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Intervista a Zygmunt Bauman: la globalizzazione e i suoi effetti - Prima parte
Di seguito proponiamo in lingua italiana la prima parte dell'intervista rilasciata da uno dei più noti sociologi del nostro tempo, Zygmunt Bauman, a Lukasz Galeck e pubblicata sulla rivista polacca Rzeczpospolita

[31/10/2007]

Traduzione di Manuel Antonini. Clicca qui per leggere l'intervista in lingua originale.

Lukasz Galecki: Come possiamo definire i confini della globalizzazione?

Zygmunt Bauman: La globalizzazione non è un processo che ha luogo da qualche parte lontana, in qualche spazio esotico. La globalizzazione sta avvenendo a Leeds così come a Varsavia, a New York e in ogni piccola città in Polonia. E' proprio fuori dalle nostre finestre, ma anche dentro. E' suf­ficiente camminare per le strade per vederla. Gli spazi globali e locali possono essere separati solo con un'astrazione, nella realtà essi sono interconnessi.

Il vero problema è che la globalizzazione che stiamo oggi affrontando è principalmente negativa. E' basata sulla rottura delle barriere, per permettere la globalizzazione dei capitali, il trasferimento dei beni, dell'informazione, del crimine e del terrorismo, ma non delle istituzioni politiche e giuridiche, le cui basi risiedono sulla sovranità nazionale. Questo aspetto negativo della globalizzazione non è stato accompagnato da altrettanti aspetti positivi e gli strumenti per la regolazione dei processi eco­nomici e sociali non sono stati sufficientemente consolidati per affrontare le conseguenze della glo­balizzazione.

Globalizzazione e caos

Lukasz Galecki: Esiste qualche precedente storico di questa situazione?

Zygmunt Bauman: Due secoli fa, i nostri antenati erano spaventati dal caos che non riuscivano a controllare attraverso i deboli poteri delle comunità locali – villaggio, parrocchia e piccolo paese. In quei giorni, i grandi spazi di azione che si stavano costruendo dovevano sembrare preoccupanti e creare angoscia come le forze della globalizzazione stanno facendo oggi con gli stati nazione. Tutta­via i nostri antenati riuscirono a costruire gli strumenti della rappresentanza politica e i mezzi legi­slativi e giuridici per controllare il caos, per coordinare le regole e le procedure al fine di contenere questo caos e renderlo relativamente trasparente e più o meno prevedibile.

I pionieri del mondo moderno speravano che le società, governate dalla ragione e sostenute dai suoi mezzi tecnici, sarebbero divenute più prevedibili e controllabili rispetto ad un mondo soggetto me­ramente ai capricci dei disastri naturali. Questo sogno divenne presto un'illusione e oggi, in un mon­do postmoderno, abbiamo di fronte la situazione che già una volta nel XIX secolo in Inghilterra si è dovuto affrontare, quando le comunità locali persero il controllo sulle forze dello sviluppo economi­co sebbene fossero le uniche ad avere i mezzi, seppur pochi, per governarle. Il mondo che piano piano andava industrializzandosi, estromettendo il controllo locale, si ritrovò in una terra di nessuno simile allo spazio globale di oggi, dove il successo è determinato dal potere, dall'astuzia e dalla mancanza di scrupoli e dove le forze che tentano di governare questi sviluppi sono chiaramente in­sufficienti.

Lukasz Galecki: Quanto tempo occorse prima che queste forze furono controllate?

Zygmunt Bauman: Ci volle l'intero XIX secolo e una buona parte del XX, prima che lo stato mo­derno potesse gestire questa nuova realtà. Lo stato moderno dovette stabilire le leggi e le regole per affrontare questioni che le autorità precedenti non avevano mai affrontato, come ad esempio il lavo­ro minorile, l'abolizione della tratta degli schiavi, la regolamentazione del lavoro settimanale, la for­nitura di acqua potabile, di un'igiene adeguata e di una assistenza sanitaria di base. Tutto questo, in generale, fu necessario per riparare al danno creato dalle forze del caos.

Fu necessario un secolo per far sì che gli aspetti negativi di questa prima globalizzazione fossero bi­lanciati da quelli positivi, almeno all'interno di una singola nazione. Nel mondo di oggi, le possibili­tà per un'azione collettiva sono molto indietro rispetto a ciò che è necessario; tuttavia, quasi tutti concordano che almeno qualcosa deve essere fatto. La globalizzazione è andata avanti per tanto tempo , ma gli eventi più recenti, in un modo spettacolare e scioccante, ci hanno reso più consape­voli verso cose che, in precedenza, erano latenti e facilmente manipolate..

I mezzi a nostra disposizione per proteggere lo stato di diritto e difendere i cittadini sono chiara­mente insufficienti per controllare queste forze globali, i quali sono essenzialmente extra-territoriali. Gli eventi dell'11 settembre 2001 e gli attacchi di Madrid (2004) e Londra (2005) hanno reso chiaro che gli strumenti tradizionali per mantenere la sicurezza e il rispetto della legge e dell'ordine hanno poco valore. Ciò ha sorpreso tutti noi.

Illuminismo e fiducia

Lukasz Galecki: Lei non crede, alla luce degli eventi in Iraq, che nel tentativo di curare un paziente con una leggera influenza, noi abbiamo invece deciso di eseguire un'operazione – esportando il fe­gato, un rene e metà cervello?

Zygmunt Bauman: Sì. Tuttavia, dobbiamo considerare perché ciò è successo. Gli accidenti prodot­ti dagli individui nel corso della globalizzazione succedono ancora come fossero catastrofi naturali. Con ciò voglio dire che nessuno sa quando e da quale parte arriveranno. Come se noi stessimo cam­minando attraverso un campo minato. Si sa che un'esplosione ci sarà, tuttavia nessuno sa quando e dove. C'è una forte tentazione: credere che basti solamente bombardare il campo minato, distrugge­re le sue mine prima che esplodano. E questo stuzzica particolarmente se possiedi una quantità illi­mitata di bombe e difficilmente hai altri mezzi per risolvere il problema.

Questo è molto diverso dall'idea del mondo futuro immaginata all'inizio dell'età moderna. I filosofi illuministi sognavano un mondo ordinato e obbediente alla volontà umana: mite e ospitale. E gli uo­mini non sarebbero stati costretti ad affidarsi alla saggezza della creazione divina, ma sarebbero sta­ti capaci loro stessi di realizzare questi sogni.

Questi pensatori avevano appena sperimentato lo shock del terremoto di Lisbona (1755), l'incendio e lo tsunami conseguenti, i quali arrivarono così inaspettati e inflissero una tale devastazione sia ai giusti che agli ingiusti. Jean-Jacques Rousseau condannò la civilizzazione per questa catastrofe na­turale. Disse che se le persone avessero vissuto in armonia con la natura, non avessero sovraffollato le città, non avessero innalzato alti edifici e avessero provato a salvare se stessi piuttosto che i loro averi personali dal fuoco e dall'inondazione, allora non ci sarebbero state così tante vittime.

Voltaire, al contrario, trascurò lo stato di natura: lui aveva più fede nelle intenzioni e nelle azioni delle persone. Se la gente avesse agito in maniera abbastanza razionale, avrebbe creato una società civilizzata nella quale le persone si sarebbero sentite sicure. Entrambi i pensatori, sebbene su molti punti in costante contrasto, avevano fiducia negli uomini. In questo senso, entrambi hanno sbagliato i loro calcoli.

Lukasz Galecki: Quindi, l'inizio della modernità è la paura dello sconosciuto?

Zygmunt Bauman: Il vero progetto della modernità è nato dal desiderio di un mondo senza sorpre­se, un mondo sicuro, un mondo senza paura. Il coronamento di questi due secoli di sforzi e il risul­tato del progetto-sogno-ambizione, fu lo stato sociale – che è sempre stato chiamato erroneamente “welfare state”. L'intero progetto non riguardava tanto il benessere quanto una società responsabile di ogni cittadino, capace di offrirgli una vita libera dalla paura e piena di significato e dignità.

Questo era il concetto di assicurazione collettiva contro le conseguenze delle avversità individuali. Se un individuo sperimentava un accidente, la società sarebbe stata lì per aiutarlo e la ridistribuzio­ne delle risorse era un mezzo, non un fine. L'intero progetto era fondato sull'idea che solo i cittadini che si sarebbero sentiti sicuri avrebbero potuto camminare con le proprie gambe. William Beverid­ge, che formulò la versione britannica dello stato sociale, era un liberale e non un socialista e consi­derava il concetto di stato sociale come la realizzazione dell'idea liberale.

Stato sociale e stato-nazione

Lukasz Galecki: Ciò significa che lo stato sociale, dopo così tanti decenni, è riuscita a raggiungere l'obiettivo liberale dell'autodeterminazione?

Zygmunt Bauman: Questo era quello che avrebbe voluto essere. Non c'è autodeterminazione
indi­viduale senza la solidarietà sociale. La libertà non basta, a meno che ci sia la garanzia che ognuno ha i mezzi e le uguali opportunità per utilizzarli. Se un individuo deve camminare su un filo sospe­so, deve esserci una rete di sicurezza per afferrarlo quando cade.

La globalizzazione negativa ha reso quasi impossibile trovare un ragionevole equilibrio tra le re­sponsabilità umane all'interno del contesto dello stato nazione. Essa infligge un duro colpo a questo concetto di coesistenza umana. Se si guarda in giro nel mondo – forse con la sola eccezione degli stati scandinavi – il concetto di stato sociale è in ritirata, ci diciamo che non possiamo permetterce­lo. Invece di rafforzare la responsabilità dello stato nel proteggere le persone contro l'insicurezza e la paura che ne nasce, i governi si stanno appellando ad una maggiore flessibilità nel mercato del la­voro e in tutte le altre aree di vita regolate dalle forze di mercato.

Ciò significa ancora più insicurez­za. Quanto stanno facendo non riduce il rischio, al contrario lo accresce.

Una conseguenza della ritirata della responsabilità statale è la crisi della legittimità dell'autorità del­lo stato. Questa richiedeva obbedienza, disciplina e rispetto per la legge e prometteva ai cittadini si­curezza e una vita dignitosa. Ma queste promesse – che includevano educazione gratuita, l'assisten­za sanitaria, la previdenza e la protezione sociale – sono state abbandonate, una ad una.

Lo stato ha le mani legate: ha consegnato se stesso nelle mani delle forze del mercato. Se osa oppor­si alle forze del mercato, allora il capitale si volatilizza da un altra parte dove può più facilmente e comodamente prosperare. Così una nazione affronterà la piaga della disoccupazione e della povertà. Il capitale può essere mosso con un semplice bottone. La domanda è: cosa può sostituire i preceden­ti, tradizionali fondamenti della legittimità dello stato? Quale può essere la fonte della fiducia dei cittadini?

E' triste, ma la più terribile conseguenza di questa globalizzazione negativa (per esempio l'11 settembre) ha aiutato le autorità statali a trovare un nuovo fondamento per la loro propria legit­timità.

Lukasz Galecki: Lo stato nazione sta combattendo una battaglia persa contro la globalizzazione?

Zygmunt Bauman: In questa battaglia due processi stanno prendendo piede simultaneamente. Da una parte, noi stiamo provando a controllare questo nuovo elemento chiamato globalizzazione, i cui poteri sono al di là di quanto ogni stato può controllare; gli strumenti che abbiamo a nostra disposi­zione sono troppo deboli per resistere alle forze che li contrastano. Dall'altra, c'è una disperata ricer­ca per un surrogato politico, una surrogata legittimità, che potrebbero essere usati a dispetto del fat­to che i poteri dello stato si siano ridotti.

Questa ricerca è diretta verso il ritrovamento di una sfera nella quale lo stato può dimostrare ai propri cittadini che è capace di fare qualcosa.

Sempre più spesso possiamo vedere sui nostri schermi scene molto spettacolari come un invasione di forze speciali, carri armati che presiedono un aeroporto, polizia che isola stazioni ferroviarie e metropolitane. Questa è la lezione che lo stato sta cercando di insegnarci: siamo al livello più alto di allerta – le cose forse vanno male, ma andrebbero peggio se non facessimo il nostro lavoro.
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