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J. G. Frazer e la magia
[20/05/2009]

James George Frazer ha portato l'ultimo significativo contributo alla corrente antropologica britannica di fine Ottocento: egli esercitò grande influenza nel campo degli studi etnologici e storico religiosi ed il gran numero di scritti sul folklore dei popoli primitivi lo testimonia. I suoi approfonditi studi sul totemismo, sulle usanze delle popolazioni dell'Australia, dell'Africa e del Nord America hanno portato così a conoscenza del mondo occidentale usi e tradizioni sconosciute.
Egli concepiva in generale la storia della cultura umana composta da successive fasi di sviluppo come se si trattasse di un percorso: in particolare sosteneva l'esistenza di un preciso ordine di successione esistente tra la magia, la religione e la scienza e riservava unicamente alla scienza moderna dell'Europa industriale la capacità di spiegare esattamente la realtà. Per Frazer la magia rappresentava una prima forma di scienza, una pseudoscienza, capace di spiegare e orientare a proprio favore la realtà nonostante la mancanza dei caratteri scientifici. Il mago era il detentore di un potere sovrano sulla natura ed esistevano forze inconsce e impersonali sulle quali egli poteva agire in modo meccanico attraverso parole e gesti rituali.

Proprio per queste sue caratteristiche, la magia condivideva con la scienza il fatto di poter "controllare" la natura attraverso l'osservanza di leggi, solo che nella magia queste sembravano nascere da semplici associazioni di idee, per somiglianza (secondo cui il mago deduce di poter produrre qualsiasi effetto semplicemente imitandolo) e per contiguità (secondo cui deduce che qualunque cosa egli faccia ad un oggetto influenzerà allo stesso modo la persona con cui l'oggetto verrà in contatto). Nonostante la magia si fondi sulla falsa idea della regolarità dei processi di causa ed effetto, è dotata comunque di una sua logica interna perché agisce riconoscendo e trattando somiglianze, vicinanze e contatti. Frazer più di una volta ha posto l'accento su una certa perfezione ed efficacia esistenti all'interno del sistema magico, concepito da lui quasi come un'istituzione.

La magia si opponeva alla religione che compariva in un momento evolutivo successivo: anche questa rappresentava un tentativo di orientare la realtà a proprio vantaggio ma differiva dalla magia poiché si fondava sulla credenza in esseri superiori all'uomo, suscettibili di essere persuasi con preghiere e sacrifici, per ottenerne così il favore. Tutto ciò presupponeva che il corso della natura fosse elastico e variabile perché determinato dalle passioni e dal capriccio personale ed era assolutamente in contrasto con la magia (e anche con la scienza) che lo riteneva invece determinato dalle conseguenze di leggi immutabili che agivano meccanicamente: ogni essere era sì soggetto a forze impersonali che controllavano ogni cosa, ma queste potevano essere "controllate" da chiunque conoscesse il modo di gestirle attraverso cerimonie e formule appropriate.
Infine al culmine del processo evolutivo si trovava la scienza che si basava invece su correlazioni fondate e su reali principi di causa ed effetto. Quest'ipotetica transizione dalla magia alla religione e da questa alla scienza dipendeva per Frazer esclusivamente da una tendenza del pensiero a perfezionare se stesso.

Nelle tesi fin qui enunciate facilmente si avverte la presenza dei temi polemici della civiltà occidentale contro la magia (ad esempio la presunta parentela ed al tempo stesso l'opposizione tra magia e scienza si ricollega alla polemica della magia naturale contro quella cerimoniale o ancora l'opposizione tra la presunta amoralità delle forze magiche e l'eticità della religione, riportano alla polemica del Cristianesimo contro il paganesimo). Una visione dei fatti fortemente eurocentrica ed un eccessivo meccanicismo sembrano caratterizzare il pensiero di Frazer: lui stesso non si curò mai di spiegare le variabili magico-religiose, avanzò solamente ipotesi destinate a spiegare la generalità dei sistemi magico-religiosi non riuscendo così a risolvere i problemi concreti. Egli sosteneva, infatti, che esistevano nell'organizzazione sociale e nella cultura regolarità indipendenti dal periodo e dal luogo e cercò sempre di "incastrare" e di "far quadrare" dati e fatti. In certi casi eliminò ogni tipo di riferimento al contesto, perché riteneva che il fine principale dell'antropologia sociale consistesse proprio nello studio delle tendenze generali o delle leggi che in essa si manifestavano.

Stefania Simone

Articolo tratto dalla tesi Le teorie etnoantropologiche relative ai concetti di magia e stregoneria
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