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Dal melting pot all'integrazione: percorsi di educazione interculturale
[27/05/2009]

Il tema delle diversità culturali è stato centrale fin dalle origini per i paesi che si sono costituiti come paesi di immigrazione (Stati Uniti, Canada, Australia, ecc.). In quel caso gli immigrati trattarono il continente americano come terra di conquista e non riconobbero la cultura degli indiani, ma li obbligarono ad accettare la propria. I primi colonizzatori, pertanto, proclamarono l'inferiorità di quei popoli e distrussero la loro cultura, imponendo la propria civiltà con il potere delle armi.
Fu proprio la lotta per la fine della schiavitù e l'affermazione del principio della libertà e dell'uguaglianza di tutti, che segnò la nascita degli Stati Uniti come federazione di stati democratici. Iniziò soltanto allora un nuovo percorso per costruire una nazione unitaria che contenesse in sé persone etnicamente differenti ma tutte accomunate dalla comune appartenenza americana. C'era la convinzione e la speranza che nella grande "insalatiera etnica" avvenisse senza traumi quel melting pot che avrebbe indotto ciascuno a confondere le proprie radici con quelle degli altri, dimenticandole.

L'esito non fu poi così scontato perché le differenze etniche e culturali di fatto non scomparivano ma si trasformavano in disuguaglianze sociali e processi di marginalizzazione.
Se nei paesi di immigrazione si era tentata la strada della creazione di una nuova cultura unitaria che ignorava le diversità, nei paesi della vecchia Europa, la pedagogia sceglieva la via dell'omologazione al monoculturalismo ufficiale. Nasceva così il modello dell'assimilazione, rimasto a lungo valido per tutti i paesi europei che hanno incoraggiato l'immigrazione di lavoratori stranieri nella fase di ripresa industriale del secondo dopoguerra.
Le difficoltà di inserimento sociale di questi migranti venivano sostanzialmente ignorate e la loro situazione di marginalità e di povertà era considerata normale, ricollegata alla loro presunta inferiorità genetico-culturale.
L'unico lavoro educativo aveva come obiettivo l'assimilazione della cultura dominante attraverso l'invito esplicito a rinunciare all'identità culturale originaria, considerata inferiore rispetto a quella del paese che li ospitava.

Un passo avanti si compie nei vari paesi quando scatta la seconda fase della migrazione, quando cioè il progetto migratorio da transitorio tende a diventare più stabile con i ricongiungimenti familiari. La presenza dei figli, in particolare, crea tutta una serie di legami con la comunità circostante. Per soddisfare i loro bisogni la famiglia immigrata entra in contatto diretto e continuo con asili, scuole, ospedali, uffici. I figli diventano la cerniera tra due mondi culturali.
Si pensa, allora, di affrontare i problemi di questi soggetti con interventi di tipo compensativo, per facilitare il loro inserimento nelle comunità scolastiche. Si apprestano, quindi, programmi intensivi di apprendimento della seconda lingua, quella del paese ospitante e si consiglia ai genitori di parlare ai figli nella lingua ufficiale del paese e non nella loro lingua materna, ritenendo che la lingua d'origine costituisca un ostacolo. Ma i genitori, avendo spesso una ridotta competenza nella nuova lingua, la usano in modo frammentario e incompleto e non aiutano di fatto il bambino perché gli insegnano una lingua povera, infarcita di errori di pronuncia, di grammatica e di sintassi.

Questi primi interventi compensativi proposti per aiutare i ragazzi immigrati non producono tuttavia gli esiti sperati, anzi hanno ripercussioni negative sia sul piano psicologico che su quello apprenditivo. Man mano che gli immigrati si stabilizzano nei paesi di accoglienza, scattano processi di coscientizzazione che li portano a rivendicare quell'identità etnica negata loro dalla maggioranza autoctona.
L'immigrato scopre la sua diversità, si dice orgoglioso di mantenerla, esige che ci sia la possibilità anche nel nuovo paese di avere l'opportunità di coltivare la sua lingua e la sua cultura.
Vengono così istituiti corsi di lingua, classi separate per gruppi etnicamente omogenei o intere scuole per singole etnie minoritarie in modo che gli allievi, non trovandosi inseriti in un ambiente che li considera inferiori e che provoca un basso livello di autostima, non siano esposti all'insuccesso scolastico e possano valorizzare a pieno la propria cultura.
Si tratta di un riconoscimento della diversità culturale che si concretizza in forme di ghettizzazione multiculturale, nel senso che ciascun gruppo finisce con lo scegliersi il proprio modello e confinarsi in esso, isolandosi rispetto alla comunità generale.
Anche questo approccio multiculturale si rivela un boomerang per le comunità minoritarie, che finiscono per bloccare la loro stessa crescita. L'immigrato di fatto viene tollerato perché "ghettizzato" in ambienti marginali, tenuto lontano dalle dinamiche della società in cui vive.

Fallito sia l'approccio assimilativo-compensativo, che nega la diversità imponendo all'altro di rinunciare alle proprie caratteristiche, sia l'approccio multiculturale, che riconosce la diversità come alterità assoluta da affermare con l'isolamento del diverso, si lavora alla costruzione di una nuova pedagogia dell'accoglienza, finalizzata prevalentemente a coscientizzare i soggetti sulle dinamiche cui si va incontro quando ci si trova assieme a soggetti di diversa origine culturale e a modificare i loro atteggiamenti e i loro comportamenti emotivi, relazionali e culturali. L'intervento educativo deve essere rivolto non solo ai migranti ma a tutti, residenti e immigrati, per aiutarli a superare le proprie difficoltà ad accogliere l'altro, a convivere con l'altro, ad accettare la sua differenza come una possibile potenzialità e ricchezza.
Si giunge così al modello dell'integrazione, che auspica l'accoglienza dell'immigrato nella società ospitante riconoscendolo come soggetto caratterizzato da una propria identità culturale. Si consiglia l'insegnamento della lingua dello stato ospitante, ma anche di quella originaria, coordinate all'interno del curricolo ordinario della scuola, proprio per sottolineare che si tratta di conoscenze di pari dignità.
Tale approccio considera la diversità come valore e consente ad ogni persona di autopromuoversi nella scoperta e nella valorizzazione della propria e dell'altrui cultura. Tutto ciò deve concorrere a creare un clima positivo di accoglienza, di disponibilità all'aiuto e all'ascolto dell'altro

Carmela Aucelli
Articolo tratto dalla tesi Interculturalità: problematiche organizzative ed interventi educativi
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