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Intervista a Gabriella Caldelari
Presidente dell'ong svizzera Insieme per la Pace, Gabriella Caldelari insieme a Maria Pia Fanfani fu una delle poche occidentali ad entrare in Rwanda durante il genocidio, esperienza raccontata poi nel suo libro ''Rwanda per non dimenticare''

[06/07/2007]

D. A tredici anni dal genocidio, qual è la situazione del Rwanda, in particolare riguardo alle divisioni che hanno portato al massacro?

Ad oggi esistono ancora tracce delle vecchie divisioni, specie nelle generazioni che hanno vissuto il genocidio, ma tra i più giovani ci sono cambiamenti significativi, grazie all'efficace politica condotta dal governo in questi tredici anni. Le iniziative portate avanti per favorire la riconciliazione, parola fondamentale che definisce ufficialmente la campagna promossa dal governo subito dopo la fine delle ostilità nel 1994, sono diverse: dalla settimana commemorativa ogni anno in aprile (periodo durante il quale l'unico canale televisivo e tutte le emittenti radiofoniche trasmettono argomenti – poemi, canzoni, dibattiti, documentari o discorsi pubblici – sul tema) ai tribunali gacaca; dai numerosi e continui inviti a non dimenticare (parole d'ordine quali “never it again” o “plus jamais”) alla costruzione di siti memoriali (il più grande dei quali, a Kigali, contiene una sezione su tutti i genocidi del XX secolo), fino alla recente abolizione della pena di morte.
Fra i risultati raggiunti nel riconciliare la popolazione, probabilmente il più importante è stato ottenuto in ambito scolastico: il governo, infatti, ha eliminato qualsiasi vincolo di accesso all'istruzione e alle classi legato alle distinzioni etniche (prima del 1994, infatti, solo il 10% per ogni classe poteva essere di etnia tutsi). Una tale iniziativa politica, oltre a rispettare i principi democratici e i diritti di ognuno all'istruzione, ha il merito di educare alla solidarietà attraverso un'azione concreta tesa direttamente a ricostruire il futuro della stessa società, i bambini.
Sempre su di un piano concreto, si è cercato di ridurre i possibili attriti garantendo una giusta punizione per i colpevoli dei massacri attraverso i gacaca, ossia i tribunali tradizionali locali. I gacaca hanno avuto, seppure tra incertezze ed errori, almeno due meriti: da una parte, è stato possibile punire i colpevoli di crimini inferiori che, profittando delle difficoltà di un sistema di diritto internazionale e delle lacune di una disastrata giurisdizione nazionale, avrebbero potuto restare impuniti. Dall'altra, i gacaca sono stati anche uno strumento pubblico di confronto-confenssione che ha così permesso alla rabbia e al risentimento di trovare uno spazio aperto e non restare solo nelle segrete dell'intimo e del privato.
Anche riguardo la sicurezza il paese ha fatto enormi passi avanti. Dopo le recrudescenze del 1997 e del 2001, il Rwanda sta vivendo un periodo molto positivo in termini di pace grazie ad un corpo di forze militari e di polizia tra i più preparati del continente: gli scontri al confine con il Congo, paese verso il quale si sono diretti la maggior parte dei genocidari in fuga, sono sempre meno frequenti e si sono spostati all'interno del Congo stesso, dove la situazione è instabile e segnata da violenze continue.
Per concludere sulla questione delle divisioni, forse ad oggi la frattura sociale saliente nel determinare le differenze fra la popolazione rwandese non è più la distinzione etnica (ed è bene ricordare che la questione etnica aveva diviso il Rwanda solo con l'arrivo dei colonizzatori, in quanto hutu, tutsi e twa erano categorie socio-politiche – come borghese e proletario – non definizioni etniche) bensì la ricchezza e la sua distribuzione, sempre più ineguale. Oggi è possibile trovare nei quartieri ricchi della capitale bambini che arrivano a scuola su grossi Suv e, poco distante, bambini di strada o ragazzi che hanno camminato un'ora, e qualche volta due, per arrivare al proprio istituto.

D. Oltre agli effetti noti di ogni guerra, quali sono state le conseguenze più gravi che il conflitto del 1994 ha lasciato in eredità al Rwanda?

Premesso che la guerra in Rwanda era iniziata molto prima dell'aprile '94, a testimonianza di un logoramento della popolazione prolungato nel tempo, alla fine del genocidio, con l'arrivo dell'FPR a Kigali nel luglio dello stesso anno, le conseguenze più disastrose e immediate che il Rwanda ha dovuto affrontare furono quelle legate alla ricostruzione istituzionale dello stato e delle forze di sicurezza.
La guerra aveva devastato anche tutto il sistema di infrastrutture di cui disponeva il paese (specie la rete urbana ed elettrica).
La distruzione coinvolse anche il tessuto sociale: alle lacerazioni del legame comunitario e solidaristico attraverso la distinzione etnica, si aggiunsero i danni disastrosi portati dalla grande diffusione del virus dell'HIV (favorito dalle condizioni precarie di vita e dalle violenze sessuali perpetrate durante il conflitto) e dall'elevato numero di bambini rimasti orfani alla fine delle ostilità (si conta che nel luglio del '94 circa 300.000 bambini erano orfani su una popolazione che superava allora i 6 milioni di abitanti).
La conseguenza più grave di questi lasciti è stata l'enorme difficoltà per la società rwandese di costruire su una base solida il proprio futuro, poggiandosi sulle giovani generazioni. Tuttavia, il sostegno del governo alle politiche promosse dall'UNDP a favore di una scuola primaria gratuita ha agevolato l'alfabetizzazione e l'istruzione di un'ampia parte di giovani, favorendo così una ripresa che altrimenti sarebbe stata ritardata.
Riguardo le conseguenze sulla psicologia e sugli atteggiamenti delle persone c'è da fare al contrario una premessa: il popolo rwandese è enigmatico, è difficile cogliere e interpretare i suoi pensieri più intimi e segreti, soprattutto su quanto è successo in quel periodo. Durante le manifestazioni commemorative, ancora oggi può capitare di persone traumatizzate che, a tredici anni di distanza, non hanno superato completamente lo shock subito: reazioni nervose, convulsioni e grida colgono spesso donne e ragazze durante le cerimonie. Ma al di là di queste occasioni particolari è difficile avere modo di comprendere le conseguenze sulle persone che quegli eventi hanno lasciato.

D. A proposito di orfani, quando sei arrivata in Rwanda nel 1994 come hai operato e quali strategie avete adottato per ricomporre le famiglie al termine degli scontri?

A maggio, io e Maria Pia Fanfani siamo arrivati in Rwanda passando da Mulindi, al confine con l'Uganda, dove era disposto il quartiere generale delle milizie ribelli (FPR). Scortati da loro abbiamo iniziato a girare nel paese, nelle zone colpite dalla guerra a cercare i bambini che avevano la priorità di essere curati. La situazione era davvero grave: in molti casi gli orfanotrofi erano già stati saccheggiati e molti bimbi sfregiati, mutilati o violentati dai soldati. Cercavamo di scegliere, fra tutti i casi che si presentavano, quelle emergenze che non erano né troppo gravi (poiché il bambino non avrebbe resistito al viaggio di trasferimento) né gravi abbastanza. Non facevamo alcun tipo di distinzione fra bambini hutu e bambini tutsi e i militari del Fronte patriottico rwandese accettavano le nostre decisioni. Dopodiché viaggiavamo verso i centri di raccolta: ogni tanto, quando si passava davanti ad un campo di canna da zucchero, alcuni soldati scendevano dalle jeep o dai camion per raccogliere le piante e distribuirle ai bambini. Poi, giunti ai centri di raccolta, i bambini ricevevano le cure del caso. Molti di loro erano terrorizzati: non si accorgevano di quanto stava succedendo o del perché li stavamo portando via. Poi alcuni di loro si affezionavano a noi, come una bambina piccola che avevamo recuperato a Butare, nel sud del paese: purtroppo per me e fortuna sua non la portai via con me. Oggi quella bambina, al tempo affidata ad un'anziana locale, è negli Usa a terminare gli studi.
Comunque, finita la guerra, i militari insieme alle agenzie delle Nazioni Unite e alla CRI hanno poi provveduto a ricongiungere alle proprie famiglie la maggior parte dei bambini presenti nei centri di raccolta.

D. Hai parlato dell'attraversamento della frontiera a Mulindi. Nel tuo libro racconti proprio questo momento dicendo di non aver provato, allora, nessuna sensazione di paura. E' stato così anche per tutto il resto del viaggio?

Sì, nel mio primo viaggio non ebbi mai paura. Ero come anestetizzata, mi sembrava di essere in un film: tutta quella violenza mi sembrava irreale, impossibile da vedersi in un paese che ispirava tanta pace e armonia. Di fronte ai massacri, ai villaggi deserti e saccheggiati, ai cadaveri sulle strade sentivo pietà, ma non paura. Era come se non riuscissi a credere che fosse successo realmente. Non era inconsapevolezza, piuttosto incredulità
Lo shock comunque era dietro l'angolo e quando rientrai in Svizzera il trauma esplose con forza. Guardavo le immagini in tv e piangevo, uscivo in strada e piangevo: le lacrime mi scorrevano quasi continuamente. La tv aveva dato realtà a quelle immagini che, mentre le vivevo, erano sembrate una finzione televisiva. Con la lucidità che fornisce la distanza dalle cose, avevo assunto colpevolezza delle dimensioni del massacro, della forza di quegli eventi e di tutto quanto visto con i miei occhi.
A questa consapevolezza si aggiungeva un altro aspetto: quando rientrai a casa mi sentivo impotente di fronte alla condizione della popolazione rwandese e questo acuiva il mio senso di disagio e malessere. Quando ero là non c'era tempo di pensare, bisognava agire e l'azione non dava spazio al pensiero, dal quale la paura nasce.
Per superare il trauma, comunque, fu molto utile per me rendere pubbliche le immagini e i pensieri che mi tormentavano, raccontare l'esperienza vissuta attraverso il libro di cui parlavi nella domanda: fu positivo, concreto, liberatorio e mi permise di capire che potevo essere utile anche dalla Svizzera fondando Insieme per la pace e lavorando per raccogliere fondi e portare a conoscenza il fenomeno.

D. Sempre riguardo la paura, nelle società occidentali sembra sempre più diffuso un certo sentimento condiviso di paura e insicurezza, sostenuto dagli appelli sia dei politici sia dell'informazione. Com'è vissuta la paura nella società rwandese?

Anche in Rwanda esistono paure collettive, specie legate ai traumi del genocidio, ma, a differenza delle società occidentali, esse sono vissute come tali, collettivamente. Affrontandole in questo modo, le comunità rwandesi condividono lo stato di tensione derivante dall'ansia e dall'insicurezza, non lasciando il singolo davanti a spettri generatesi nella società. La vita comunitaria e la forte solidarietà, entrambe necessarie per sopravvivere in una società ancora estremamente povera, sono fattori importanti nel ridurre e contenere l'impatto delle paure sociali: il nostro individualismo, al contrario, ci porta ad affrontare le paure in solitudine, sia mentale che reale.
C'è inoltre un altro aspetto: il bisogno di sicurezza e la paura cresce quanto più sono gli oggetti che ornano la nostra vita e reificano la nostra identità – e che, quindi, vogliamo difendere – e quanto maggiore è la posta messa in gioco che possiamo perdere. Oltre al fatto che, quanta più sicurezza chiediamo, tanto di più ne avremo bisogno.
In Rwanda, al contrario, l'insicurezza è stata per molti anni una norma e continua ancora ad esserlo, almeno nella misura in cui non sai se a fine giornata avrai qualcosa da mangiare.

D. Vorremmo sapere qualcosa della tua storia personale. Cosa ti spinse a partire?

Fin dall'adolescenza avevo una predilezione per l'Africa: era un interesse ciclico, ma che tornava sempre con più forza. Diverse nella mia vita erano state le occasioni per poter conoscere il continente nero, ma tutte le volte si era frapposto qualche ostacolo. Una sorella di mia madre, suora missionaria, aveva perso la vita a causa del tifo durante un viaggio in Africa e questo aveva ulteriormente complicato le cose in famiglia. Alla fine del 1993, dopo aver lavorato come maestra d'asilo, mi ero impegnata come assistente ed educatrice per ragazzi disabili, ma sentivo il bisogno di coinvolgermi in attività più radicali e di coronare il desiderio di conoscere l'Africa. Nell'aprile del 1994 quando vidi per la prima volta la tragedia del Rwanda decisi fermamente di andare là per dare una mano in qualche modo: non riuscì a fermarmi nessuno, inviai una lettera a Maria Pia e dopo un mese ero di partenza.

D. Chiduamo con una domanda ancora sul genocidio. Dal tuo punto di vista, per quello che hai visto, quali sono state le cause di quella tragedia?

Come dicevo prima, le cause vanno ricercate nella storia recente del Rwanda, dal momento in cui furono colonizzati. Il Rwanda fino al XIX secolo era un sistema sociale atipico rispetto alla maggior parte dei paesi africani: le divisioni non erano di carattere etnico, bensì di tipo clanico e sociale. Le categorie hutu, tutsi e twa erano categorie sociali trasversali ai clan: all'interno delle famiglie potevano esserci fratelli hutu e tutsi. Poi la dominazione belga introdusse il termine etnia (termine che non esisteva nel vocabolario del kinyarwanda) utilizzando per identificarla la parola locale fino ad allora utilizzata per definire i clan. Da allora avvenne una radicalizzazione delle nuove divisioni su base etnica, la cui artificialità è stata rappresentata dalle misurazioni dell'altezza e del naso (si diceva infatti che i tutsi, di origine watussi, fossero riconoscibili dalla loro altezza e dalla lunghezza dei loro nasi). Insomma tutte quelle procedure e pratiche di misurazioni fisiognomiche che in Europa erano già diffuse e spesso tristemente famose.
Oltre alla questione etnica, ebbero poi un peso notevole le relazioni regionali e internazionali: le alleanze con Francia (che appoggiava il regime hutu) e USA (sostenitori del fronte ribelle), i rapporti con l'Uganda di Museveni (dove l'FPR aveva stabilito il suo quartier generale) e il Congo e il Burundi (alleati del regime al potere).
Le cause sono dunque molteplici e ogni tentativo di comprendere l'escalation che ha portato alla violenza inaudita del genocidio non deve trascurare alcuno di questi aspetti.
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