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La formazione di competenze nel passaggio dalla scuola superiore all'università e al mondo del lavoro

Autore
Michela Cortina - Università degli studi di Genova - [2004-05]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 171 pagine
  • Abstract
    Sebbene nella recente “Riforma Moratti” (L. 53/2003) venga proposta una visione unitaria dell’intero sistema d’istruzione e formazione, in il rapporto tra scuola, università, formazione professionale e mondo del lavoro divenga sempre più forte, nella realtà questi tre ambiti continuano a mantenere esigenze diverse, non riconosciute e reciprocamente invisibili: manca ancora una chiave di lettura comune, un linguaggio condiviso che possa essere l’elemento fondante dell’auspicata integrazione dei sistemi. Il risultato di questa mancanza di dialogo, ma soprattutto di un “linguaggio” comune a tutti gli ambiti rende problematico il passaggio del giovane da una realtà all’altra.
    Lo studente una volta conclusi gli studi superiori si trova continuamente a dover ridefinire e riorganizzare le proprie strategie per affrontare con successo le richieste sempre nuove alle quali è posto di fronte: in pratica, la fase precedente non è adeguatamente propedeutica rispetto alla fase successiva. Durante la scuola superiore, il ragazzo tende ad utilizzare un metodo di studio basato sull’introiezione di nozioni che gli permette di accumulare concetti, di sistemarli grossolanamente e momentaneamente in modo da poterli recuperare se sottoposto alla giusta sollecitazione da parte dei docenti. Questo tipo di studio, o meglio di archiviazione di conoscenze, non è mosso dal desiderio di imparare, ma è spinto dall’esigenza di superare il momento dell’interrogazione, è dalla paura dell’errore di subire una valutazione negativa. Questo comportamento risulta però disfunzionale nel passaggio dal mondo della scuola a quello dell’università e al mondo del lavoro.In effetti nel nostro Paese, nonostante le molte immatricolazioni, un numero relativamente piccolo di giovani conclude gli studi. Il sistema accademico italiano è caratterizzato da un elevato tasso di dispersione: su 100 studenti immatricolati poco più di 40 riescono a laurearsi. E questi giungono al raggiungimento della laurea con 3 o più anni di ritardo rispetto ai tempi previsti dai corsi. Inoltre il III° Rapporto sullo stato del sistema universitario nazionale redatto dal CNVSU (Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario) informa che nel primo e secondo anno di corso abbandona le università italiane il 22% degli iscritti, l’età media dei laureati è di 27,5 anni mentre i laureati in corso sono solo il 4% e il 62% degli studenti si laurea con tre o più anni di ritardo. Tra i docenti universitari é sempre più diffusa la percezione (sostenuta dai risultati dei test d’ingresso) di un livello decrescente delle conoscenze ma soprattutto delle capacità dei nuovi iscritti.
    Sebbene sembri ingiustificato parlare di dispersione e irregolarità scolastica e universitaria, e del conseguente ristagno dei giovani nelle fasce di disoccupazione, accanto al tema della formazione di competenze nel sistema scolastico, in realtà non lo è affatto; infatti dietro l’insuccesso nelle singole materie sembra esserci proprio una carenza di strumenti culturali operativi, cioè di competenze (prerequisiti – abilità – saper fare); e proprio tale carenza spesso provoca nei ragazzi atteggiamenti di rifiuto verso lo studio con conseguente perdita di fiducia in sé e nelle proprie capacità.

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