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Goffman e la sociologia del micro-cosmo
Il contributo di uno dei più noti e originali sociologi americani, Erving Goffman, visto attraverso le parole commemorative di Bourdieu

[11/06/2007]

Il 19 novembre del 1982 si spegneva uno dei sociologi più originali e prolifici del secolo scorso, Erving Goffman. Qualche giorno dopo, il 4 dicembre, sulle pagine de Le Monde, scriveva un articolo in sua memoria Pierre Bourdieu, il sociologo francese che con la sua opera ha costituito un momento fondamentale del pensiero sociologico.
Di seguito troverete la traduzione di questo articolo che ho deciso di pubblicare per due ragioni precise. In primo luogo, in ricordo di due sociologi che hanno contribuito alla scienza sociologica in maniera determinante per la profondità e la ricchezza del loro approccio; in secondo luogo, perché l’articolo, pur nella sua brevità, sottolinea il punto centrale dell’opera di Goffman che l’ha resa così importante per la disciplina.

Bourdieu ricorda infatti che la forza dell’approccio di Goffman, della sua teoria della vita sociale come rappresentazione, sia nel porsi all’interno delle relazioni, nell’avvicinarsi alla realtà sociale. Come il famoso etologo Konrad Lorenz si immergeva negli stagni per studiare i comportamenti degli uccelli acquatici, così Goffman si è calato all’interno delle interazioni, del quotidiano, nel micro-cosmo sociale di ogni giorno, per osservare e studiare il dettaglio, “l’infinitamente piccolo”, il “dato per scontato” e riportare poi il tutto alla sua teoria della rappresentazione. Come un moderno Balzac, aveva ben impresse le parole di R. E. Park quando diceva con una metafora brillante che la sociologia doveva “sporcarsi i pantaloni”, porsi agli angoli delle strade ad origliare e guardare gli individui e i loro comportamenti. I pantaloni di Goffman si sono sporcati di vita sociale, senza porsi sul piedistallo rigido del positivismo né sulle altezze dell’idealismo.

Nel suo approccio non vi è alcun intento normativo, né si è limitato ad una descrittività fine a se stessa: ogni sua esplorazione era sorretta da un apparato concettuale fenomenologico molto solido che ha introdotto l’elemento della rappresentazione, della teatralità nella sociologia.
La sua eleborazione teorica principale, infatti, afferma che l’individuo nel contesto sociale mette in scena una rappresentazione del sé ed egli era interessato a studiare le strategie di questa rappresentazione. In qualche modo, Goffman fu per la sociologia quanto il “teatro magico” di Paul Klee fu per le arti figurative.

In altre parole, Bourdieu ci mostra come Goffman e la sua sociologia si sono messe a studiare la società da vicino, facendo scendere la scienza sociologica dalle cattedre per situarsi laddove si trova il suo oggetto di studio: la realtà sociale di ogni giorno.

L’esploratore dell’infinitamente piccolo di Pierre Bourdieu. Le Monde, 04/12/1982
(al seguente indirizzo è possibile leggere l’articolo in versione originale http://www.homme-moderne.org/societe/socio/bourdieu/varia/mortEGoffman.html )

L’opera di Erving Goffman rappresenta il prodotto più completo di uno dei modi più originali e rari di praticare la sociologia: quella che consiste nel guardare da vicino, e a lungo, la realtà sociale, nel mettere il camice bianco del medico per penetrare nell’ospedale psichiatrico e porsi così nel mezzo di questa infinità di interazioni infinitesimali, la cui integrazione non è che la vita sociale.

Goffman sarà ricordato come colui che ha fatto scoprire alla sociologia l’infinitamente piccolo: ossia ciò che i teorici senza oggetto e gli osservatori senza concetti non sapevano vedere e che rimaneva ignorato, perché troppo evidente, come tutto ciò che va da sé. Un solo esempio, la descrizione che egli propone del ciclo della sigaretta così come è praticata in alcuni padiglioni degli ospedali psichiatrici: “ Un protetto si va a piazzare davanti al suo padrino nel momento in cui si accende una sigaretta (…) e attende fino a che la sigaretta sia abbastanza consumata perché possa ereditarla. Lui stesso a volte diventa il padrino nei confronti di un altro malato, passandogli la cicca che ha appena ricevuto dopo averla fumata il più a lungo possibile. Il terzo beneficiario deve allora utilizzare un sostegno o un qualsiasi espediente per tenere il mozzicone senza bruciarsi. Buttato a terra, questo mozzicone può ancora servire (…) troppo piccolo per essere fumato, è ancora abbastanza grande per fornire del tabacco”.

Queste curiosità da entomologo erano fatte per sconcertare, vedere per scioccare, un establishment abituato a osservare il mondo sociale da più lontano e da più in alto. Colui che i guardiani del dogmatismo positivista avevano posto nella lunatic fringe (frangia lunatica) della sociologia, ossia tra quegli eccentrici che pretendevano di sostituire ai rigori della scienza la semplicità della mediazione filosofica o della descrizione letteraria, è diventato uno dei riferimenti fondamentali per i sociologi, ma anche per gli psicologi, gli psico-sociologi e i socio-linguisti (e penso in particolare al suo ultimo libro, edito nel 1981 a Filadelfia, Forms of talks, trad. it: Forme del parlare)
Se questo osservatore appassionato del reale sapeva guardare così bene è anche perché sapeva cosa cercare. Allievo di Everett C. Hughes, uno dei più grandi maestri della sociologia americana, si è nutrito di tutte le conquiste della scuola di Chicago – e specialmente dei contributi di G. H. Mead e di C. H. Cooley, ai quali non smette mai di riferirsi – e di tutto ciò che questo importante ambiente di professionalità scientifico aveva accumulato e assimilato, sia che si trattasse dell’opera dei durkheimiani o della sociologia formale di Simmel. E’ armato di tutto questo bagaglio, al quale bisogna aggiungere la teoria dei giochi, che egli si avvicina fino a ciò che era escluso dal campo della visione scientifica. Attraverso gli elementi più sottili e più fugaci delle interazioni sociali, egli ha afferrato la logica del lavoro di rappresentazione; ossia l’insieme delle strategie attraverso le quali i soggetti sociali si sforzano di costruire la loro identità, di modificare la loro immagine sociale, in una parola di prodursi. I soggetti sociali, infatti, sono anche degli attori che calcano la scena e che, attraverso uno sforzo più o meno sostenuto della messa in scena, mirano a mettersi in mostra, a lasciare la migliore impressione, in altre parole a farsi vedere e a farsi valere.
Questa visione del mondo sociale, che è potuta sembrare pessimistica o cinica, era quella di un uomo caloroso e amichevole, modesto e attento, senza dubbio tanto sensibile a ciò che la vita sociale aveva di teatrale quanto profondamente impaziente verso tutte le forme ordinarie del cerimoniale accademico e della pompa intellettuale.
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