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Identità e narrazione nell'anziano

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Anna Zanetti - Università degli Studi dell'Insubria - [2003-04]
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  • Tesi completa: 91 pagine
  • Abstract
    L’invecchiare e l’essere vecchi sono comunemente associati all’immagine dell’uomo che si incammina o è giunto alla parte finale della sua esistenza.
    Di fatto, oggi, il miglioramento della qualità di vita e delle condizioni igieniche, l’evolversi delle discipline mediche e di quelle scientifiche, hanno consentito di allungare sensibilmente le prospettive di vita, trasformando quella che era la fase conclusiva dell’esistenza, in un periodo che di sovente sfiora una durata ventennale.
    In tale lasso di tempo, l’intervenire di modificazioni di status o comportamenti sociali e l’insorgere di patologie, rischiano di far diventare l’uomo una “persona senza personalità”.
    L’atteggiamento della società nei confronti dell’ “anzianità” rispetto al passato, è, negli ultimi decenni, mutato, alterando il rapporto degli individui con le proprie tradizioni e con la cultura di appartenenza, lasciando nell’uomo un vuoto “identitario”.
    L’emergere di pratiche new age che, tanto di moda raccolgono schiere di adepti, è l’espressione della necessità di colmare tale vuoto, ritrovando segni atavici della propria esistenza.
    L’uomo, nell’ottica post-moderna della globalità, si impegna però nella ricerca di radici lontane, talmente remote da sfuggire, a volte, persino alla memoria dei vivi.
    La vecchiaia nella nostra contemporaneità è assai diversa da quella del passato e dovrebbe pertanto essere suddivisa in due distinti periodi, quello della “anzianità” in cui l’uomo è parte attiva e presente nella comunità d’appartenenza, e quello dell’“anzianità avanzata” in cui, a causa del sopraggiungere di malattie o di eventi invalidanti, la persona è privata della possibilità di occupare ruoli sociali attivi.
    In quest’ultima condizione e soprattutto se bisognoso di cure e non più autosufficiente, l’anziano viene rimosso dall’incombenza di essere custode di esperienze e di valori, in quanto non più ritenuto capace di trasmettere e di insegnare il proprio sapere e trasformato così da soggetto “sociale” ad “oggetto” di preoccupazione sociale.
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