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L'approccio sociologico all'aggressività
[11/06/2009]

Affrontare il problema dell'aggressività, connessa ai disturbi di comportamento dal punto di vista sociologico, significa superare le concezioni che nel XIX e XX secolo escludevano i fattori sociali ed economici come cause determinanti nella formazione della personalità aggressiva.
Oggi, invece, fare riferimento alle nozioni di devianza, disagio e aggressività, impone agli interlocutori che affrontano le questioni ad esse legate, un riferimento culturale e scientifico forte al paradigma sociologico; al punto che si può affermare che per potere definire correttamente tali concetti si deve ricorrere obbligatoriamente alla teoria sociologica nelle sue diverse espressioni.

Un'interpretazione sociologica complessiva dei fenomeni di devianza, disadattamento, disagio e aggressività nella società industrializzata venne messa a punto da E. Durkheim alla fine del XIX secolo; l'importanza del contributo del sociologo francese è data dall'individuazione di un rapporto fondamentale tra divisione del lavoro e produzione dei conflitti come elemento costante nella società capitalistica.
Infatti egli evidenzia come il sistema capitalista, attraverso le proprie modalità di organizzazione del lavoro, produca la possibilità del conflitto ed è proprio in rapporto alla costante presenza di tensioni e conflitti in seno alla società che gli individui sono esposti al rischio dell'anomia, cioè al progressivo distacco dal tessuto delle relazioni sociali e dal sistema comunicativo che regge la solidarietà sociale, dovuto alla percezione di una mancanza di norme e di regole.
Durkheim tuttavia, non ha un posizione critica nei confronti della società capitalista, ma evidenzia nella conflittualità ad essa immanente l'elemento di deviazione da un modello sociale naturale e normale basato sulla solidarietà sociale. Partendo da questo presupposto Durkheim prende le mosse per introdurre un secondo ribaltamento epistemologico relativo alla definizione sociologica del rapporto tra normalità e devianza.
Egli spiega come i comportamenti devianti si configurino come necessità sociale la cui funzione è di tipo positivo; i reati infatti, rappresentano un fattore normale, oltre che inevitabile, di una società sana in quanto ne misurano la moralità collettiva e ne rafforzano la coesione sul piano del diritto. Infatti il reato necessita la sanzione, anche se essa, in termini di pena, non deve essere intesa come rimedio alla questione della criminalità, quanto come un dispositivo che rinforza il principio della legittimità della società e del potere che punisce e che dunque, permette alla società stessa di riconoscersi sul piano della differenza con i comportamenti delinquenziali.
Secondo questa prospettiva quindi, criminalità e devianza non sono fenomeni patologici, di cui sia possibile valutare scientificamente le dimensioni e analizzare le cause, ma sistemi complessi in cui determinati atti e comportamenti vengono definiti, amplificati, riprodotti e utilizzati per difendere interessi e sistemi di mantenimento del controllo.

Durante la prima metà del 1900, invece, è rilevante il ruolo che venne ad assumere la Scuola sociologica di Chicago, la cui importanza sociologica, ma soprattutto quella delle sue ricerche, è relativa ai contributi sui concetti di devianza e di marginalità che vengono definiti all'interno del paradigma interpretativo della patologia sociale. In questa prospettiva la devianza appare contemporaneamente come causa ed effetto della disorganizzazione sociale, per cui la condotta deviante appare connotata da una valenza antisociale.
Pochi anni dopo, intorno agli anni 1950-1960, si sviluppò per opera di T. Parsons e di R.K. Merton, la corrente dello struttural-funzionalismo, riprendendo nei suoi aspetti più generali l'apporto teorico di Durkheim.
A differenza di ciò che sosteneva il sociologo francese, secondo Parsons, la società è un organismo integrato che tende all'equilibrio e alla stabilità, fondato su un bisogno di conformità che è espressione di un'esigenza di tipo psichico che riguarda in modo generalizzato tutti gli appartenenti ad un certo tipo di cultura; il sistema di valori, perciò, costituisce la rappresentazione generale di tipo astratto degli elementi che a livello concreto sono rintracciabili tanto nei gruppi sociali quanto nelle personalità individuali.
Ad ogni modo ciò che caratterizza in modo significativo la riflessione sociologica di Parsons, è la spiegazione del meccanismo di produzione della devianza vista come il risultato di una socializzazione non riuscita. In tal senso la devianza appare come un processo di azione motivata del soggetto che, malgrado la disponibilità del sistema sociale, tende a deviare dalle aspettative che gli altri si sono fatti rispetto al suo ruolo.

Merton, invece, nel riprendere da Durkheim il concetto di anomia sviluppa un'interessante teoria strutturale che vede interagire cultura e società come vertici di un ipotetico asse fini-mezzi. Se infatti alla struttura culturale Merton fa corrispondere la definizione delle mete culturali verso cui tendono i bisogni individuali, alla struttura sociale egli attribuisce il compito di definire i mezzi legittimi con cui ottenere il soddisfacimento di tali aspirazioni. Secondo lo studioso l'anomia è quindi il risultato del distacco tra struttura culturale e società, a seguito del quale il raggiungimento delle mete risulta pregiudicato dall'insufficienza dei mezzi e da un indebolimento dell'impegno dei soggetti nel perseguimento degli obiettivi culturali prescritti. È la disuguaglianza sociale dunque, a generare l'anomia.
Merton, inoltre, indica come condizioni che favoriscono l'insorgere del comportamento deviante, insieme alla stratificazione sociale e al rischio dell'anomia, la questione di una socializzazione non adeguatamente sviluppata, che riguarda in particolare i soggetti culturalmente ed economicamente svantaggiati; per i membri delle classi sociali inferiori, infatti, la devianza, vista come abbandono dei metodi socialmente legittimati, appare come l'unico mezzo a disposizione per mantenere vive le aspirazioni al successo, sulla scorta di una educazione familiare inadeguata.

Un contributo importante alla comprensione del fenomeno è dato anche da A.K. Cohen, il quale sviluppa e approfondisce ulteriormente la tematica della devianza in rapporto al fenomeno delle bande giovanili e dei comportamenti violenti e vandalici. Secondo Cohen al fenomeno della sottocultura delinquenziale è particolarmente esposta la gioventù appartenente alle classi proletarie, in quanto, esse si trovano in condizione di svantaggio nel perseguimento degli obiettivi di successo culturale stabiliti dal sistema sociale; questa situazione determina una reazione di opposizione che sfocia nel comportamento reattivo verso i valori sociali dominanti, che porta all'assunzione di atteggiamenti aggressivi e distruttivi.

Mariangela Manfredi
Articolo tratto dalla tesi Bande giovanili ed educazione all’affettività
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