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La fine del rischio zero

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Giuseppe Vultaggio - Università degli Studi di Roma La Sapienza - [2003-04]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 67 pagine
  • Abstract
    La percezione del rischio tra i giovani in Italia

    Dopo la catastrofe di Chernobyl dell’Aprile del 1986 e dopo l’attacco terroristico dell’11 Settembre 2001 alle Torri Gemelle ed al Pentagono, l’opinione pubblica e l’umanità in generale si chiede quale futuro stia arrivando.
    L’uomo perde le sue certezze su cose ed eventi che ha sempre dato per scontato fino a quel momento ed è proprio da queste incertezze che inizia un “nuovo” corso di studi della sociologia, la quale incomincia ad interessarsi del fenomeno del rischio sociale e globale. Proprio nel 1986, il sociologo Ulrich Beck pubblicava “La società del rischio” dando inizio ad un percorso di analisi dei fenomeni contemporanei che porterà ad una serie di studi su che cosa sia il rischio e quali rapporti abbia con la società, la collettività, l’ambiente e tutto ciò che ad essi è connesso. Lo studioso scopre che c’è una consapevolezza crescente sul rischio, una precarietà e flessibilità del lavoro, una maggiore sensibilità ecologica. Da questo punto in poi e dopo aver acquisito quelle competenze di base necessarie per potermi muovere nel campo del “rischio” ho svolto un’indagine empirica tra i giovani universitari italiani.
    Il primo passo è stato distinguere nel target da me scelto gli studenti in sede e quelli fuori sede nell’ottica di poter trovare possibili somiglianze e/o differenze tra i due campioni in esame riguardo la percezione del rischio e tutto ciò che ad esso è connesso come: la guerra, il terrorismo, la frammentazione sociale e la flessibilità del lavoro.
    Ho proseguito il mio percorso di ricerca confrontando i dati ottenuti dai due campioni di riferimento dopo la somministrazione del questionario e ho scoperto delle valutazioni ampiamente previste ed altre invece neppure minimamente considerate.
    Alla conclusione della mia indagine ho scoperto una sorta di “termometro sociale”, ovvero il target giovanile da me considerato è consapevole dei rischi che esistono, anche se è molto incerto riguardo il futuro, esso risulta essere nonostante tutto molto tradizionalista, crede ancora nel vincolo famigliare e crede nell’unione matrimoniali, ma questo non è sintomo di staticità, anzi i ragazzi hanno dimostrato di voler sperimentare cose nuove, continuare a studiare, a specializzarsi, hanno inoltre mostrato di avere una visione d’insieme di ciò che gli accade intorno e una consapevolezza dei rischi globali senza differenza di provenienza e soprattutto hanno espresso di avere fiducia nei confronti di una possibile convivenza con altre culture nell’ottica di una società cosmopolita ed è proprio questa la vera globalizzazione.

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