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Thirteen e la gioventù: quando la trasgressione è regola e strumento
Atttraverso il film americano premiato in diversi concorsi cinematografici è possibile riflettere attorno un mondo spesso liquidato da luoghi comuni

[14/08/2007]

Thirtenn è un film passato inosservato. Almeno non è arrivato dove credo avrebbe meritato. Forse per la sua violenza o forse per come è stato presentato. Appena uscito, diverse critiche hanno definito la pellicola come il tentativo di raffigurare l'adolescenza dei nostri giorni, persa fra le effimere tentazioni del materialismo e tesa a rivendicare a tutti i costi attraverso i suoi simboli una propria identità, forte e trasgressiva. I toni sono forti, diretti, a tratti crudi e duri, non indulgono alla retorica: mi ricorda in qualche modo Elephant, film americano sull'America del disincanto e dell'adolescenza, versioni hard di American Pie. A vedere Thirteen ed Elephant, i massacri della Columbine e quelli più recenti di Newark diventano più reali, più verosimili: attraverso i film, la quotidianità schermata e mediata dei tg assume il profilo dell'immanenza, del reale. Paradosso dei nostri tempi. Ma Thirteen è molto di più di un resoconto dell'adolescenza americana. Ed anche molto di meno.
E' molto di più, perché al termine del film senti chiara e netta la sensazione che un pugno allo stomaco è arrivato, che devi fare i conti con qualcosa che non avevi messo in conto , che quanto credi fermamente vuoto e privo di valori nasconde abissi di significato incomunicabili e disattesi.
Il film parla di una ragazzina tredicenne che da prima della classe si trova catapultata nel mondo dorato delle belle, anzi bellissime della scuola. Inizia la scalata verso la celebrità, ma il prezzo da pagare è la corruzione morale, non dell'animo. La sua anima, infatti, resta fragile e indifesa. Al termine del percorso si consuma la consapevolezza della vanità dell'ascesa, la resa dei conti con la disillusione, il rovesciamento del percorso nella caduta in un orrido profondo, l'incapacità di comunicare. E tutto si svolge nella migliore tradizione della tragedia greca: capovolgimento degli accidenti e ineluttabilità del destino (“nulla tornerà come prima”). Mentre noi da fuori vediamo tutto, consapevoli della discesa, impotenti come la madre di Tracy (la protagonista), incapaci di intervenire e ancora prima di comprendere. Anzi azzardo: il film è una moderna tragedia greca.
Per chi ha letto Alice nel paese della droga, sembra di vedere sullo schermo la povera Alice ed il suo mondo fatto di innocenza rubata, concessa per il nulla. Ma il nulla non è in Alice, non è in Tracy: è fuori. Gli sceneggiatori, potrei scommettere, quel libro l'hanno letto, lo sanno che il problema non è quello di una gioventù vuota e priva di ideali. Il discorso è un altro. Ecco perché il film è molto di più. Perché ci dice che non ha senso parlare di crisi dei valori per identificare l'assenza dei valori tradizionali. I valori non sono in crisi, più semplicemente sono altri e differenti. Attraverso la sociologia costruzionista, l'etnometodologia, l'antropologia contemporanea e tutti gli studi derivati dalla fenomenologia sappiamo che ognuno di noi vive entro una struttura di significati che ogni giorno costruiamo e modifichiamo attraverso le azioni mosse da quei significati stessi, dalla loro interpretazione ed elaborazione. Dietro le azioni di Tracy ci sono dei valori. Dietro le azioni di chiunque ci sono dei valori e dei significati. La società, ossia l'interagire quotidiano delle persone, ha la forza materiale di reificarsi e di fornire modelli, immagini e nuovi ideali. Thirteen sembra inserirsi in questa cornice e piuttosto che considerare il mondo di oggi vuoto, ci invita a indagare e a divenire consapevoli dei modelli che la società propone e premia. Ad esempio ci chiede perché Tracy si mette ad inseguire la celebrità? Perché non è fiera di aver scritto la poesia più toccante ad inizio anno? Perché è meglio rubare, prostituirsi e vendere droga per vestire firmata, piuttosto che coltivarsi forte e radicata? Perché in altre parole preferire la misera ricchezza della materialità? Tracy è una ragazza come tante, anzi migliore: è piena e ricca, scrive poesie. La sua condanna è che non riesce o non sa comunicare. O forse non c'è nessuno che sta ad ascoltare. I suoi tagli sulle braccia gridano sangue, sono urla espanse fino a diventare silenzi. Come farsi sentire se quello che hai da dire vorrebbe essere diverso da ciò che circonda? Allora l'unico modo è l'eccesso, prendere il conformismo, portarlo all'esasperazione e farlo divenire trasgressione. Ed è qui che il film punge di più. E' qui che la pellicola si trasforma in tafano venuto col pungiglione a infastidirci. I valori di Tracy infatti sono quelli dominanti, quelli premiati con il successo, la fama e la celebrità. I valori, in altre parole, ci sono e siamo noi a costruirli. Siamo noi a proporli. Siamo noi a inseguirli e a fare da esempio, da modello ai nostri adolescenti. La sua trasgressione è un conformismo esasperato ai modelli che la società fornisce con la quotidianità delle relazioni, dei media, della pubblicità. Celebrità, sesso, frammentazione. La liberazione dei costumi diviene con l'ipocrisia del perbenismo la nuova gabbia di ferro dove l'adolescente si trova costretto a dibattersi. Se l'immagine diviene il fulcro, se la fama costruita sull'effimero e l'apparenza diviene il successo e se il successo diviene il discorso dominante – il denominatore comune per identificare intelligenza e potere – allora, è inevitabile che il successo con tutti i suoi corollari e criteri si impongano all'adolescente come aspirazione, come traguardo da tagliare. E il paradosso è che Tracy vorrebbe combattere contro tutto questo: avrebbe voluto parlare di altro, avrebbe voluto essere ascoltata per altro, avrebbe voluto essere giudicata per altro. Ma l'altro spesso è incomunicabile in un mondo distratto dalle immagini o dalle privazioni. Ecco perché l'immagine si fa gabbia e solo strumento di espressione: o si parla attraverso il megafono o nessuno ascolta. E se il megafono è il successo a qualunque costo che premia l'apparenza, allora l'immagine diviene gabbia. La liberazione dei costumi in una cornice del genere diviene prigione: il puritanesimo è stato sconfitto per essere sostituito da un altro dominio, non meno umiliante e non meno opprimente.
In Thirteen l'adolescenza è un espediente per parlare di altro: attraverso i giovani, i più esposti e soggetti al riverbero dei valori attuali, si esamina la nostra società, noi stessi e ciò in cui crediamo e premiamo.
Ma il film è anche molto meno di tutto questo. Perché il discorso proposto resta sempre sullo sfondo: la tragedia raccontata è sempre una tragedia individuale, personale Ieri di Alice, oggi di Tracy e domani della ragazza o del ragazzo incrociato per strada. E' per questo che la storia raccontata è ancora più verosimile e la sua critica ancora più forte. Perché non si presenta come manifesto di una generazione, ma come dramma del singolo, dell'adolescente che sente il suo disagio tutto per sé, fardello non condiviso e non condivisibile. Anche per queste ragioni il film si avvicina alla tragedia greca. L'Antigone è sola nell'affrontare la morte, su di lei ricadono le colpe del padre, il suo destino è suo e suo soltanto. Anche per Tracy vale la stessa cosa. I genitori divorziati incapaci di comprendere e di ascoltare. Il padre assente per raggiungere il successo, la madre amorevole ma distratta per inseguire l'amore di un cocainomane. Tracy è sola. E sola deve affrontare le colpe dei genitori, della società ed espiarle. Deve scontare individualmente come nella quotidianità la condanna dell'incomunicabilità. Un altro segno dei nostri tempi che ha costruito e costretto l'individualismo per egoismo e indipendenza radicale. Nella scena finale dove Tracy si ritrova accusata da tutti di tutto, il suo disagio si percepisce forte, in maniera tanto straziante che si vorrebbe intervenire, comunicare per lei e farsi carico della sua colpa e della sua condizione perché poi, in conclusione, sono anche e soprattutto le nostre. Emerge chiaro allora la condizione dominante dell'essere nel mondo, oggi più di ieri: quando come monadi impazzite il linguaggio si fa comunicazione senza scambio, affermazione senza dialogo, espressione senza comprensione. E la sua strada verso l'abisso è tragica perché dritta, senza possibilità di deviare. Il suo destino uguale al nostro, eppure solo suo. L'orrido si apre per cadere da soli.
E proprio in quanto, come nella tragedia quotidiana, nel film l'incapacità di comunicare è rappresentata come un disagio individuale, che la storia di Tracy diviene simbolo inconsapevole di una generazione. La protagonista può rappresentare tutti gli adolescenti perché non rappresenta o non è che se stessa. In altre parole, Tracy e Thirteen divengono dunque un manifesto del disagio adolescenziale e delle sue radici sociali, perché non si presentano come tali. Il film può essere molto di più di un'analisi del mondo giovanile perché è molto meno.


di Manuel Antonini.
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