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Intervista a Serge Latouche: la decrescita e l'alternativa all'ideologia economica dello sviluppo
Abbiamo tradotto per voi un'intervista rilasciata dal professor Latouche alla rivista Ecorev', nella quale il noto studioso francese racconta com'è pervenuto a maturare il suo contributo teorico fondato sul concetto di ''decrescita''

[10/03/2008]

Traduzione di Manuel Antonini

Il testo in lingua originale dell'intervista è possibile leggerlo cliccando qui

Intervista originale condotta da Arianne Jossin

Quale percorso l’ha portata da Marx a Nicholas Geogescu-Roegen?

S. Latouche Il mio percorso non è passato da Marx a Nicholas Geogescu-Roegen, piuttosto da Marx a Illich. Ci sono due correnti nella famiglia della decrescita: la prima è la “bio-economia”, l’economia ecologica, la termodinamica, che è la corrente di Georgescu-Roegen ben rappresentata da Jacques Grinevald. E’ una corrente composta da economisti che rimettono in discussione l’economia attraverso l’ecologia.
Quando Grinevald aveva tradotto e pubblicato un insieme di saggi di Georgescu-Roegen sotto il titolo “Demain la décroissance”, io non mi ero ancora avvicinato, come non mi avvicinavo del resto alle idee del mio collega René Passet. Questo approccio critico dell’economia attraverso l’ecologia non entrava nei miei schemi di pensiero.

Poi c’è una seconda corrente “anti-sviluppo”: la maggior parte degli esperti che hanno vissuto nel terzo mondo e che hanno rimesso radicalmente in questione la crescita dello sviluppo si sono ispirati alla figura emblematica di Ivan Illich. D’altronde, se lo si legge per bene, si ritrova nelle sue opere tutta la teoria della decrescita e proprio questo è stato il mio percorso.

Così la domanda è: come ho fatto il passo da Marx a Illich? Nel 1964-66 ho fatto la mia tesi sullo Zaire ed era una tesi marxista che si chiamava “La pauperisation à l’echelle mondiale”. Concludevo con una vibrante arringa in favore di uno sviluppo pianificato attraverso un’accumulazione del capitale più rapida possibile e la scorciatoia tecnologica: per i paesi del sud del mondo ciò significava recuperare il prima possibile i paesi del nord utilizzando le tecniche più sofisticate, come stava facendo l’Algeria di Boumédienne. Oggi denuncio la schizofrenia di allora, della quale noi eravamo affetti fino ad essere a volte come intossicati di crescita e sviluppo e ne denuncio allo stesso tempo i danni e le catastrofi provocati.
Allora, infatti, ero molto schizofrenico: facevo l’arringa della crescita nella sua forma socialista, ma ero anche un appassionato di etnologia e antropologia.

Il declino si è avuto nel 1996-67 quando sono andato in Laos. Ho scoperto una società che non era né sottosviluppata ne sviluppata, essa era al di fuori dello sviluppo: le comunità di villaggio, che coltivavano un riso appiccicoso e lo ascoltavano crescere, una volta che il riso era seminato non avevano più nulla da fare e approfittavano così del resto del tempo per dedicarsi alle feste, alla caccia, etc. La realtà della gente era di vivere così, nei loro villaggi fuori dal tempo.
Vidi chiaramente ciò che stava per succedere e sta succedendo oggi stesso: ossia lo sviluppo stava per distruggere questa società, di certo non idilliaca (non esistono infatti società idilliache), questa sua specie di benessere collettivo, di arte di vivere, a volte raffinata, relativamente sobria, ma comunque in equilibrio con l’ambiente naturale.

E’ là che ho avuto una crisi: per cominciare, come economista, ho perso la fede nell’economia, nell’idea di crescita, di sviluppo e ho cominciato il mio cammino di Damasco: questo capitava in un momento opportuno, in quanto rientrando in Francia e fui preso dal maggio ’68. Ho avuto la fortuna di trovare subito un posto in università e cominciare a insegnare. Dopo il maggio del ’68, infatti, quasi tutti i professori erano praticamente andati a Parigi e a Lille mi sono ritrovato a fare ciò che volevo o quasi. Così ho cominciato a fare dei corsi di filosofia economica, di epistemologia economica e ho insegnato una decostruzione critica dell’economia politica, ivi compreso quella di Marx. E questo attraverso diversi anni di riflessioni fondamentali, passando per l’antropologia economica, ossia una critica dell’homo economicus in nome di una concreta antropologia, attraverso Karl Polanyi, Marshall Sahlins e Marcel Mauss.

L’antropologia economica parlava di una realtà sociale che era totalmente estranea agli economisti e che perciò doveva riguardarli e interrogarli. Ne è uscito un primo libro che si intitolava “Critique de l’imperialisme”, ossia una critica delle teorie marxiste e leniniste dell’imperialismo per fornire un’ulteriore interpretazione dello sviluppo e del sottosviluppo come deculturazione, cioè distruzione delle altre culture attraverso l’imposizione di una cultura esterna, quella dell’occidente.
In quel periodo ho scritto altri due libri, “L’occidentalisation du monde” e “Faut-il refuser le développement?”, del quale i miei amici svizzeri hanno detto che era eccellente ma che, come ogni cosa francese, non proponeva nulla riguardo la dimensione ecologica. Effettivamente, facevo una critica dell’imperialismo occidentale, dell’occidente, della deculturazione, ma i limiti naturali non rientravano nel mio schema. Sebbene conoscessi i lavori del Club di Roma e fossi d’accordo con loro, non sapevo come integrarli. Solamente più tardi ci riuscii con “La planète des naufragés”.

Intanto durante tutto questo periodo si andava formando una piccola massoneria internazionale attorno a persone che erano state discepoli o studenti di Ivan Illich, come Majid Rahnema che ha scritto “Quando la povertà diventa miseria” o come Wolfang Sachs in Germania. Tutte queste persone si ritrovavano per denunciare l’impostura dello sviluppo, il tradimento dell’opulenza. C’era una forte cultura ecologica, una forte critica dei danni ecologici e dei limiti naturali del pianeta.

A quell’epoca, quando si discuteva di sviluppo era sempre in rapporto al sud del mondo, perché era il nord che sviluppava il sud. Di conseguenza, dopo la denuncia dello sviluppo, nel ricercare un’alternativa ci si domandava: come possono le società del sud sopravvivere al maremoto dello sviluppo che esse hanno subito? Per questo ho descritto come gli esclusi si auto-organizzano e sopravvivono in “L’altra Africa, tra dono e mercato”, questione già toccata in “La Planète des Naufragés”. L’interesse dell’esperienza africana sta nel vedere come queste persone sopravvivono al di fuori dell’economia, proprio come avevo riscontrato nel villaggio in Laos. Ho osservato nelle periferie africane una ricchezza di creatività e di auto-organizzazione a tutti i livelli: societario, d’immaginario, tecnico e produttivo che corrisponde più o meno alla nebulosa dell’economia informale.

Poiché in termini economici l’Africa non rappresenta nulla, meno del 2% del Pil mondiale, se si va in Africa si è sorpresi di vedere un po’ dappertutto una straordinaria capacità di produrre gioia di vivere, che noi siamo sempre meno capaci di “fabbricare”. Arrivano a sopravvivere grazie alla solidarietà, mettendo in comune il poco che hanno. Alla fine arrivano a produrre della ricchezza attraverso una grande ricchezza relazionale: questo dovrebbe fornirci degli orientamenti su ciò che potrebbe essere un’altra idea di crescita o una via di uscita da essa, con meno beni materiali e più beni capaci di portare gioia di vivere. Ma dicendo questo nel nord del mondo, si predicava nel deserto.

E quand’è che le cose sono cambiate?


S. Latouche: Qualche anno fa. L’associazione degli amici di François Partant, La ligne d’horizon, di cui ero presidente, organizzava abitualmente delle discussioni che avevano un certo successo tra i pochi e marginali. Attiravamo dalle 200 a 300 persone, senza mai fare di più. Avevamo 50 aderenti, insomma non eravamo affatto in marcia per la grande conquista! Poi tre o quattro anni fa abbiamo deciso di fare un convegno più importante che ha avuto luogo all’Unesco “Disfare lo sviluppo, rifare il mondo”1. Abbiamo avuto la sorpresa di avere 700 persone durante la tre giorni, di rifiutare altre centinaia di persone e constatare un grande entusiasmo. Ci domandavano “Che cosa proponete?” perché nel frattempo il muro di Berlino era caduto, facendo scomparire il secondo mondo, che faceva da tampone tra il primo e il terzo.

Oggi non c’è più neanche il terzo mondo. La mondializzazione è proprio questo: non c’è più che un solo mondo, come c’è un pensiero unico, c’è un mondo unico! Esiste una classe di consumatori internazionale, pure se perdurano delle differenze tra il sud e il nord. Se molti rappresentanti di questa classe sono al nord, altrettanti ce ne sono al sud: ci sono 100-150 milioni di cinesi che possiamo considerare ricchi e borghesi. E parallelamente a questo, ci sono anche milioni e milioni di esclusi, di precari, di poveri al nord. Da questo punto di vista, il mondo si è unificato.

Di conseguenza i problemi del sud sono diventati i problemi del nord e ciò è particolarmente vero per quanto riguarda la crisi ecologica, i cui effetti non si fermano alle frontiere: il cambiamento climatico, l’effetto serra…il mondo intero è coinvolto. E la scappatoia ideologica che hanno trovato gli ideologi del sistema è questa magnifica presa in giro dello sviluppo sostenibile. Prima lo sviluppo non riguardava che il sud, adesso con lo sviluppo sostenibile riguarda tutto il mondo, nord e sud. E poiché noi criticavamo lo sviluppo, abbiamo seguitato a criticarlo anche quando è diventato sostenibile!

Si è passati così dalla ricerca di alternative per il sud a quella di alternative per il nord. Ci si interessava a progetti “al plurale”, ossia dai dolci sognatori che dopo il ’68 erano partiti ad allevare pecore nel Larzac2, come José Bové, alle cooperative come Ambiance Bois, Ardelaine, etc. Ma ci è stato detto che non era serio, che bisognava proporre una vera alternativa. A quel punto abbiamo pensato: se si rigetta lo sviluppo e la crescita che vi è dietro, allora è necessario pensare a una società di decrescita. La decrescita non è un’alternativa, ma è una matrice di alternative: sintetizza in una sola parola d’ordine un insieme di aspirazioni.

Che cos’è la decrescita per lei?

S. Latouche: La decrescita non significa crescita negativa, è uno slogan che vuole rompere gli stereotipi della crescita, del fondamentalismo basato sullo sviluppo e dell’economicismo per mostrare la necessità di uscire da questa religione. Se si vuole essere rigorosi fino in fondo, bisognerebbe parlare di “a-crescita” come si parla di a-teismo. Perché è logico che i burkinabé, la cui impronta ecologica è meno di un decimo del pianeta, abbiano un diritto indiscutibile ad accrescerla e a conoscere una forma o l’altra di “crescita”, ossia di accrescimento dei loro raccolti, della loro produzione, del loro consumo, all’interno di una concezione più eguale di ripartizione delle ricchezze e delle risorse del pianeta.

Il suo impegno sta diventando sempre più essenzialmente in contrasto con lo sviluppo oppure ha oggi un approccio più ecologista delle cose?

S. Latouche: Infinitamente di più! A cominciare dal momento che sono uscito dall’economia, ero convinto del fatto che il modo di produzione capitalista e che la crescita economica erano distruttori dell’ambiente. Ci sono dei limiti esterni all’economia. Non è un caso se gli economisti sono tanto riluttanti all’ecologia: non arrivano a tenere conto di questi problemi che sono introdotti dall’esterno. Oggi comincio le mie conferenze sulla decrescita dicendo che stiamo vivendo la sesta estinzione delle specie, la quale è provocata dall’essere umano e che l’essere umano stesso rischia di esserne la vittima.
Affronto, infatti, il problema della compatibilità tra il funzionamento di una civiltà e lo spazio biologico disponibile, quindi una problematica perfettamente ecologista. E’ qui che mi avvicno a Nicholas Georgescu-Roegen quando dice “Chi crede che una crescita infinita è compatibile con un mondo finito, è un pazzo o un’economista!”

Ma sfortunatamente accade che gli economisti siano degli spiriti “cornucopisti” – come li chiama Yves Cochet – vale a dire che credono al corno dell’abbondanza. Se c’è una differenza tra il mio approccio e quello di Georgescu-Roegen, è che lui ha voluto rimanere dentro l’economia, nella bio-economia – come del resto anche Passet – e integrarvi la dodicesima legge della termodinamica. E’ la legge dell’entropia crescente d’ogni sistema chiuso, della degradazione dell’energia e dell’esaurimento delle risorse.

Credo al contrario che sia necessario andare più lontano, ritrovando l’apporto del contributo di Illich: ossia la presa di coscienza che l’economia è una cultura e , ancor di più, una cultura occidentale. Per Roegen, l’economia non è né occidentale né bantu, ma scienza. Per questo resta uno scientista e probabilmente un’universalista. Mentre personalmente penso che la decrescita implica una certa forma di relativismo.


Note
1 alla pagina seguente è possibile consultare un documento in linea sulla conferenza tenutasi nel marzo del 2002
2 Massiccio roccioso delle regioni meridionali francesi
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