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Enduring Freedom. Retorica umanitaria e spersonalizzazione nella nuova guerra in Afghanistan

Autore
Ilaria Buselli - Università degli Studi di Siena - [2002-03]
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  • Bibliografia
  • Tesi completa: 390 pagine
  • Abstract
    Come si raccontano le “guerre umanitarie” quando a morire sono i civili, le persone in nome delle quali il conflitto è stato intrapreso? E come deve essere gestito lo “spettacolo del dolore” per convincere le opinioni pubbliche occidentali che è necessario intervenire in armi per difendere i diritti umani di popoli oppressi, quando tra quelle stesse persone si conta il numero più elevato di vittime? Dal tentativo di rispondere a tale paradosso nasce la mia ricerca, che analizza le modalità di costruzione narrativa della guerra e dei suoi personaggi durante l’operazione militare Enduring Freedom in Afghanistan.
    Attraverso l’analisi degli aspetti comunicativi dei principali conflitti della seconda metà del XX secolo (Vietnam, Golfo, Kosovo), ho delineato gli scenari in cui solitamente si trovano ad operare i giornalisti. Censura delle fonti e forme sempre più accurate di news management hanno allontanato l’inviato dalla guerra e dalle sue conseguenze: i media, cerimonieri dell’evento, raccontano guerre che non vedono e attingono informazioni e immagini quasi esclusivamente da fonti ufficiali governative, senza possibilità di verifica. I canali sono monopolizzati dal racconto di una guerra virtuale, che sembra però capace di soddisfare le attese di informazione del pubblico.
    I conflitti sono narrati secondo un insieme costante di framing ed espedienti retorici, utili a polarizzare e rassicurare l’opinione pubblica. Soldati eroici e leader giusti si contrappongono a milizie violente e dittatori sanguinari. Strategie, armi e tecnologie riaffermano miti importanti dell’identità occidentale e contribuiscono a dare un carattere razionale allo scontro. La guerra diventa racconto di azioni senza conseguenze, la sofferenza e la morte sono lasciate ai margini della trattazione: gradualmente scompaiono dalla vista dei soldati, dei giornalisti e dell’opinione pubblica.
    Osservare il dolore degli altri può essere un atto di voyeurismo, ma molti hanno creduto e credono nella possibilità di far cessare, mostrandole, le sofferenze causate dalla guerra. A partire dall’elaborazione teorica della “politica della pietà” di Hannah Arnedt, Luc Boltanski sostiene la possibilità di sviluppare sentimenti empatici per i dolori di gruppi lontani e di voler agire a distanza per alleviarli, assolvendo da un punto di vista morale la rappresentazione della sofferenza. La condizione fondamentale è che gli altri siano rappresentati come individui dotati di singolarità, e mai come masse anonime indifferenziate.
    Nel corso del Novecento è profondamente mutata la natura dei conflitti e, di conseguenza, la modalità di raccontare il nemico e i suoi civili. Nelle nuove guerre – secondo l’analisi di Mary Kaldor - l’Altro è individuato su base etnica e la sua identità è delineata in opposizione all’identità dell’Uno. Dalla fine della Guerra fredda, inoltre, i Paesi occidentali sono stati sempre più spesso coinvolti in guerre “per fini umanitari”. Ciò ha evidentemente comportato la necessità di individuare il nemico in modo nuovo: si combatte contro dittatori violenti, diabolici, pazzi, e il popolo non solo non è ostile, ma è la prima vittima dei propri governanti e deve essere aiutato.
    Attraverso l’analisi delle edizioni del Corriere della Sera e del Foglio dal 12 settembre 2001 al 31 gennaio 2002, questa tesi mette in luce la struttura del racconto di guerra: motivi, nemici, obiettivi. Iniziata per vendicare/fare giustizia degli attentati al World Trade Center e al Pentagono e difendere la libertà occidentale da Osama Bin Laden, dal terrorismo e forse dall’Islam, Enduring freedom è diventata anche una guerra umanitaria, di liberazione del popolo afgano oppresso dai talebani terroristi. I giornalisti hanno parlato di talebani, profughi, donne, vittime che spesso non potevano vedere direttamente: la massa anonima e la dimensione simbolica del racconto hanno prevalso sul tentativo di raccontare le storie della gente e l’identità (spesso stereotipata) del gruppo ha annullato quella individuale.
    La guerra è stata però raccontata anche da alcune organizzazioni umanitarie, mettendone in luce il ruolo di agenti di controinformazione, spesso critici nei confronti dei media e della retorica (e dell’azione) umanitaria militare. Assumere il punto di vista della gente e il tentativo costante di personalizzare il racconto comporta una totale ridefinizione dei ruoli. La massa anonima è rifiutata, i casi singoli sono protagonisti e, di fronte alla sofferenza, l’identità di gruppo delle persone diventa irrilevante.
    Infine, sulla base di parte dell’ampia letteratura relativa ai temi posti in agenda dopo l’11 settembre e considerando alcuni sviluppi della situazione afgana, ho cercato di delineare delle ipotesi interpretative sul ruolo dei media nella percezione del conflitto, evidenziando soprattutto come le modalità narrative adottate per le persone possano essere collegate a diverse concezioni dei diritti umani.
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