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Il familismo amorale tra storia e sociologia

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Vito Armenise - Università degli Studi di Bari - [1997-98]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 389 pagine
  • Abstract
    Gli anni '50 sono stati anni nei quali la sociologia ha intessuto dei rapporti profondi con il mondo dell'economia e con gli enti locali e i nuovi ambiti applicativi hanno orientato l'accumulo delle conoscenze, hanno creato nuove risorse interpretative, specializzazioni omogenee agli interessi conoscitivi che emergevano nella pratica. Nel Mezzogiorno, in particolare, per studiare i problemi sociali che i meridionalisti indicavano, si ritrovarono ricercatori operanti presso il Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno di Portici, presso il Centro studi della rivista "Nord e Sud", presso la Svimez, insieme ad una parte dei sociologi e antropologi statunitensi venuti in Italia in quegli anni e a molti ricercatori provenienti dal Nord guidati da una forte tensione riformista e giunti per approfondire i problemi d'inserimento della civiltà meridionale nel percorso dello sviluppo. Queste ricerche apparivano guidate da questa partecipazione umana alla miseria, ai problemi sociali presenti nelle campagne e nelle città contadine: l'inchiesta doveva essere orientata al bene comune, volta a provocare dei risultati concreti che potessero modificare le condizioni di vita della popolazione. Ricerca storica, tecniche sociometriche, storie di vita, analisi dei bilanci familiari ed aziendali, prospezioni geologiche: tutto sembrava utile per capire e per cambiare la società meridionale; bisogna però dire che, nelle ricerche di comunità, il disegno dell'indagine arrivava a toccare anche il livello dei notabili, degli amministratori, della classe dirigente ecc., come aspetti specialmente politici e locali, dopo aver preso in considerazione i livelli morfologico, organizzativo, della famiglia, dei gruppi, delle associazioni e così via attraverso la fenomenologia sociologica. L'immagine della famiglia meridionale vista come struttura pervasiva dell'insieme delle relazioni individuali e affettive, sociali, economiche e politiche si presenta come un tratto costitutivo della rappresentazione del Mezzogiorno d'Italia. La categoria tradizionalmente usata per esprimere questa capacita di inglobare e segnare sia i percorsi individuali sia i comportamenti collettivi è quella di familismo. Il termine "familismo" è stato coniato dal politologo americano Edward C. Banfield per interpretare il sistema delle relazioni di un contesto specifico, una piccola comunità lucana, chiamata Montegrano, caratterizzata da estrema povertà e arretratezza. Il familismo si presenta per Banfield come un comportamento specifico di singoli individui volto a massimizzare gli interessi all'interno della propria cerchia familiare e si traduce nell'incapacità di costruire solidarietà allargate al di fuori di essa. Per questo egli vi aggiunge l'aggettivo amorale. A Montegrano è assente la famiglia multipla, che, a differenza di quella nucleare, è in grado di diffondere nel tessuto sociale capacità organizzative e relazioni altruistiche. Scarsi e fortemente controllati sono i legami parentali e amicali: anche "avere amici è un lusso che i montegranesi ritengono di non potersi permettere". Il familismo è "amorale" perché manca di morale pubblica, nel senso che i principi di bene e di male rimangono e vengono applicati solo nei rapporti familiari. L'amoralità non è quindi relativa ai comportamenti interni alla famiglia, ma all'assenza di ethos comunitario, all'assenza di relazioni sociali morali tra famiglie, tra individui all'esterno della famiglia. Con l'ausilio dei mezzi di comunicazione di massa, il familismo, che già nella versione di Banfield aveva fatto da copertura ideologica all'imperialismo culturale americano dal momento che esso attribuiva la responsabilità del mancato sviluppo del Terzo Mondo non ai paesi capitalistici avanzati, ma alle popolazioni che non sono spinte ad associarsi e ad organizzarsi- col passare del tempo ha assunto una nuova etichetta, che serve a spiegare semplicisticamente vari fenomeni sociali e ad alimentare lo stereotipo del meridionale che pensa solo alla famiglia, incapace di organizzarsi, non amante del lavoro, assenteista, mafioso, prepotente ed ignorante. Concludendo, vorrei ricordare che Gramsci, a proposito dei contadini meridionali, scrisse: "è noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia tra le masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell'Italia: i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci...".
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