Home Sociologia
Home Sociologia
Intervista a Ulrich Beck
Tradotta un'intervista del sociologo tedesco nel quale discute dei nuovi rischi legati all'emergere del fenomeno terroristico e dell'uso dell'immagine del nemico come aspetto centrale nella costruzione del potere politico.

[27/10/2008]

L'intervista originale è stata effettuata da Victor Tsilonis per il sito Intellectum. Per consultare l'articolo in lingua inglese, clicca qui.

Traduzione a cura di Manuel Antonini

Probabilmente il più importante filosofo greco dell'era contemporanea, Cornelius Kastoriadis, ha affermato che "chiunque crede che la storia sia finita sarà smentito, perché la storia lo aspetterà, sorridendo astutamente, all'angolo della strada". Possiamo dire che eventi come l'11 settembre e il primo annuncio formale di una clonazione umana (nel novembre del 2001) confermano questo punto senza ombra di dubbio?

Non c'è nulla "senza ombra di dubbio", ma questo è assolutamente certo.

Di recente molte persone si sono seriamente preoccupate dei rischi tecnologici imprevisti, dei rischi ambientali, dei rischi connessi alla genetica etc. Potrebbe qualcuno sostenere il punto di vista che i tragici eventi dell'11 settembre rappresentano solamente il vecchio rischio dell'abuso di potere politico nel mondo dominante?

L'11 settembre ha significato il completo collasso del linguaggio. Da quel momento, abbiamo vissuto, pensato ed agito usando concetti che erano incapaci di cogliere quegli eventi. L'attacco terroristico non è una guerra, non è un crimine e nemmeno terrorismo nel senso familiare del termine. Non è stato né l'insieme di queste cose né una piccola parte di ognuna di esse. Nessuno ha ancora offerto una risposta soddisfacente alla semplice domanda di cosa è successo realmente. Un'esplosione di silenzio è seguita all'implosione delle Torri Gemelle.
Se non abbiamo i giusti concetti, sembrerebbe allora che il silenzio sia appropriato. Ma non lo è. Perché il silenzio non fermerà la profezia auto-avverantesi di idee e concetti falsi, come ad esempio la guerra. Questa la mia tesi: il collasso del linguaggio capitato con l'11 settembre esprime la condizione fondamentale del XXI secolo, ossia di vivere in ciò che chiamo "società del rischio globale".

Possiamo anche dire che gli eventi dell'11 settembre furono un rischio che i politici hanno ignorato perché il pericolo era grande e molto vicino? Perché le persone tendono a ignorare totalmente i grossi pericoli quando sono vicino a loro? Cosa li porta a questo stato di ignoranza?

Non credo che le persone ignorino i rischi; i politici invece li usano per i loro scopi.

Qual è la principale differenza tra gli effetti sociologici causati alla gente dal nuovo terrorismo e quelli legati ai rischi tradizionali?

I conflitti ecologici e finanziari corrispondono al modello dell'auto-produzione di pericoli della modernità. Entrambi sono chiaramente il risultato dell'accumulazione e della distribuzione di scorie che sono legate alla produzione dei beni. Risultano dalle decisioni centrali della società, ma come effetti collaterali non intenzionali di queste decisioni.
L'attività terroristica, al contrario, è intenzionalmente cattiva. Il suo obiettivo è produrre gli effetti che le altre crisi producono involontariamente. Perciò il principio dell'intenzione sostituisce il principio dell'accidente.

La maggior parte della letteratura del rischio in economia tratta il rischio come un elemento positivo all'interno delle decisioni di investimento, come un aspetto dinamico legato all'essenza del mercato. Ma investire di fronte al rischio presuppone fiducia. La fiducia, a sua volta, riguarda un legame nel tempo e nello spazio, in quanto implica impegnarsi con una persona, un gruppo o un'istituzione nel tempo.
Il prerequisito di una fiducia attiva, in campo economico come nella vita quotidiana e nella democrazia, si sta dissolvendo. La percezione della minaccia terroristica sostituisce la fiducia con la sfiducia. Mina addirittura la fiducia nei concittadini, negli stranieri e nei governi di tutto il mondo. Così la dissoluzione della fiducia moltiplica i rischi, la minaccia terroristica scatena un'auto-moltiplicazione dei rischi slegando le percezioni del rischio e le sue fantasie.

G. Bush ha affermato che il comunismo non è più una minaccia, il nuovo nemico è il terrorismo. Possiamo dire che questa affermazione ha un certo impatto sociologico sulle persone, specie i cittadini statunitensi? Se la risposta è positiva, come possiamo analizzarne le conseguenze?

La domanda principale è: chi definisce l'identità di un "terrorista transnazionale"? Né i giudici né le corti internazionali, ma gli stati e i governi forti. Essi rafforzano se stessi definendo il loro proprio nemico, il loro Bin Laden. La distinzione fondamentale tra guerra e pace, tra attacco e collasso dell'autodifesa. Le immagini del "nemico terrorista" sono deterritorializzate, denazionalizzate e flessibili alle costruzioni statali: ciò legittima l'intervento globale dei poteri militari come autodifesa.
Il Presidente Bush ha descritto un'immagine spaventosa di "centinaia di migliaia" di terroristi di al-Qaida "in almeno una dozzina di paesi". Bush usa la più vasta interpretazione: "Essi devono essere distrutti". Il suo allarmismo ha un effetto paradossale: dà ai terroristi islamici ciò che vogliono – il riconoscimento del loro potere. Li ha incoraggiati a credere che gli USA possono davvero essere seriamente danneggiati da azioni terroristiche come quelle. Così, c'è un reciproco e nascosto rafforzamento tra il potere di Bush e il potere dei terroristi.

Le agenzie di intelligence americane sono sempre più preoccupate che i futuri tentativi terroristici di attaccare gli USA potrebbero coinvolgere membri asiatici o africani di al-Qaida, una tattica che intende eludere il profilo razziale sviluppato dal personale della sicurezza americana. In questo modo il rafforzamento della legge e le controffensive dell'intervento americano non si concentrano solo sulla faccia araba, ma anche su quella indonesiana, malese e persino africana. Affinché le immagini dei nemici terroristi siano ampliate, parametri più ampi sono stati sviluppati così da includere reti e individui che potrebbero essere connessi con organizzazioni terroristiche africane o asiatiche.
Così facendo Washington costruisce una minaccia immensa e Bush può insistere che la mobilitazione permanente della nazione americana è necessaria, che le spese militari devono essere aumentate, che le libertà civili devono essere ristrette e che le critiche siano tacciate di anti-patriottismo. Ecco un'altra differenza: la pluralità degli esperti e delle razionalità, che caratterizza i rischi ecologici e finanziari, è sostituita da una semplificazione dell'immagine nemica, costruita dal governo e dalle sue agenzie senza l'apporto dell'opinione pubblica e della partecipazione democratica.


Altre interviste
  • [13/08/2009] Intervista a Canevaro
  • [13/07/2009] Intervista a Marc Augé: il bello della bicicletta
  • [12/06/2009] Levy: gli utenti di internet guardano la televisione?
  • [13/05/2009] Intervista al presidente dell'ANIMI
  • [15/04/2009] Intervista al prof.re Marzio Barbagli: immigrazione e sicurezza
  • [11/03/2009] Intervista a Derrick de Kerckhove, sociologo della cybercultura
  • [10/02/2009] Globalizzazione e i suoi problemi: dove le soluzioni? Risponde Bauman...
  • [16/01/2009] Intervista a Bauman: la paura e la diversità nella società contemporanea
  • [16/12/2008] Intervista a Manuel Castells
  • [19/11/2008] Intervista al professor Manuel Castells




  • ARTICOLI AUTORI LIBRI DOSSIER INTERVISTE TESI GLOSSARIO PROFESSIONI LINK CATEGORIE NEWS Home

    Skype Me™! Tesionline Srl P.IVA 01096380116   |   Pubblicità   |   Privacy