluzionario del paese.
    Di fronte a tali tumultuosi sintomi di malessere quantomai diffuso, i partiti si facevano trovare impreparati: chi perché troppo impegnato nel difendere il contingente, sottoforma di posizioni di rendita, determinate dalla detenzione delle "leve del potere" quale unico metodo pacificatore di fazioni interne sempre in lotta per la guida del partito, chi drammaticamente diviso tra la trentennale ricerca di legittimazione politica e l' affannoso sforzo di non perdere agli occhi del seguito l'immagine di partito di avanguardia rivoluzionaria (e rispondere così anche alle critiche provenienti dagli ambienti estremistici), ed infine chi in preda ad una crisi che allora sembrava irreversibile; senza poi contare l'area laica divenuta poco più che residuale.
    Da tale situazione si evince come fosse in atto, contemporaneamente alla crisi del sistema, il progressivo sfaldamento degli allineamenti politici, sottoforma di crisi dei partiti di massa. In risposta a tale pericolo, il PCI propose una soluzione che si voleva organica, in grado cioè di adempiere al duplice scopo di far uscire il paese dalla crisi senza soluzioni a senso unico e determinare la fine del regime di democrazia protetta, su cui la DC aveva costruito le sue fortune governative. Obiettivo finale era l'avvio di una nuova fase caratterizzata da una piena esplicazione dell'alternanza alla guida del governo.
    Il "compromesso storico" sembrava dover essere il grimaldello utile al PCI per garantirsi il tanto a lungo agognato ingresso nella "stanza dei bottoni", sulla scorta della impetuosa avanzata registrata nelle consultazioni elettorali e della crisi in cui si dibatteva la DC, incerta tra il recupero della matrice popolare degasperiana e la trasformazione in un partito conservatore di stampo anglosassone, in risposta alla preoccupante emorragia di consensi sul fronte destro a tutto vantaggio del MSI.
    L'interesse di chi scrive è consistito nella volontà di ricercare le reali motivazioni alla base di tale proposta e le ragioni del suo declinare, evidenziando, se possibile, e se presenti, le premesse politico-culturali e le cause determinanti lo scadimento della forza propulsiva dello scenario avanzato da Berlinguer.
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