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Intervista a Derrick de Kerckhove, sociologo della cybercultura
Abbiamo tradotto per voi un'intervista rilasciata da de Kerckhove, discepolo di McLuhan, nella quale con tono arguto e ironico si analizzano i concetti della cybercultura e dei suoi derivati

[11/03/2009]

Intervista rilasciata a Álvaro Bermejoda da Derrick de Kerckhove, direttore del McLuhan Progam presso l'Università di Toronto.

Álvaro Bermejo: Il suo primo mondo virtuale fu la letteratura e poi la sociologia dell'Arte. E adesso abbiamo Derrick De Kerckhove come visionario della cybercultura e delle nuove tecnologie. Lei è un personaggio di Asimov, di Moebius o piuttosto di McLuhan?

Derrick de Kerckhove: Sono un prodotto della mia educazione in India e in Pakistan. Come ragazzo che è stato esposto alle glorie e alle miserie del mondo, a civiltà totalmente differenti, con una lunga storia alle loro spalle, una volta arrivato in Canada ho sviluppato un salutare senso del dubbio sul mondo, sull'importanza della semiotica e del post-strutturalismo francese di fronte alla globalizzazione e al multiculturalismo. Così quando incontrai McLuhan ero pronto per qualcosa di nuovo. Fu il solo professore che abbia mai incontrato che mi parlava del presente e non solo del passato. Mi ha insegnato a vivere e pensare nella contemporaneità.

Ogni nuova filosofia contiene una nuova concezione dell'universo, dello spazio e del tempo. I monaci medioevali rappresentarono la loro nel Book of Kells, un'architettura infinita di incroci e spirali. Come vede Internet?

Derrick de Kerckhove: Non lo vedo proprio! E' invisibile, come il nostro sistema nervoso. E' un immenso ipertesto che preme dietro il monitor anche quando sto scrivendo questo (l'intervista, n.d.r.). Ma non è affatto sensibile alla vista quanto lo è al tatto. Navigare nel web infatti è una questione tattile. Le cose emergono dal monitor allo stesso modo di come emergono i ricordi nella nostra mente.

Abbiamo abbandonato il villaggio globale, navighiamo nella rete delle reti ma le capacità tecniche del cittadino medio non sono molto più grandi di quelle dell'uomo di Neanderthal. Sotto la vernice della cultura, quale tipo di uomo la cultura digitale sta creando?

Derrick de Kerckhove: Il cittadino medio è sempre un tipo neanderthaliano. Questo perché abbiamo politici neanderthaliani.
La cultura digitale è la fase cognitiva dell'elettricità. Così come abbiamo di certo attraversato la fase muscolare, altrettanto certamente stiamo vivendo questa nuova fase. La maggior parte delle persone si preoccupa di come il loro corpo funziona solo quando hanno un mal di schiena o della loro macchina solo quando devono portarla in officina. E anche allora, non vogliono conoscere. Ma c'è una speranza. La trasformazione che sta avendo luogo è inconsapevole come lo fu al tempo quella del concilio di Trento, quando si cercò di inserire un vecchio ordine in una religione che fu completamente minata da una nuova concezione dell'uomo. Oggi, senza il minimo dubbio siamo letteralmente investiti da una umanità globalizzata e connessa.

Lei afferma che il sistema informatico – in particolare l'ipertesto – è una protesi della mente, come dire delle psicotecnologie. Se confrontiamo i suoi dati con le ultime ricerche sulla ingegnera genetica, quale futuro ci aspetta?

Derrick de Kerckhove: Le chiamo psicotecnologie perché hanno una specifica caratteristica che non condividono direttamente con l'ingegneria genetica, ossia la loro relazione con il linguaggio. Tutte le tecnologie che codificano, classificano e trasportano il linguaggio, allo stesso tempo lo modificano e modificano anche chi lo utilizza. Il linguaggio ha un'intima relazione con la nostra mente e tutte le tecnologie che lo riguardano condizionano anche le strategie da noi usate per organizzare il tempo, lo spazio e il sé. Quindi le psicotecnologie ristrutturano la nostra mente.
Anche se l'ingegneria genetica può condizionare il nostro modo di pensare, scavalca il linguaggio per indirizzarsi all'edificio materiale di base dell'essere umano. Insomma sono manipolazioni differenti, sebbene ugualmente importanti per il nostro status quo. E poi non posso prevedere il futuro che ci attende, la mia unica ambizione è predire il presente

Perché la cultura virtuale ci sembra essere un concetto innocente, mentre l'idea di una democrazia virtuale ci appare sospetto?

Derrick de Kerckhove: In verità nessun concetto è innocente. Arthur Kroker scrisse dei commenti acuti sulla Virtual Class e sul Data Trash world; d'altro canto, con i blog, la democrazia virtuale sembra almeno rappresentare una possibile mutazione della democrazia senza perdere la sua principale caratteristica, che è quella di dare potere alla gente in una misura ragionevole.
La domanda vera è quanto esteso può essere il volume di popolazione mondiale che partecipa attraverso i blog?

Il cyberwork ci rende davvero più liberi o ci ha portato più vicini agli schiavi sorridenti di A Brave New World?

Derrick de Kerckhove: Dipende dal proprio punto di vista. Se odi il tuo lavoro, il cyberwork non è migliore di quello vecchio, anzi probabilmente sarà peggiore perché è così incessante; tuttavia, come succede a me, se ami il lavoro che fai, allora il cyberwork è meraviglioso e non ne hai mai abbastanza. Personalmente non mi sento affatto schiacciato dall'eccesso di informazioni, seppure è vero che non posso rispondere a tutte le mail che ricevo.

Nonostante le ambizioni totalitarie, può il web sviluppare un nuovo Umanesimo, un nuovo Illuminismo?

Derrick de Kerckhove: Forse, ma l'Umanesimo e l'Illuminismo potrebbero non essere i giusti modelli per quest'era. Il Web sta realmente cercando di fornire a quante più persone possibili l'accesso a informazioni utili nella misura in cui possono essere raggiunte.
Il Web sta proponendo una nuova modalità di memoria e di distribuzione dell'informazione. Siamo tutti nella situazione aristocratica che Moliere descriveva quando disse "Un gentiluomo è qualcuno che conosce ogni cosa senza avere il fastidio di apprendere tutto". Questa è la condizione naturale del nuovo Umanesimo.

Traduzione di Manuel Antonini. Intervista tradotta dall'originale inglese
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