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Intervista a Enzo Colombo: il multiculturalismo
Incontriamo Enzo Colombo, professore associato di Sociologia dei processi culturali e di Sociologia dei processi di globalizzazione dell'Università di Milano, per parlare di multiculturalismo

[03/10/2007]

La parola multiculturalismo oggi definisce una pratica sociale o, piuttosto, un modello normativo al quale la società dovrebbe ispirarsi?

In realtà credo che questo sia uno dei punti centrali della discussione attorno al multiculturalismo e dell'elaborazione teorica stessa. Sul termine, e quindi sul concetto, si è addensata tutta una stratificazione di prospettive e punti di vista che rischiano di non farci capire bene di cosa parliamo quando usiamo la stessa parola, ossia multiculturalismo.
In ambito di divulgazione comune, l'accezione che sembra prevalere è soprattutto di tipo ideologico: con multiculturalismo si indica quella forma di società futura che si vorrebbe o che, al contrario, si teme. Più che un termine descrittivo o normativo, in questo caso si fa riferimento ad una volontà politica, ad una scelta nello spettro degli orizzonti possibili.
Affianco a questa impostazione c'è sicuramente un'elaborazione più pragmatica, che si appoggia alla scienza e alla filosofia politica e intende farsi carico di tutta una serie di politiche sociali necessarie alla convivenza nello spazio comune della nazione. Pensiamo ad esempio a tutto il tema sulle quote o al tema sulle azioni positive in favore delle minoranze.
In entrambi i casi, tanto nel dibattito intellettuale quanto nella discussione comune, la dimensione maggiormente utilizzata è quella normativa: il termine multiculturalismo serve così ad indicare la necessità o lo sforzo di individuare un modello di convivenza che si fondi su un concetto di giustizia coerente.
Al contrario, il mio modo di usare il termine multiculturalismo cerca di evidenziare una dimensione più sociologica che non si interroga sul “come dovrebbe essere”, ma si interessa molto di più al “che cosa succede”. La dimensione sociologica è una dimensione puramente empirica: il multiculturalismo non è un modello, ma una pratica di convivenza che le persone fanno o non fanno, una caratteristica delle situazioni quotidiane di interazione, un carattere dei movimenti piuttosto che un orientamento di tipo normativo.
La prospettiva sociologica non esclude certo che la dimensione normativa sia interessante, ma, a mio avviso, c'è un eccesso di riflessione attorno alla discussione della scienza e della filosofia politica, alla ricerca del modello giusto e coerente di convivenza sociale, trascurando la riflessione sulle caratteristiche effettive della convivenza contemporanea, che ogni giorno si svolge quotidianamente.

Quindi possiamo dire che spesso le società attuali sono più credute multiculturali di quanto lo siano poi effettivamente?

Di certo la prospettiva multiculturale di tipo normativo rischia di porre troppo l'attenzione su un modello ideale di società che in realtà non esiste. E nel fare questo, come molti hanno sottolineato, spesso si è costretti a dover partire dalla considerazione della differenza culturale come qualcosa che i soggetti hanno in modo definitivo. In altre parole, per poter riconoscere dei diritti alle differenze si da per scontato che qualcuno queste differenze, e quindi questi diritti, li abbia e che questo qualcuno può essere chiaramente definito sulla base di una collocazione sociale, di una sua appartenenza ad una cultura.
Da un punto di vista sociologico, tuttavia, la differenza culturale è un po' più problematica, perché se andiamo a vedere le situazioni e i contesti di interazione quotidiani ci accorgiamo che la cultura, la posizione sociale e la differenza non sono “cose” che le persone o i gruppi sociali hanno come pacchetti ben definiti che si portano appresso, ma “cose” sulle quali discutono, contrattano, attuano, nascondono, fanno resistenza, cercano di modificare a seconda della situazione così come è definita da loro.
In questo senso la prospettiva cambia di molto e ciò non significa, ripeto, che la dimensione normativa sia sbagliata o anche solo inefficace; tuttavia, i due punti di vista guardano e mettono in luce problemi fra loro molto differenti.
Se si adotta la prospettiva sociologica non si deve dare per scontato che le culture esistano come bagagli dati e immutabili, che ci si carica sulle spalle alla nascita, o come insiemi omogenei condivisi dai suoi appartenenti allo stesso modo.

L'impostazione normativa della filosofia politica, quindi, accetta la differenza attraverso un'indifferente tolleranza....

Certamente...ci sono dei vincoli che l'impostazione normativa non riesce a superare e che, per le premesse stesse del suo ragionamento, costringe le differenze a convivere, accettandosi e tollerandosi senza contaminarsi.
Uno di questi vincoli è proprio quello di “essenzializzare” la differenza: come detto prima, la differenza viene vissuta come qualcosa che già esiste ed è immutabile. Tale premessa ci porta, da un lato, a considerare che tutti gli appartenenti di un gruppo abbiano le stesse credenze, la stessa visione del mondo e, quindi, la stessa aspettativa; dall'altro, proprio perché portatori di tali differenze sono irrimediabilmente diversi da me.
E' facile allora scivolare in un rapporto con l'altro segnato dall'indifferenza o dal conflitto: infatti, se la relazione è bonaria e poiché la differenza c'è ed è insuperabile, in quanto è proprio ciò che distingue me da loro, allora una delle possibilità che ho per rapportarmi con l'altro è la tolleranza, ossia decidere che c'è un “qui” e un “lì”, un “noi” e un “loro” e conviverci insieme assicurando e riducendo al minimo ciò che può contaminare entrambe le parti.

In questa prospettiva, quindi, la tolleranza definisce un approccio con la differenza che tende a classificare e separare, piuttosto che unire?

Se si considera la differenza culturale come un'essenza, allora la differenza è qualcosa che abbiamo, che fonda la nostra identità sociale e non possiamo modificare, in quanto ogni modifica è un venir meno alla nostra identità. Partendo da qui, sono poche le strade che restano da percorrere.
Una strada è appunto quella di evitare il più possibile i contatti per mantenere salde le nostre identità; l'altra è quella di tollerarci in superficie proprio in quanto la differenza dell'altro non è in grado di toccarci profondamente e non cambia l'essenza sulla quale crediamo fondata la nostra appartenenza.
Lo scenario che apre dunque questo tipo di multiculturalismo nella versione più negativa e aggressiva è quello di un grande giardino zoologico dove le differenze esistono, e sono accettate, perché esistono le gabbie che proteggono. Se venissero meno questi confini, allora il multiculturalismo creerebbe semplicemente la vittoria dei più forti.
Per un'altra versione apparentemente meno violenta, ma di fatto sempre incapace di fare i conti con la differenza, vale la metafora delle differenze come prodotti da scaffale di un grande supermercato. Le differenze ci sono e io uso solamente quelle che più mi piacciono: nel momento in cui il contatto con una di queste va oltre la funzione di'uso e mi contamina posso riportarla sullo scaffale, uscendo dalla relazione con l'altro proprio come in una relazione di mercato dove mi è consentito selezionare ciò che desidero, ciò che mi va e scartare il resto.
In entrambi gli scenari non sono mai chiamato a farmi carico delle cose dell'altro che non condivido, a prendere posizioni su valori morali e a scendere in campo in nome della dignità umana. Il rapporto con la differenza altrui viene quindi de-responsabilizzato e ci accontentiamo della sua musica, dei suoi balli, dei suoi strani riti, della sua cucina...

Insomma l'altro ci interessa finché è esotico?

Nell'emergere di molta mondanità segnata dalla ricerca dell'esotico (serate latino-americane, ristoranti etnici, musiche afro etc. n.d.r.) c'è quasi sempre una relazione di mercato con la differenza culturale. Ossia, come dicevamo prima, una relazione segnata fondamentalmente da indifferenza verso la cultura dell'altro, della quale prendo solo quanto è di mio gradimento (il cibo, la musica, la danza) e non entro in contatto con la sua profondità, la quale rischierebbe di contaminare la mia visione della realtà che così invece non cambia.

Nelle sue ultime ricerche si è interessato allo studio dei giovani di seconda generazione, figli di immigrati. Forse è proprio in tale situazione che è ancora più utile guardare alla cultura come miscuglio, come un qualcosa costantemente negoziato tra le tradizioni della famiglia e i modelli culturali della società nella quale vivono?

Sì il mio interesse verso questo campo di ricerca nasce proprio dall'idea che il multiculturalismo in termini sociologici sia più utile nella sua dimensione pratica e quotidiana. Nel mio modo di vedere, il concetto non è un problema di grande teoria della giustizia: piuttosto, il problema si pone nell'analisi di come le persone, che considerano rilevante la differenza e danno significato a partire da una sua definizione alle interazioni e alle relazioni, usano - anche in termini politici - la differenza.
In questo senso, la differenza non è qualcosa che un individuo ha a priori, ma la mette in campo, la nasconde o la contesta a partire dalla lettura che da della situazione. Ecco perché la differenza culturale si pone sia come vincolo sia come risorsa: a seconda degli obiettivi da raggiungere può essere usata oppure nascosta.
In tale prospettiva mi interessa vedere come i giovani di seconda generazione giocano con questa ambivalenza fondata sulle appartenenze. Non rinunciando ad essere contemporaneamente diversi e italiani. A dispetto dei luoghi comuni che si interrogano se i giovani di seconda generazione siano rimasti stranieri in patria o siano diventati a tutti gli effetti italiani, per loro, i giovani stessi, la scelta e la differenza non si pone in termini assoluti.

A seconda dei contesti l'appartenenza culturale viene dunque giocata...

Assolutamente, viene giocata per definire chi sono in un contesto a seconda degli interessi che mi spingono all'azione. Se sarò interessato ad avere rispetto in quanto membro di un'altra cultura o discendente di una particolare famiglia, allora la differenza culturale sarà in quel contesto un elemento importante per definire la mia identità; in altre situazioni, al contrario, il mio interesse sarà quello di essere considerato come tutti gli altri, come italiano, giocando proprio su tale appartenenza.
E questo gioco non crea affatto contraddizioni terribili perché l'identità non si gioca di una sola appartenenza, ma di sovrapposizioni, di stratificazioni...

La riscoperta delle tradizioni in politica si aggancia a proprio questo uso della differenza come risorsa/vincolo, al giocare con un'appartenenza dalle molte facce per rivendicare ed escludere?

Le tradizioni si riscoprono perché la differenza sta diventando per i contemporanei sempre più una risorsa politica. Oggi è legittimo poter chiedere attenzione, riconoscimento, possibilità di voce e di accesso a determinate risorse utilizzando la differenza come retorica.
Nelle società attuali è una pratica valida produrre un'argomentazione attorno la differenza: siccome sono diverso ho diritto ad uno spazio. Tuttavia come tutte le risorse sociali e politiche, anche la differenza è ambivalente. Oltre che per rivendicare un diritto, spesso è usata dai più forti nella società per escludere gli altri.
La riscoperta delle tradizioni e della differenza in politica è un segno delle pratiche multiculturali nelle società attuali dove l'appartenenza viene giocata. E non si impone solo come modalità per accedere, ma molto spesso è un vincolo. Dipende, anche in questo caso, da chi la usa e per quale scopo.
Ma l'uso in politica della differenza è l'esempio lampante di come questa non sia qualcosa che le persone hanno in maniera definitiva, ma piuttosto si presenta come risorsa per aprire o chiudere spazi sociali.

In termini sociologici è attraverso questo uso che vengono costruite e “inventate” le tradizioni?

Certo è proprio perché i diversi gruppi sociali usano e nascondono la differenza, la riproducono e la modificano che danno un significato condiviso ad essa e la creano diventando un prodotto sociale.
C'è, però, un rischio in questo modo di procedere, ossia di degenerare in una visione eccessivamente costruzionista e considerare la differenza come qualcosa che le persone creano e smontano come vogliono. In realtà, il significato di costruzione sociale non è questo.
Assume infatti rilevanza di costruzione sociale un processo che le persone ritengono vero e, proprio perché ritenuto vero e concreto, esso diviene allora un fatto sociale ossia ha implicazioni e conseguenze sulle azioni degli individui, proprio come indicava Durkheim.
A contare ovviamente è la dimensione collettiva: se una collettività intende una differenza in un certo modo, allora questa ha effetti sociali di un certo tipo. Ecco perché non è semplice per un singolo modificare le differenze collettivamente intese.
La costruzione sociale della differenza non è dunque un fatto di libertà soggettiva dove il singolo può inventare e costruire la differenza come crede, ma significa che ci sono dei contesti sociali che producono vincoli ai quali è difficile sottrarsi e proprio la produzione di una differenza che appaia credibile, condivisa, legittima, rilevante e vincolante è uno degli scopi della costruzione sociale.

Assuma dunque le caratteristiche di tradizione...

Meglio, diventa natura. La tradizione, infatti, è assunta come qualcosa di naturale che assumiamo dalla nascita in eredità dai nostri genitori.
Ciò che viene costruito nei contesti sociali per essere legittimato, condiviso e creduto deve reificarsi, oggettivarsi. Ed è proprio questa reificazione che ci fornisce l'insieme di significati, l'immaginario sociale, dal quale e col quale è possibile costruirne di nuovi e modificare le credenze o le tradizioni.

Perché il multiculturalismo diventa una questione proprio negli ultimi decenni, quando fin dai secoli precedenti la convivenza fra diverse culture non era certo una novità?

Rispondere in breve alla domanda che mi hai posto non è facilissimo. Il termine multiculturalismo appare negli anni '70 e si diffonde poi solo dalla metà degli anni '80. Quando compare un nuovo termine e si diffonde così rapidamente (come è successo con il concetto di globalizzazione o post-modernismo), allora da un punto di vista sociologico c'è qualcosa di interessante. Indica, infatti, la necessità di nominare con un termine che non si aveva in precedenza una realtà che si avverte non essere più riconducibile alle vecchie categorie. Tuttavia, quando si sente la necessità di inventare la parola multiculturalismo ci si deve domandare se lo si fa perché cambia qualcosa oggettivamente nei rapporti e nella convivenza sociale (ossia aumenta davvero la differenza), oppure cambia il nostro modo di guardare le cose, ossia si modifica lo sguardo con il quale guardiamo la differenza?
Personalmente propendo più per questa seconda ipotesi, perché, come sottolineavi anche tu nella domanda, le città americane di inizio secolo erano oggettivamente più eterogenee di adesso eppure nessuno, in quel contesto, avvertiva la necessità di parlare di multiculturalismo. Al più si parlava di assimilazione, di “melting pot” e di superamento delle differenze.
Il problema del multiculturalismo emerge in coincidenza di un profondo e radicale cambiamento culturale che ha radici nell'azione dei movimenti sociali degli anni '70, i quali hanno modificato la nostra percezione della differenza.
Attraverso i diversi movimenti di rivendicazione dei diritti civili e politici studenteschi, femministi, ecologisti, omosessuali e dei neri, la differenza, che prima era vista come qualcosa ancorata alla tradizione, ad un passato da superare se si voleva diventare davvero moderni, diviene qualcosa che caratterizza, rende unici e particolari.
In altre parole, cambia in quegli anni il significato collettivo attribuito alla differenza.
Per fare un esempio, la prima fase del movimento femminista rivendicava la possibilità di partecipare alla pari: si diceva “non conta se siamo donne, non guardate al nostro genere, noi vogliamo partecipare come voi”. Con i nuovi movimenti sociali, invece, comincia ad emergere l'idea di partecipare alla pari mantenendo, però, la propria differenza, unicità. Non interessa più, quindi, partecipare assumendo i modelli maschili, ma far parte con la propria specificità che diviene un valore aggiunto, in più. Così cambia il significato della differenza che diviene un valore e non un residuo.

Ed è da questo cambiamento che si fa spazio anche l'idea di differenza come essenza?

Il cambiamento ha certo molte derive: una di queste è quella di considerare la differenza come qualcosa che caratterizza i soggetti. Ma ci sono anche molte aperture. Si rimette in discussione infatti il modello universale: i movimenti femministi per primi denunceranno il modello universale di partecipazione alla vita sociale come come un punto di vista ben specifico, quello di un genere, il maschile, affatto universale.
Il normale diviene quindi la prospettiva di un centro, di un'appartenenza situata: tanto vale allora non tendere più verso un universalismo che annulla le diversità e riconoscere invece che le differenze sono sempre situate e da esse partire per costruire la società, per stare insieme. Ecco che il germe delle società multiculturali è gettato: vivere insieme con le differenze.

Da questa discussione emerge dunque come la parola multiculturale si declina in diverse dimensioni...senza limitarsi ad una definizione solamente.

Certamente il discorso si inserisce entro una visione processuale. Il multiculturalismo non ha un punto di arrivo definito, ma è un processo di discussione continua in quanto le differenze si trasformano nel momento stesso in cui si pongono nel dibattito. Attraverso una prospettiva sociologica a me pare utopica la ricerca di un modello definitivamente efficace di convivenza.
Il multiculturalismo è qualcosa che le persone fanno e bisogna quindi aggiornare i suoi significati continuamente: da qui può partire la riflessione pubblica e il dibattito sociale attorno alla questione di come convivere senza annullare le proprie specificità e differenze.
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