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Intervista a Mariolina Graziosi: la sociologia nell'università italiana
Professore associato di Sociologia generale e Storia del pensiero sociologico alla Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano

[17/05/2007]

D. Con la riforma universitaria il lavoro di tesi è cambiato profondamente. Nonostante questo, rimane ancora la possibilità per lo studente di proporre l’argomento dell’elaborato finale?

Certamente il lavoro di tesi è cambiato radicalmente con il passaggio dalla laurea quadriennale allo schema del triennio. Oggi allo studente si richiede un elaborato che in gergo universitario chiamiamo “tesina” e che consta di un lavoro più limitato, circa tra le 40-60 pagine, su un argomento specifico. Tuttavia, per quanto riguarda la mia esperienza, lo studente continua a proporre un proprio argomento di tesi seppure entro un lavoro più contenuto.

D. Con un lavoro più limitato si corre il rischio di avere anche un lavoro più superficiale?

Ritengo che il nuovo lavoro di tesi richieda un salto di qualità da parte dello studente. Mentre la tesi quadriennale permetteva di esplorare l’argomento nei suoi più diversi aspetti, dalla ricerca bibliografica alla proposizione di nuove prospettive, la tesi triennale deve concentrarsi su un aspetto preciso dell’argomento, avere un’ipotesi di ricerca chiara e solida attorno la quale argomentare una spiegazione. Quindi non c’è più un’analisi approfondita di un argomento o di un tema, piuttosto l’analisi di un singolo aspetto. In altre parole, la tesi triennale si avvicina al modello dei working papers, lavori concisi e sintetici che si concentrano su determinati aspetti di un argomento senza la pretesa di sviscerarlo, o di fare un’analisi approfondita.

D. In questo tipo di lavori, per quanto riguarda la sociologia, viene privilegiata la ricerca empirica o la speculazione teorica?

Sono possibile tutte e due i tipi di lavoro, anche se il lavoro di ricerca empirica può essere più completo del lavoro teorico. Se si parte con un’ipotesi chiara e la metodologia adottata, è possibile procedere con l’esposizione dei dati raccolti, la loro discussione e le conclusioni finali, ossia la risposta alla domanda iniziale posta al centro del lavoro di tesi, anche in un lavoro breve. Una tesina principalmente teorica,invece, richiede una sintesi che necessita di un maggiore approfondimento, per evitare di tralasciare aspetti fondamentali del tema. Un lavoro che non sempre gli studenti sono disposti ad affrontare, o in grado di fare.

D. Il passaggio dal quadriennio al triennio non ha coinvolto solo una differenza nella tesi, che forse è solo la punta dell’iceberg, ma anche la struttura del percorso accademico, l’approccio allo studio, la preparazione all’esame e il momento stesso di verificare le conoscenze acquisite. Qual è la sua opinione riguardo tutte queste trasformazioni?


Il cambiamento è stato radicale e senza voler essere pessimista, passando da vecchia signora vittoriana, c’è sicuramente una tendenza che con il passaggio al triennio si è affermata ancora più velocemente ed è quella di intendere la conoscenza più come nozioni e competenze “usa e getta”, piuttosto che come percorso di formazione e crescita permanente. Modalità di intendere il sapere favorito anche dal diffondersi di internet come strumento di studio, che fornisce risposte pronte e veloci senza però approfondire l’argomento. Ma questa, ribadisco, è una tendenza più generale, legata solo relativamente al passaggio, in quanto coinvolge piuttosto un cambiamento della nostra società, che predilige i comunicati stampa, l’informazione rapida e veloce piuttosto che l’approfondimento, il saggio. Questo per quanto riguarda l’approccio allo studio e all’esame.
Per quanto attiene al percorso accademico, nell’intento della riforma universitaria vi era la volontà di favorire un avvicinamento al mondo del lavoro, ossia preparare i ragazzi ad una specializzazione professionale già in università. Ciò ha portato il mondo accademico italiano ad avvicinarsi a quello statunitense nella strutturazione del percorso; tuttavia, ritengo sussista ancora una forte differenza tra i due paesi riguardo la solidità della struttura stessa. Mentre negli USA alla fine del triennio lo studente è introdotto ad un biennio connotato da una forte specializzazione, in Italia i due anni successivi, almeno per quanto riguarda la sociologia, rimangono legati ad una formazione generale anche se piu’ approfondita. In entrambi i casi prevale l’ottica dei programmi più leggeri, meno impegnativi e delle richieste di minor severità nelle valutazioni.

D. Sintomi che la riforma, nel tentativo di risolvere il problema dell’università italiana, che tratteneva gli studenti per un periodo di tempo superiore a quello degli altri paesi occidentali, ha sì accorciato i tempi portando però con sé una preparazione molto superficiale, tanto da sembrare l’università il continuo di un liceo, piuttosto che l’inizio di un nuovo percorso?

Il problema dei tempi non dipendeva tanto dalla struttura, bensì dalla presenza in Italia di studenti lavoratori che non erano, e non sono, vincolati ad una frequenza obbligatoria, se non in certe facoltà, e all’obbligo di un numero minimo di esami annuali, come ad esempio negli Stati Uniti. Certo, si sarebbe dovuto affinare gli strumenti sociali per garantire lo studio alle persone senza i mezzi necessari, ma non si risolve il problema dei tempi accorciando i curricula o semplificando i programmi.

D. Oggi, l’università produce sempre più laureati, ma la laurea va sempre più inflazionandosi a fronte di posti di lavoro qualificati che richiedono una preparazione post laurea, i famosi e ambiti master. La battaglia di democratizzazione dell’università condotta negli anni ’60 dovrebbe oggi rinascere per contrastare il privilegio di master spesso inaccessibili ai più?

Non solo, oggi il problema è il proliferare di master che non sono inseriti all’interno di percorsi di formazione coerenti, ma vengono creati di giorno in giorno, dal nulla, risultando di scarsa utilità, anche se gratuiti, per chi li frequenta. Se a questo si aggiunge l’eccessiva selezione dei dottorati di ricerca, ci troviamo di fronte ad una situazione nella quale da una parte si ha una massa di laureati triennali, alcuni dei quali con diplomi di master relativamente inutili, che non avranno sbocchi professionali adeguati alle aspettative del loro titolo di studio e dell’impegno profuso, mentre dall’altra c’è un elite molto ristretta che ha avuto la possibilità di frequentare la Graduate school. Negli USA, faccio riferimento agli Stati Uniti, perché studiando lì, ho avuto modo di conoscere il funzionamento della loro struttura scolastica, master (MBA) e dottorato (Ph D.), che sono i titoli della Graduate school, sono tra loro coordinati all’interno dei singoli college. Quello che manca in Italia è una gestione razionale ed efficiente degli studi post-laurea e la presenza di criteri selettivi che permettano non tanto la laurea a tutti, ma l’accesso alle specializzazioni ai più meritevoli, indipendentemente dal loro reddito.

D. Passerei ora ad un secondo argomento più specifico alla sociologia. E inizierei col chiederle, perché oggi un ragazzo dovrebbe avvicinarsi alla ricerca sociologica?

La sociologia ha diversi sbocchi che dipendono dall’indirizzo che si sceglie: sociologia politica, economica aprono al marketing politico ed economico, sociologia della comunicazione apre a diverse figure professionali nel campo della pubblicità e dello spettacolo, sociologia della famiglia e del diritto permette di lavorare come intermediario tra le famiglie e le istituzioni, e così via. Oltre a questo c’è poi il campo accademico, ossia la ricerca e la consulenza. Certo, la sociologia non assicura un profilo professionale ben predefinito come accade per le facoltà tradizionali, come lettere o giurisprudenza: tuttavia, la sua flessibilità rappresenta un punto di forza in quanto la rende adatta alla ricerca di professioni sempre in continuo divenire.
In linea più generale, ritengo che nella società contemporanea rivestirà un ruolo sempre più importante il sociologo o comunque quelle figure professionali che, pur non chiamandosi così, avranno nel background formativo lo studio sociologico. Non credo infatti sia possibile oggi prescindere dalla sociologia, in quanto fornisce quegli strumenti necessari per comprendere una società sempre più complessa e attraversata da sempre più rapidi cambiamenti. Erano le società tradizionali a non aver bisogno di una scienza della società, mentre la sociologia nasce proprio come tentativo di comprendere l’ordine del sistema sociale e il suo mutamento con gli sviluppi degli ultimi due secoli.


D. P. Berger nel suo Invito alla sociologia attacca duramente la figura dell’assistente sociale, criticando il suo approccio “missionario” ai problemi sociali pur non avendo quell’approfondimento di conoscenza che invece possiede il sociologo. Condivide questa visione?

Di certo la formazione dell’assistente sociale è più rivolta all’intervento e all’assistenza, alla cura dell’altro restando più legato ad una dimensione empatica del problema sociale. Il sociologo al contrario si propone come uno scienziato e come tale si prefigge la conoscenza, ricercando così una visione più ampia e sistematica delle dinamiche sociali. Non credo, tuttavia, che per questo la figura dell’assistente sociale sia da sminuire o criticare in sé.
Per la verità, in Italia c’è un grande rispetto per l’assistente e molto meno per il sociologo, spesso visto come inutile. Questo perché l’assistente sociale, laddove inserito nelle strutture amministrative, come in Gran Bretagna o in Italia, interviene direttamente nelle situazioni di disagio delle famiglie e delle persone, cercando di trovare soluzioni concrete a problemi reali. Ciò comporta una grande responsabilità per gli assistenti (ad esempio negli affidamenti), responsabilità che implica un’adeguata preparazione, altrimenti il loro intervento risulterebbe nocivo.
Ecco, forse la critica di Berger nasce da questo aspetto e dal rischio che non siano formati in modo adeguato. Ma oggi le scuole di assistenza sociale si stanno sforzando proprio in questa direzione, ossia nel fornire maggiore preparazione e professionalità alla figura.

D. Perché in Italia la figura del sociologo sembra avere poca influenza o non averne affatto nel dibattito pubblico, almeno rispetto ad altri paesi, come Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna?

Sposto la mia risposta ad un livello più generale, avendo concentrato la mia ricerca su un piano più internazionale. Ad esempio, la Francia ha storicamente accettato la figura del “pensatore”, del maitre a penser che ha un ruolo ben definito nella società. In Italia, al contrario, la figura dell’intellettuale è sempre stato guardato con sospetto a meno che non fosse legato ideologicamente ad un partito. Al di là della figura dell’intellettuale organico di Gramsci, la forte caratterizzazione ideologica della politica prevale nel dibattito pubblico italiano, che risulta così gestito dalla politica stessa. Evidentemente ciò ha costituito e costituisce un freno per la rilevanza pubblica della figura del pensatore critico e libero da condizionamenti campanilistici, come è e dovrebbe essere un vero sociologo.
Inoltre, la sociologia è entrata nel mondo accademico italiano molto in ritardo rispetto a Stati Uniti e Francia ed in connessione con l’esplodere dei movimenti sociali di fine anni ’60. Questo fece in modo che l’istituzionalizzazione in accademia degli studi sociologici si unì ad una diffusione maggiore dell’approccio marxista. La sociologia fu così messa in relazione all’esplosione dei movimenti di rivolta e da allora l’approccio sociologico è stato spesso associato in Italia ad una ricerca di sinistra fortemente ideologizzata, piuttosto che ad una ricerca neutrale.


D. Passiamo alla terza parte dell’intervista, la relazione tra sociologia e società contemporanea. Prima diceva che la sociologia ci può aiutare a fronte dei rapidi cambiamenti, ma come ci può aiutare?

La sociologia innanzitutto è utile ad un livello informativo, ossia nel fornire informazioni sui fenomeni sociali e sulle loro tendenze. Esempio, i dati sui flussi migratori, sull’integrazione dei migranti nella società etc. Un secondo livello è la comprensione di quali siano i problemi sociali maggiormente rilevanti favorendo così la ricerca di soluzioni appropriate. Ad un terzo livello, più generale, costituisce poi un momento di riflessione sulla società e sull’uomo che non sostituisce la filosofia, ma ad essa si affianca vista la sua natura maggiormente empirica, sperimentale. Anzi, i sociologi attualmente più in vista, da Bauman a Beck, da Giddens a Touraine, nello studio della società contemporanea affrontano analisi che si pongono proprio a cavallo tra sociologia e filosofia.
Comunque, la sociologia ha già dimostrato negli anni che può contribuire su questi tre piani: ossia su un piano quantitativo, di ricerca specialistica di problemi specifici e di ricerca generale attorno ai mutamenti. Il tutto purché avvenga attraverso uno studio laico, scientifico e non ideologico.

D. La sociologia si deve limitare a indicarci il mutamento oppure deve assumere un ruolo normativo e dirci anche dove dovrebbe andare?

No, ritengo che il compito sociologico si debba limitare al primo aspetto. Marx ci ha insegnato che la conoscenza è anche prassi; tuttavia, il compito normativo spetta alla politica. Il sociologo quando indossa i panni dello scienziato deve limitarsi ad una ricerca speculativa; poi, può smettere i panni e indossare quelli del politico, ma a quel punto deve essere chiaro che non sta più parlando da scienziato. Questo non significa che la sociologia non debba confrontarsi o collaborare con la politica, ma solo che deve conservare la sua dignità e le sue premesse di ricerca valutativa. Un esempio è il lavoro di A. Giddens come consigliere del primo ministro britannico T. Blair.

D. E la società di oggi, in riferimento anche alle sue ricerche attorno ai valori e alla morale, dove sta andando?

Sto lavorando ultimamente a un saggio di sociologia morale, il quale indaga l’opinione comunemente accettata che vuole da una parte un mondo occidentale sempre più individualista, con una coscienza sociale debole e attraversato da una tendenza al rilassamento morale, contrapposto ad un islam fondamentalista che ha valori solidi e una coscienza collettiva molto forte. In questo clima d’opinione, alcuni auspicano anche per la nostra società una maggiore adesione a valori collettivi condivisi, specie religiosi, ridando anche alla Chiesa un rinnovato ruolo nel consorzio civile come agenzia di cultura e di socializzazione.
La mia tesi è che, oggi, per uscire da questo impasse analitico e per favorire la coesistenza tra modelli culturali differenti sia necessaria una soggettività forte, capace di assumersi autonomamente una responsabilità verso l’altro. In altre parole, una libertà dell’individuo radicata nella moralità, negli altri.
Riprendendo in parte il pensiero di S. Weil, ritengo che la società contemporanea avrà sempre più difficoltà a presentare un solo schema di valori riconosciuto e condiviso: questo significa che la moralità sarà sempre più un affare del singolo, della sua capacità di giudizio di fronte a codici etici differenti e spesso anche contrapposti. Nella contemporaneità, spetta all’individuo divenire un soggetto morale.

D. La moralità, quindi, dopo l’esproprio dell’etica moderna che intendeva la morale affare della società, senza la quale l’individuo non avrebbe mai agito moralmente se non in casi eccezionali, è finalmente riconsegnata al singolo, alla sua autonomia e ai suoi sentimentI?

In parte, ma le scelte dell’individuo restano comunque esito di una dialettica tra coscienza individuale e coscienza collettiva. La società non scompare. Ma mentre prima la coscienza collettiva si imponeva alla coscienza individuale quasi come alfabetizzazione morale, oggi sappiamo, con l’olocausto e le altre catastrofi del XX secolo, che a volte per essere morale dobbiamo affidarci ai valori del singolo e non quelli imperanti nella società. Ed è ovvio, come i valori dell’individuo, anche se in contrasto con quelli sociali, hanno pur sempre un’origine derivante da una dialettica con la società e la sua coscienza collettiva.
Sicuramente è preferibile una società che favorisce una cultura della responsabilità, ma la responsabilità verso l’altro non si appella solo a questo, anzi in primis è una vocazione, un moto interiore verso la sacralità, ovvero l’archetipo, partendo dai significati che la società mette a disposizione.
La percezione dell’importanza di questa dialettica e del ruolo della coscienza individuale ritengo siano fondamentali per lo sviluppo sia della nostra società sia dell’essere soggetto morale.
Di fronte all’anestetizzarsi della coscienza collettiva verso le stragi, anestetizzarsi favorito dai ritmi di un’informazione e di una vita sempre più celere, diviene necessario lo sdegno della coscienza individuale per richiamare l’etica della collettività a indignarsi. In questo senso ritengo che assumono un ruolo sempre più centrale nella nostra società sia la dialettica tra etica del gruppo e io morale sia l’autonomia di quest’ultimo: l’individuo deve essere capace di confrontarsi con i valori della società e allo stesso tempo deve essere capace di dire “no” quando questi valori sono nocivi per l’altro.

D. La mancanza di uno schema di valori forti e la maggiore centralità dell’individuo e della sua autonomia nella morale è una delle cause di uno stato di disagio e di insicurezza che è percepito come sempre più diffuso nella nostra società?

Certo, in riferimento a quanto detto poco fa, la moralità nella società contemporanea richiede io forti e costruzioni di identità sempre più individuali, all’interno però di un contesto sempre più flessibile e sovraeccitato di stimoli. All’apparenza può sembrare un paradosso ma non è così: siamo chiamati continuamente a scegliere in uno spettro di opportunità sempre più vasto e la nostra identità dipende dalle scelte che compiamo. Tuttavia, la società dei consumi ci pone dinnanzi a scelte che ci conformano come consumatore ad un insieme di altri consumatori.
In questo senso, la formazione di un’identità forte e individuale diviene sempre più difficile: richiamandomi ad Adorno, il problema nella società di massa non è un io forte che si riesce a confrontare con l’inconscio, ma la mancanza di un io forte sostituito dall’io regressivo, cioè l’io di massa.
La società dei consumi non è strutturata per favorire la formazione di un io forte: se si riducono, infatti, le scelte di vita ai consumi, pur credendo di compiere un percorso del tutto personale, in realtà si compiono scelte che ci uniformano. Così, abbiamo persone che rimangono “infantili” tutta la vita con un io regressivo che li portano a cercare soluzioni del proprio disagio nella terapia.
Di certo una delle maggiori sfide dell’individuo contemporaneo è la costruzione della sua identità e le scelte che essa comporta, scelte che sono affidate al singolo tra le sirene del mercato e dei consumi. E questo ritengo sia allo stesso tempo un grande privilegio dell’uomo moderno: sviluppare una reale maturazione psicologica attraverso la consapevolezza di un sistema di valori morali che non sia adesione a norme esterne, bensì la scelta autonoma di criteri d’azione.

D. La società come può aiutare l’individuo in questo percorso?

Attraverso istituzioni molto solide che mostrino le vie percorribili e forniscano strumenti di crescita, ma non il percorso di crescita che resta individuale. La società non deve guidare l’individuo né lasciarlo nel vuoto, ma accompagnarlo.
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