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La costruzione politica del nemico nella guerra al terrorismo

Autore
Beatrice Ferrario - Università degli Studi di Milano - [2005-06]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 67 pagine
  • Abstract
    I fatti dell’11 settembre 2001 hanno segnato una linea di demarcazione nell’epoca in cui viviamo, definita da Anthony Giddens «modernità riflessiva» e caratterizzata dall’instabilità dei sistemi e dei rapporti sociali che rimettono costantemente in discussione l’ordine del mondo che ci circonda. L’attacco terroristico che ha colpito gli Stati Uniti ha radicalizzato oltremodo la nostra esistenza, per quanto possibile, introducendovi nuovi nemici globali, portatori di ulteriori variabili di rischio planetarie. Ha trasformato la nostra società nella “società del terrorismo”.
    In pochi giorni le televisioni del mondo intero hanno trasmesso i discorsi del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, le cui parole definivano a poco a poco l’identità del nuovo nemico, fino a quel momento sconosciuto ai più: Al Qaeda - Bin Laden - I Talebani - La Jihad - Il terrorismo islamico. E gettavano le basi per giustificare due guerre, in Afghanistan nell’ottobre 2001 e in Iraq nel marzo 2003.
    Questa tesi intende evidenziare gli aspetti sociali che sono stati coinvolti nella costruzione di una nuova alterità ostile nel senso comune.
    L’elaborato è suddiviso in due parti. La prima è teorica, anche se non esclusivamente di natura compilativa, e comprende i primi tre capitoli. In essa effettuo un’analisi sociologica dell’argomento, con il supporto teorico dei sociologi della modernità (Zygmunt Bauman, Anthony Giddens) e del rischio (Ulrich Beck). Tuttavia l’intento è quello di apportare un contributo originale e critico sull’argomento.
    Il primo capitolo tratta della costruzione dell’identità dello straniero all’interno dello stato-nazione, del rapporto che c’è tra identità e cultura, delle nuove forme di razzismo moderno. Il secondo capitolo è incentrato sulla “società del terrorismo”, un’era cominciata con gli attacchi al World Trade Center e non ancora conclusa, in cui il rischio è legato al territorio e quindi alla sovranità nazionale, e la «politicizzazione del problema della sicurezza» (U. Beck) è funzionale alla creazione di nuovi nemici pubblici su cui scaricare le ansie individuali. Il terzo capitolo affronta i meccanismi di rappresentazione dello straniero nei discorsi, come si impongono i pregiudizi etnici e che ruolo ha in ciò l’élite dominante; una parte è dedicata a come viene rappresentata dall’Occidente la figura del musulmano.
    La seconda parte, composta dal quarto e ultimo capitolo, è invece di ricerca empirica e verte sull’analisi sociosemiotica dei due, a mio parere, più significativi discorsi alla nazione, pronunciati dal presidente degli Stati Uniti nel settembre 2001. Gli strumenti semiotici mi hanno permesso di indagare i meccanismi nascosti che sono stati attivati nella strategia comunicativa di George W. Bush per fortificare il “Noi” e costruire un nuovo “Altro”.
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