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Immagine sacra, immagine profana. Lo sguardo antropologico

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Stefano Esposito - Università degli Studi Suor Orsola Benincasa - Napoli - [2003-04]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 140 pagine
  • Abstract
    In questa tesi ho messo a confronto due pricipali modalità dell'esperienza percettiva e di conseguenza rappresentativa del vissuto: la coscienza egocentrata che ci caratterizza in quanto occidentali, e la postura rivelativa: una posizione di coscienza non influenzata dal soggetto-osservatore, una posizione in cui, non essendovi un soggetto, non v’è l’abituale (“abituale” per noi occidentali) percezione dell’oggetto proiettato al di fuori. Tali posizioni coscienziali altre, differiscono solo a causa di una inculturazione che è reciprocamente altra. Sia l’uomo rivelativo che l’uomo egocentrato hanno un centro di coscienza. L’alterità va ricercata nella sintassi coscienziale propria di ciascuna “forma culturale”.
    In pratica: l'uomo dipinge come percepisce; e percepisce in base al condizionamento culturale ricevuto. Condizionamento tuttavia necessario alla sopravvivenza e all'efficienza in questo mondo.
    Coscienza e "io" non sono sinonimi in tutte le culture. Tecnicamente, la coscienza personale si identifica in un polo egologico, il soggetto, che intenzionando una hyle intesa come "materia" pone e coglie un noema oggettivo (astratto o empirico che sia). La coscienza impersonale, invece, in quanto noesi non egocentrata e non autoreferenziale, intenziona una hyle non intesa come materia, ponendo e cogliendo un noema hyletico.
    Tali attività della coscienza – determinate da un processo di inculturazione che varia a seconda della cultura di appartenenza – influenzano il modo di rappresentarsi e quindi di rappresentare il dato percepito.
    Tenendo presenti tali fondamentali concetti, ci è possibile capire più approfonditamente i motivi e la logica dell’altro senza cadere in sterili paragoni, in futili giudizi, senza proiettare la nostra cultura sull’altro, senza vederlo attraverso le nostre lenti colorate. Soprattutto, capire le ragioni dell’altro vuol dire non vedere nel suo agire qualcosa di patologico o inesatto (si pensi qui al giudizio artistico sulla mancanza di prospettiva operato su popoli e civiltà che non l’hanno usata e tuttora non la usano).
    In un’analisi contrastiva è necessario un atteggiamento né selettivo né partecipativo, ma una epoché radicale, una sospensione dell’assolutezza della nostra cultura, della “normalità” delle nostre ragioni. Un atteggiamento selettivo proietta l’errore sull’altro impedendoci di scorgere la sua genuinità e freschezza. L’epoché radicale si rivela un indispensabile strumento per capire e soprattutto per capirsi: comprendendo le vere ragioni dell’altro, comprendiamo meglio anche le nostre. L’organo della vista è quello che più usiamo per orientarci nello spazio: tramite l’occhio, la mente si organizza ed è capace di muovere il corpo e far sì che agisca in un determinato modo. È mediante l’occhio che la mente sviluppa l’immaginazione ed è noto che il pensiero si muove per immagini.
    In questa tesi ho posto l’accento sull’attività intenzionale della percezione: non tanto sul modo di percepire dell’occhio, ma sul modo in cui l’occhio viene utilizzato da parte della coscienza. È infatti la coscienza ad essere determinante nell’interpretazione dei dati iletici, i fenomeni che accadono nel campo visivo. In un contesto mitico-rituale l’uomo non compie da solo un’opera, egli è sempre sostenuto dalla comunità. L’azione non è compiuta dall’io, ma accade tramite l’uomo. Non v’è quindi un soggetto che si appropria dell’azione, è sempre il Sacro ad agire. Ciò vale anche per la produzione del manufatto artistico che – attenzione – nei contesti mitico-rituali non è mai “Arte” ma sempre un catalizzatore cultuale. Esso non è inventato ma canalizzato. Per poter parlare dell’ “artista rivelativo” mi è sembrato quindi doveroso e necessario introdurre un termine che gli sia appropriato, un termine che abbia una connotazione più adatta alle sue caratteristiche e che nel contempo non ci faccia cadere in equivoci nella fase di analisi. Essendo l’uomo della rivelazione prettamente un canale attraverso cui il Sacro viene a manifestazione, lo si potrebbe definire Canale rivelativo, canale impersonale attraverso cui il Sacro si rivela.
    In occidente invece, già a partire dall'epoca dell'antica Grecia si può avvertire un processo di progressiva personalizzazione degli artisti di cui un sintomo è l’apposizione della propria firma sull’opera: i vasai, ad esempio, appongono la firma sulle proprie opere. Vale qui ricordare anche l’esempio di Esiodo il quale firma la sua Teogonia affermando: «L’ho scritta io».
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