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Joseph Pulitzer: l'amore per la stampa e per la verità: come il giornalismo da mestiere diventa una professione

Autore
Valentina Massenti - Università degli Studi di Urbino - [2005-06]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 73 pagine
  • Abstract
    Questo lavoro è incentrato sulla vita e la professione di Joseph Pulitzer
    A lui si deve la teorizzazione (poi messa in pratica) di una concezione del giornalismo elitaria, non più un esercizio aperto a tutti ma una professione esercitabile previa preparazione specialistica in una scuola di alto livello. Visione che oggigiorno si scontra con la sempre più crescente diffusione di giornali e tabloid scandalistici in cui tutti scrivono su tutto senza utilizzare nessuna tecnica precisa e soprattutto non rispettando l’oggettività dei fatti, dovere fondamentale di ogni giornalista professionista.
    Essendo però un personaggio appartenente alla tradizione giornalistica americana, non è stato facile reperire del materiale in lingua italiana, quindi subito esaminabile. Dopo aver eseguito un’accurata ricerca bibliografica, ho organizzato il lavoro nel modo seguente:
    nel primo capitolo ho analizzato la vita del magnate americano, la gestione innovativa delle due testate giornalistiche (il New York world e il St. Louis post-dispatch) e la lotta contro il rivale Hearst, fautore di un giornalismo definito “giallo” a causa della tendenza al sensazionalismo e all’esagerazione, analizzando soprattutto le conseguenze di questo tipo di scrittura nel riportare gli avvenimenti accaduti durante la guerra di Cuba.
    Nel secondo capitolo invece ho esaminato il fenomeno italiano e la diffusione nel nostro paese di quel tipo di giornalismo “investigativo” di cui fu pioniera Nelly Bly, una delle reporter fautrici del successo del New York world di Pulitzer.
    Ho preso ad esempio un’inchiesta sotto copertura apparsa sulle pagine de L’espresso in cui un giornalista, Fabrizio Gatti, si è finto clandestino a Lampedusa per capire quale fosse il trattamento riservato ai “veri” clandestini che ogni giorno sbarcano sull’isola siciliana.
    Nel terzo capitolo prima ho analizzato la controversa creazione di una scuola di giornalismo, voluta fortemente da Pulitzer ma osteggiata da vari critici che la reputavano inutile e superflua. In particolare ho preso in esame il suo carteggio con Horace White, uno degli oppositori più tenaci e convinti dell’inutilità della Columbia School of Journalism.
    Poi la fondazione del premio Pulitzer, riconoscimento che ogni anno viene conferito a giornalisti, fotografi e scrittori moralmente impegnati e dalle capacità spiccate, per incoraggiare il giornalismo di pubblica utilità, la moralità pubblica, la letteratura e l’avanzamento della formazione giornalistica, dando ampio spazio ad alcune delle inchieste premiate da tale approvazione che hanno segnato la storia degli Stati Uniti d’America: una su tutte la vicenda del “Watergate”, che rivelando il marcio dietro la presidenza Nixon portò alle dimissioni dello stesso, travolto dallo scandalo.Ciò che voglio proporre con questo lavoro è una profonda riflessione sul senso della professione giornalistica: non più attività libera e praticabile da chiunque, ma impegno sociale e morale nei confronti della società. Chi scrive, infatti, deve avere sempre come punto di riferimento il cittadino, l’uomo comune, che ha il bisogno di sapere cosa gli accade attorno, e che utilizza i giornali e i mezzi d’informazione come fonte di conoscenza. E’ importante ricordare i valori che dovrebbero essere centrali per un editore: imparzialità, indipendenza economica, opposizione alla concentrazione delle testate, preparazione professionale, attenzione rivolta ai sondaggi sull’umore dell’opinione pubblica, notizie separate dalle opinioni, editoriali nettamente distinti dai servizi, sia per quanto riguarda l’impostazione sia per quanto riguarda la responsabilità.
    Chi si trova davanti una pagina di un giornale da per scontato che ciò che c’è scritto sia aderente alla realtà, veritiero: invece il più delle volte leggiamo delle notizie false o parzialmente inventate, scritte da chi utilizza la carta stampata per guadagnare denaro e costruire un impero, e che perde di vista il vero fine dell’attività giornalistica, ovvero la verità.
    Da ciò l’insegnamento di Pulitzer: meglio pubblicare una sola notizia ma fondata, piuttosto che cento mezze vere. Solo così la storia del giornalismo andrà avanti, premiando gli sforzi di coloro che riusciranno a sacrificare l’interesse personale per il bene comune.
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