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Parole concave per accogliere rinnovati orizzonti di senso. Il valore della parola nell'esperienza rieducativa del carcere.

Autore
Marialuisa Contardi - Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e Cremona - [2005-06]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 97 pagine
  • Abstract
    Tema centrale del mio elaborato di tesi è la rieducazione attraverso il potere della parola. Chi è l’educatore in carcere? Che cosa fa? Che cosa riesce a fare?Che importanza riveste la parola per i detenuti?
    Per poter rispondere a queste domande è importante innanzitutto non dimenticare il contesto in cui l’educatore penitenziario presta il suo servizio: il mondo del carcere, termine che deriva dal latino coercere, in cui sta scritta una delle sue principali funzioni, che lo destina ad essere luogo di segregazione, di privazione della libertà di persone ritenute responsabili o presunte responsabili di aver commesso un fatto costituente reato.
    Se dare dignità significa anche dare ascolto è importante dare spazio alle voci di chi è protagonista in una determinata vicenda esistenziale.
    Nel primo capitolo dell’elaborato di tesi, dopo un breve excursus storico-giuridico sulla funzione della pena, viene trattata in special modo la tematica concernente le mansioni e le corrispondenti competenze cui l’educatore penitenziario è chiamato a rispondere nell’esercizio della sua funzione.
    Nel secondo capitolo, partendo dalla tesi di Heidegger secondo la quale il linguaggio fa parte della quotidianità ed è dimora dell’essere in quanto capace di dare forma ed estrinsecazione all’essere del soggetto umano, si cercherà di approfondire il potere delle parole nella relazione interpersonale e con sé stessi.
    In particolare verrà messa in luce la valenza rieducativa e performativa delle parole, che quindi rappresenta una competenza che l’educatore deve avere e coltivare. A questo proposito, in relazione alla funzione della pena ed alla operatività dell’educatore penitenziario verranno presentate, nel corso del terzo capitolo, due testimonianze di operatori sociali che operano all’interno di strutture carcerarie affidando proprio alla parola un processo riflessivo e di cambiamento delle rappresentazioni di sé e delle proprie possibilità esistenziali da parte dei detenuti.

    Si tratta delle testimonianze dell’animatore-attore Herbert Thomas e del sacerdote e cappellano del carcere di Parma don Augusto Fontana. Mentre il primo con l’uso delle parole è in grado di costruire personaggi - le persone infatti attraverso la messa in scena di opere teatrali possono capire meglio sé stessi e aprirsi agli altri -, il secondo celebra una Parola di speranza facendola diventare annuncio e dono da condividere con le persone.
    In seguito, nel quarto capitolo, mi concentrerò nell’analizzare il più dettagliatamente possibile l’esperienza vissuta alla Casa Circondariale di Piacenza in virtù dell’attività di tirocinio: a partire da una descrizione della struttura esterna ed interna del carcere per poi proseguire nel tratteggiare le figure professionali con le quali ho avuto maggiori contatti all’interno di questo contesto, soffermandomi in particolar modo su ciò che gli educatori fanno e su come vivono la loro funzione.

    Attraverso questo elaborato si coglie come non sia possibile negare all’uomo la possibilità di comunicare, perché le persone recluse riescono a riaffermare la propria umanità attraverso le parole: ogni parola è infatti costruttrice di grandi mondi che permettono di aprirsi all’altro, secondo un’apertura capace di costruire relazioni.



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