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Le false percezioni, la legittimazione e le loro conseguenze: facciamo la guerra
Resonconto dei sondaggi effettuati dal Program on International Policy Attitudes insieme al Knowledge Networks sul ruolo dei media e delle informazioni nel costruire il sostegno alla guerra irachena tra il popolo americano

[17/07/2007]

Una delle sfide più difficili che l'amministrazione Bush si è trovata ad affrontare è stata la necessità di legittimare la decisione di muovere guerra al regime iracheno: poiché non c'è stato alcun attacco diretto agli Stati Uniti da parte dell'Iraq in grado di giustificare una guerra secondo le regole del diritto internazionale, l'amministrazione Bush si è avvalsa del principio di “minaccia potenziale” sancita dall'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Per sostenere tale posizione è stato necessario indurre l'opinione pubblica a credere che il governo iracheno fosse uno dei maggiori sponsor del terrorismo internazionale, affermando l'esistenza di un forte nesso con Al qaeda, aggravato dal tentativo di sviluppare armi di distruzione di massa. Addurre prove a sostegno di tale tesi avrebbe legittimato una guerra contro l'Iraq agli occhi dell'opinione pubblica mondiale, americana in particolare.

Dai sondaggi effettuati in quel periodo, emerge chiaramente come gran parte del pubblico statunitense tendesse a condividere l'obiettivo di rimuovere Saddam Hussein considerandolo, tuttavia, raggiungibile solo attraverso una guerra autorizzata dalle Nazioni Unite. Tale posizione era sostenuta dal 65% degli americani; mentre il 20% reputava l'obiettivo talmente importante da acconsentire all'invasione dell'Iraq a prescindere dall'approvazione del Consiglio di Sicurezza; il 13% si dichiarava, invece, contrario ad una guerra contro il dittatore iracheno.

Quanto risulta' sorprendente dai sondaggi è il fatto che, una volta deciso l'intervento armato, gran parte dell'opinione pubblica americana abbia approvato tale decisione nonostante l'incapacità dell'amministrazione Bush di dimostrare il sostegno irachenno al terrorismo internazionale e l'intento di Saddam Hussein di sviluppare armi di distruzione di massa. L'incomprensibile, o quantomeno infondato, atteggiamento del popolo americano è spiegabile solo se considerassimo la diffusione di false informazioni con il preciso obiettivo di creare le cosiddette misperceptions (percezioni errate), basilari per legittimare la guerra agli occhi della gente: solo adducendo prove concrete relative all'esistenza di un legame tra Al Qaeda e il regime iracheno, nonché l'esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, la guerra sarebbe apparsa un atto di autodifesa e, quindi, legittima pur senza l'approvazione ONU.

Tuttavia, se lo sviluppo di armi proibite dal diritto internazionale e il sostegno ad Al Qaeda rappresentano le misperceptions più evidenti, una terza, non meno importante, ha spinto il popolo americano a considerare l'intervento armato legittimo, sebbene privo dell'approvazione delle Nazioni Unite, ossia credere che l'opinione pubblica mondiale fosse a fianco degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo internazionale.

Il Program on International Policy Attitudes, coadiuvato dal Knowledge Networks, ha effettuato una serie di interviste nei primi mesi del 2003 con il preciso intento di analizzare il ruolo dell'amministrazione Bush e della stampa nel diffondere false notizie al solo scopo di presentare la campagna contro l'Iraq come necessaria e legittima.
Il PIPA/KN ha focalizzato la sua attenzione sulle tre false percezioni sopra citate: il collegamento tra Iraq e Al Qaeda, l'esistenza di armi di distruzione di massa e il sostegno dell'opinione pubblica mondiale.

Considerando il primo punto, è rilevante il fatto che, sia prima che dopo la guerra, il 68% degli intervistati era convinto del sostegno iracheno ad Al Qaeda e, di conseguenza, del diretto coinvolgimento dell'Iraq negli attacchi dell'11 settembre. Ma ciò che risulta ancora più allarmante è quel 48% degli intervistati che, ancora in giugno del 2003, si dichiarava sicuro del ritrovamento di prove concrete comprovanti il legame tra Iraq e Al Qaeda.

Passando ad analizzare la seconda misperception presa in considerazione, come per la precedente, gran parte dell'opinione pubblica americana si dichiarava convinta dell'esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Di nuovo sorprende constatare che, subito dopo la guerra e nonostante l'impossibilità di trovare armi proibite e dimostrare l'esistenza di un programma nucleare, il 34% degli intervistati era sicuro di tali ritrovamenti da parte degli Stati Uniti.

Infine riguardo la terza credenza, poco dopo l'inizio della guerra, il 31% delle persone intervistate sosteneva che l'intervento americano in Iraq si avvaleva dell'appoggio dell'opinione pubblica mondiale e, anche dopo mesi, tale percentuale era rimasta sostanzialmente invariata nonostante il disappunto manifestato da molti paesi, alleati americani inclusi (solo per citare qualche esempio, in Gran Bretagna il 68% dell'opinione pubblica si dichiarava non favorevole all'attacco; in Spagna i contrari alla guerra rappresentavano l'80%; il 73% in Italia; il 63% in Polonia).

Il PIPA/KN ha individuato alcuni elementi utili a predire quali tipi di persone sarebbero risultate maggiormente a favore dell'intervento in Iraq: è evidente come la presenza di false percezioni abbia giocato il ruolo principale nel sostegno alla guerra, tanto che gli intervistati caratterizzati da tali misperceptions erano 4,3 volte più inclini a considerare necessario un intervento in Iraq rispetto a coloro che non erano stati influenzati da false informazioni.

Il secondo elemento che ha consentito di stabilire l'esistenza di una maggiore percentuale di sostenitori all'interno di una categoria rispetto ad un'altra è l'intenzione delle persone di votare o meno per il presidente: chi intendeva votare per Bush era tre volte più a favore della guerra rispetto a coloro che avrebbero, al contrario, votato per il candidato democratico.
Infine, chi si informava quotidianamente attraverso giornali e notiziari era 1,2 volte più a favore della guerra.

Se le tre false informazioni sopra analizzate sono state tutte importanti nel determinare il sostegno all'intervento armato, ognuna di esse ha, tuttavia, avuto un grado di influenza diverso nel rafforzare tale sostegno: di fatti, la convinzione che l'opinione pubblica mondiale fosse favorevole all'intervento in Iraq, ha reso 3,3 volte più probabile l'appoggio all'amministrazione Bush nel condurre una campagna militare contro il regime iracheno. 2,2 è il numero di volte che ha reso maggiormente probabile il supporto alla guerra da parte di coloro convinti di uno stretto legame tra Iraq e Al Qaeda. Mentre coloro che reputavano il regime iracheno detentore di ari di distruzione di massa erano 2 volte più favorevoli all'intervento armato.

Come è possibile spiegare la diffusione, sia prima che dopo la guerra, delle false percezioni sopra analizzate? Senza ombra di dubbio, una delle motivazioni più rilevanti è è rappresentata dalle numerose e frequenti dichiarazioni rilasciate dall'amministrazione Bush: il Presidente, Powell, Cheney, ad esempio, hanno spesso evidenziato pubblicamente il duro lavoro portato avanti dall'intelligence nel ritrovare le armi di distruzione in Iraq nonché lo stretto rapporto tra il regime di Saddam Hussein e Al Qaeda: a tal proposito è possibile ricordare l'intervento di Powell al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel febbraio 2003. In quell'occasione, l'allora Segretario di Stato ha mostrato delle foto, sostenendo che si trattava di campi di addestramento di Al Qaeda all'interno del territorio iracheno. Tuttavia, nella presentazione venne deliberatamente omesso il fatto che i campi mostrati non erano posizionati in una zona sottoposta al controllo del governo iracheno, ma all'estremo nord dell'Iraq.

Ovviamente, un forte contributo alla diffusione di false percezioni è stato giocato dai media e dal modo col quale essi hanno deciso di riportare determinate notizie. A tal proposito, il PIPA/KN ha condotto un altro sondaggio che evidenziava come, in base alla fonte di notizie principalmente seguita, le false percezioni apparissero più o meno intense: i telespettatori che hanno fatto riferimento soprattutto alla Fox, ad esempio, presentavano gran parte delle misperceptions a differenza di coloro che, preferendo i notiziari della NPR o della PBS, non sembravano essere stati influenzati da false percezioni o, comunque, difficilmente si presentavano tutte e tre contemporaneamente. Solo per fare un esempio, la convinzione dell'esistenza di una stretta connessione tra Saddam Hussein e Al Qaeda era fortemente diffusa tra gli spettatori della Fox (69%), mentre risultava alquanto bassa tra quelli della NPR e della PBS (16%).

Anche nel caso delle armi di distruzione di massa ci troviamo di fronte alla stessa situazione: l'audience della Fox era quella in cui maggiormente si riscontrava tale percezione, mentre riguardava solo l'11% del pubblico della NPR e della PBS.
Infine, per ciò che concerne il sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica mondiale, il 35% degli spettatori della Fox era convinto dell'esistenza di tale supporto, mentre solo il 5% dell'audience della PBS e della NPR risultava influenzato da tale falsa percezione.

Dai sondaggi appare chiaro che, nonostante l'opinione pubblica fosse contraria all'intervento armato se non autorizzato dalle Nazioni Unite, l'amministrazione Bush ha avuto la capacità di diffondere informazioni che creassero tra il pubblico delle false convinzioni al fine di rendere legittima la guerra agli occhi del suo popolo. E' vero che le tre percezioni analizzate non possono da sole spiegare l'appoggio mostrato dagli americani al proprio governo, ma senza di esse sarebbe stato certamente più difficile per il Presidente continuare a mantenere tale sostegno all'intervento.
Il sondaggio ha reso possibile notare non solo la strategia disinformativa o persuasiva del governo Bush, ma anche come i media stentino spesso a ricoprire quel ruolo critico in grado di sfidare le politiche governative, quel ruolo di watch-dog tanto celebrato per un miglior funzionamento dei meccanismi democratici e a volte messo da parte.



di Erika Paolini

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