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Il percorso evolutivo del concetto di devianza

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Valentina Claudili - Università degli Studi di Roma La Sapienza - [2003-04]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 66 pagine
  • Abstract
    “Nessuna cultura può sopravvivere, se pretende di escludere le altre”

    Gandhi

    Lo straniero, “l’altro”, quando non é accomunato ad un animale viene sempre definito attraverso attributi che lo fanno “strano”, mostruoso, o almeno “diverso”. Così i “wute” (uomini), arcieri temuti dell’hinterland del Camerun, o i “khoi-khoin” (uomini di per sé) dell’Africa meridionale che chiamano i loro vicini “hottentoti” (balbuzienti); non sono stati solo gli Ebrei a chiamare con disprezzo tutti gi altri “gojim” ed i Greci a definirli “bàrbaroi”; la stessa cosa fecero i Cinesi, usando il nome “daszy” (barbari) per definire gli stranieri. I Dinka chiamano la loro tribù vicina “niam-niam” (i divoratori). Gli “Eschimesi” furono così denominati dagli indiani Algonchini: il loro nome significa “mangiatori di carne cruda”. Molti nomi di tribù indiane significano semplicemente “nemici”.
    Non è dunque una novità l’atteggiamento di intolleranza o per lo meno di diffidenza nei confronti dell’altro, del diverso.
    Dopo una breve riflessione sul concetto di devianza, per fare chiarezza su questo termine così ambiguo e polivalente (capitolo 1), si riporta un rapido excursus sulle maggiori scuole di pensiero, sociologiche e psicologiche, in merito esclusivamente al tema della devianza (capitolo 2). Verrà trattata soprattutto la “label theory” (capitolo 3), approccio sociologico dal cui relativismo parte la riflessione di questa tesi: dato per scontato questo atteggiamento di diffidenza e spesso di esclusione verso il deviante e l’importanza delle influenze sociali e culturali nella “costruzione della devianza”, come cambia tale atteggiamento in rapporto all’età?

    Sono stati così riportati dati di alcuni questionari e risultati di ricerche riguardanti il modo in cui bambini, adolescenti, adulti e anziani si pongono di fronte il tema della devianza (capitolo 4). In particolare sono stati presi in considerazione quattro tipi di comportamenti devianti:
     l’atteggiamento verso gli immigrati,
     la criminalità,
     la tossicodipendenza,
     l’omosessualità.
    Riassumendo tutte le varie ricerche riportate (capitolo 5), si giunge alla conclusione che i ragazzi dispongono di una maggiore apertura mentale verso le quattro forme di comportamento deviante trattate; sembra così confermato quel pregiudizio sociale che considera i giovani più tolleranti dei grandi.
    Non va dimenticato però che la percezione del “diverso” e quindi la sua valutazione, positiva o negativa che sia, risponde ad un’infinità di fattori che non si possono semplicemente riassumere con la differenza di età; per non cadere nella stessa critica di riduttivismo mossa alla “label Theory” (vedi capitolo 3) è bene sottolineare che l’età è solamente una delle tante varabili che, come si è dimostrato, influiscono significativamente nella considerazione di ciò che è deviante e ciò che non lo è.
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